Venezia 70

Recensione Still Life (2013)

Uberto Pasolini, col suo secondo film, realizza una storia di solitudine, tragica ma non priva di ironia

Recensione Still Life (2013)
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Ricordate Machan - La vera storia di una falsa squadra, che, diretto nel 2008 dall’Uberto Pasolini produttore di Full monty - Squattrinati organizzati e Palookaville, si presentò quale commedia di buoni sentimenti riguardante un gruppo di senegalesi che si fingevano una squadra di pallanuoto per riuscire a entrare in Germania quando veniva respinta la loro richiesta di visto?
A cinque anni di distanza da quell’esordio conquistatosi numerosi premi della giuria e del pubblico presso diversi festival internazionali, Pasolini torna dietro la macchina da presa per questa sua opera seconda, ispirata come la prima a fatti reali in quanto lesse di uomini e donne il cui lavoro consiste nell’organizzare il funerale di persone che muoiono senza lasciare nessuno dietro di sé.
Infatti spiega: “Rimasi colpito dal pensiero di tante tombe solitarie e di tante funzioni funebri deserte; è un'immagine molto forte. Mi sono messo a riflettere sulla solitudine e sulla morte e sul significato dell'appartenenza ad una comunità e di come la consuetudine del buon vicinato sia ormai scomparsa per molti di noi. Mentre scrivevo la sceneggiatura mi sono sentito in colpa di non conoscere i miei vicini di casa e la mia comunità locale. E, per la prima volta, sono andato alla festa di strada del mio quartiere, sentendo il desiderio di partecipare a quel piccolo tentativo di creare un legame tra vicini. Cosa stiamo dicendo del valore che la società attribuisce alla vita dei singoli individui? Come è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole?”.

Non mollare May

Allora, nella South London dei giorni nostri facciamo conoscenza con John May alias EddieLa fine del mondoMarsan, il quale, funzionario comunale il cui lavoro consiste nel rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine, finisce per andare ben oltre il suo dovere al fine di portare a termine gli incarichi che gli vengono assegnati.
Non a caso, solo dopo aver verificato tutte le piste e gli indizi ed essere approdato in una serie di vicoli ciechi, si arrende ed accetta di chiudere un caso e di organizzare il funerale dei suoi “clienti” dimenticati, per i quali sceglie la musica più adatta e scrive discorsi celebrativi che nessuno, eccetto lui, ascolterà mai.
Come c’era da aspettarsi, quindi, è su questa solitaria figura di uomo senza famiglia, senza amici e impegnato a condurre un'esistenza ordinata e tranquilla che si basa principalmente la circa ora e mezza di visione, volta ad evolversi con l’assegnamento per lui di un nuovo caso: un vecchio alcolista trovato privo di vita proprio nell'appartamento di fronte al suo.
Caso che John, alla continua ricerca di indizi, intende portare a termine nonostante il suo capo gli abbia comunicato che l’ufficio deve essere ridimensionato e che, probabilmente, verrà licenziato in quanto in esubero.
E, mentre lo vediamo impegnato in maniera meticolosa a mettere gradualmente insieme i pezzi della vita spezzata del defunto, che, malgrado abbia concluso i suoi giorni solo e alcolizzato, sembra avesse condotto in passato un'esistenza ricca di soddisfazioni, è una grigia atmosfera caratterizzata da un sole che non batte mai ad accompagnare le ricerche dell’ottimo protagonista.
Ricerche che conducono da Kelly, ovvero Joanne Froggatt, la figlia dello scomparso abbandonata da piccola, segnando l’inizio di una naturale attrazione tra lei e May, il quale comincia a liberarsi delle abitudini che hanno governato la sua esistenza e inizia finalmente a godersi la vita.
Man mano che si procede con lentezza e la colonna sonora di RachelLa memoria del cuorePortman, caratterizzata dal piano quale elemento dominante, accompagna efficacemente le immagini, non prive, comunque, di un pizzico di ironia.
Fino all’inaspettato epilogo ricco di poesia di un’operazione che, non distante nel look generale da determinati telefilm tedeschi alla L’ispettore Derrick, si lascia tranquillamente guardare, riuscendo, a suo modo, anche a risultare commovente.

Still Life “Come è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole? La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna ai suoi membri più deboli e chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui la nostra società tratta i vivi. E nella società occidentale, a quanto pare, è molto facile dimenticare come si onorano i morti. Sono profondamente convinto che il riconoscimento della vita passata di ciascun individuo sia fondamentale per una società che voglia definirsi civile”. Uberto Pasolini, regista di Machan - La vera storia di una falsa squadra (2008), sintetizza così le motivazioni che, con i film di Ozu quali riferimenti visivi, lo hanno portato alla realizzazione del suo secondo lungometraggio, storia di solitudine non priva di ironia e caratterizzata da tragici risvolti. Un’operazione gradevole che, non distante nel look generale da determinate produzioni televisive teutoniche, si regge in maniera quasi esclusiva sull’ottima prova del protagonista Marsan, riuscendo sia a strappare qualche risata che a lasciar emergere spruzzate di poesia.

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