Berlinale 64

Recensione Stereo

Dalla Berlinale un film allucinato e allucinante

Recensione Stereo
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Come riassumere Stereo in una parola? Ne vengono in mente tante, ma forse la più azzeccata è delirio. Opera seconda (in termini di lungometraggi) di tale Maximilian Erlenwein, ci chiediamo con quali intenti sia stata partorita, visto l’impegno profuso a livello produttivo, con (tra l'altro) un pregevole cast e una tecnica di ripresa e montaggio ben orchestrata. Il problema è invece tutto nella storia, che si avvia criptica ma mostra subito il fianco con alcuni punti fallaci, per poi prendere un presunto percorso di allucinazioni e illusioni (e immediatamente pensi di essere di fronte al visto, rivisto, stravisto schema che, da Fight Club in poi, ha fatto furore), ma poi... la vera sorpresa.
Quando pensi di star vedendo il solito, scontantissimo film di allucinazioni e dubbio tra realtà e scherzi della mente, c’è il ribaltone... ma non in senso positivo, anzi! Il film diventa semplicemente... delirante.
Mancano tutti i nessi causali, e se ci sono risultano poco credibili, scarsamente verosimili, col risultato finale di suscitare un appeal pari a zero nello spettatore.

Stereo?

Spieghiamoci meglio: siamo in un tranquillo paesino tedesco di campagna, da qualche parte non distante dalla capitale. Erik Keppler (Jürgen Vogel) si è trasferito da due anni, gestisce un’officina per le due ruote e ha collezionato una serie di effrazioni di limiti di velocità sulla sua moto. Pelato, tatuato e dalla parlantina spigliata, sta con Linda (horny milf, come viene definita ad un certo punto), tutto il contrario di lui: elegante, bella, “classica”. Niente scheletri nel passato, una figlia a carico e una vita ordinaria. Quando si intromette il padre poliziotto, che vede di mal occhio Erik, credi di essere davanti a un tipico crime movie di bassa lega mischiato a parecchia commedia. Poi però succedono cose strane: un tipo incappucciato che compare nei prati di notte, sopra i camper, dappertutto (diventa quasi una parodia esilarante, tipo il “quacchero” di 7 psicopatici. Non ci vuole molto a capire che si tratta di allucinazioni, e neanche Erik se lo lascia sfuggire: il film sembra prendere la piega da thriller psicologico e clinico contro la schizofrenia, ma poi ci si mette anche uno zingaro con una serie di discorsi farneticanti a complicare le cose, un passato oscuro che Erik non sembra ricordare, e un tale Keitel, nominato dal nulla e introdotto di punto in bianco nel film.

TANTO VALEVA FARE UN DOLBY...

Sì, avete capito bene: pura follia. I personaggi vanno e vengono, il film cambia andatura e storia almeno quattro volte (tant’è che si potrebbe dividere in quattro cortometraggi distinti e dal genere ben definito), la storia non solo è incredibile, ma è anche il risultato di un incrocio tra il trash e il tamarro, che contamina e sciupa tutto l’impegno nella realizzazione: ed è un peccato, perché le riprese sono eseguite egregiamente e anche il cast conta nomi di tutto rispetto, primo su tutti Moritz Bleibtreu a impersonare il losco incappucciato: attore tedesco di spicco, esportato a Hollywood, lo vedremo a breve in Italia con Vijay, il mio amico indiano), seguito dal suo delfino Jürgen Vogel, e nemmeno Petra Schmidt-Schaller è spiacevole. Ma questo film sembra quasi auto-parodiarsi, fin dalla sigla dei titoli iniziali, con i personaggi che sfumano tra le fiamme, alternati da scritte con font celtico e musiche pompatissime, quasi ad essere in un poliziesco italiano anni ’70... anzi no: quelli almeno avevano più classe. Se poi la scelta della parola Stereo come titolo è ad indicare due vie, due personalità, due momenti (passato e presente), due caratteri e attitudini, la scelta di questo titolo è davvero poco azzeccata e di sicuro fuorviante. Si addice davvero solo alla playlist di intensa musica elettronica presente, tra cui spicca A new error di Moderat.

Stereo Film purtroppo da dimenticare, rientra in un gruppo di film con la storia dettata da scelte incomprensibili e quasi autolesioniste. Meno male per Bleibtreu che almeno in sala Vijay fa una figura decisamente migliore...

4.5

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