Recensione Splice

Recensione del film diretto da Vincenzo Natali

recensione Splice
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"Ho lavorato su questo film per più di dieci anni. L'ho fatto nel 2000, subito dopo Cube-Il cubo. Ho lavorato come un cane per un anno intero al progetto, lo storyboard, ed ero pronto a girare. Poi, all'ultimo minuto il produttore mi ha detto che il progetto era troppo costoso. Ho pensato che il film non avrebbe mai visto la luce, io ero troppo ambizioso e in pochi erano pronti ad assumersi il rischio di un film come questo. Mi sembra che la maggior parte dei film siano fatti per le ragioni sbagliate. E' così che vanno le cose in questo mondo, nessuno fa un film solo perché la sceneggiatura è brillante, quella può essere una ragione, non la ragione. No, i film si fanno per ragioni stupide. Se un anno vanno di moda le mucche, allora si fa un film sulle mucche. E' così che funziona. Io credo che Splice sia stato salvato dalla prontezza degli sceneggiatori. I nostri sostenitori finanziari avevano due opzioni: fare il film subito o non farlo mai. Se le circostanze non li avessero obbligati ad agire, il film non ci sarebbe mai stato".
A parlare è lo storyboarder e regista originario di Detroit Vincenzo Natali, il cui curriculum dietro la macchina da presa, prevalentemente legato al panorama televisivo, include l'arcinoto Cube-Il cubo (1997), incentrato su sei persone rinchiuse in una misteriosa stanza-prigione di forma cubica, il meno conosciuto Cypher (2002), fanta-spionistico interpretato dalla Lucy Liu dei due Charlie's angels, e questo Splice, che vanta tra i produttori esecutivi perfino il messicano Guillermo del Toro, autore dei due Hellboy (2004/2008) e de Il labirinto del Fauno (2006).

Parola di Vincenzo Natali

Credo di essere attratto dal mostro che è in tutti noi. In un certo senso, quel mostro fa molta più paura di qualsiasi altra cosa si possa immaginare in un film horror. E in Splice i creatori della creatura sono decisamente più temibili della creatura stessa. Forse ancora di più perché sembrano essere persone buone, corrette.

A(Dren)alina?

"In un certo senso, era destino che Splice fosse girato oggi. Se l'avessimo fatto dieci anni fa non avremmo avuto la tecnologia e io non sarei stato capace di gestire adeguatamente il soggetto" prosegue Natali, "Inoltre, fatto ancora più importante, la scienza non era arrivata a questo punto dieci anni fa. I concetti indicati nella sceneggiatura erano fantascienza più che fatti. La ricerca in campo genetico ha fatto passi da gigante, ha recuperato rispetto al mio soggetto. Oggi l'ingegneria genetica è più attuale che mai. Questi tre fattori e un po' di fortuna hanno fatto cadere Splice nelle mani giuste e l'hanno fatto diventare una realtà."
Infatti, al centro della vicenda, sceneggiata dallo stesso regista insieme all'esordiente Antoinette Terry Bryant e al Doug Taylor cui dobbiamo sia lo script del cinevgame In the name of the king (2007) di Uwe Boll che quello dello slasher inedito in Italia The carpenter (1988) di David Wellington, troviamo i due giovani e ambiziosi scienziati Clive ed Elsa, rispettivamente con le fattezze del premio Oscar Adrien"Il pianista"Brody e di Sarah"L'alba dei morti viventi"Polley.
Giovani e ambiziosi scienziati che, tanto per complicarsi la tranquilla esistenza, decidono di mescolare il DNA umano con quello animale ottenendo un ibrido, una chimera poi denominata "Dren"; ovvero quella che, inizialmente interpretata come scoperta volta a rivoluzionare il mondo della scienza, finisce per rivelarsi il più grande errore mai commesso.

Meravigliosa creatura?

Leggendo la trama, è ovvio che venga da immaginare l'ennesimo massacro in laboratorio attuato dal mostruoso essere di turno, mentre Natali, che prende il via da un argomento tipicamente cronenberghiano rifacendosi in parte anche alla serie Species e citando in maniera evidente il mito di Frankenstein, decide di sviluppare diversamente il racconto.
Dapprima, infatti, sfruttando proprio lo sterile laboratorio, prosegue la sua classica esplorazione dei claustrofobici spazi chiusi illuminati da luce fredda iniziata con il succitato Cube-Il cubo, poi sposta l'ambientazione in un fienile, decisamente più caldo e organico.
Quella che seguiamo nel corso degli oltre 100 minuti di visione, quindi, altro non è che l'evoluzione e la crescita della splendida creatura protagonista, realizzata da un team comprendente anche l'infallibile Howard Berger (vincitore del premio Oscar per Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio) senza fare ricorso agli effetti digitali, perché, come il regista spiega: "Sarebbe stato troppo costoso avere una Dren completamente computerizzata. Ma, cosa più importante, io sono convinto che il legame che si crea con un personaggio digitale non potrà mai essere forte come quello che si crea con un attore vero. Ho fatto tutto quanto in mio possesso per utilizzare personaggi veri ed effetti speciali meccanici. Sono un grande fan degli effetti speciali digitali ma li considero migliori quando hanno qualcosa di fisico. Non volevo che Dren fosse una creatura magica, doveva essere totalmente reale, totalmente plausibile biologicamente".
E, in fin dei conti, insieme ad altre mostruosità sperimentali, è proprio Dren ad incarnare il vero motivo d'interesse della pellicola, movimentata già a partire dai primi minuti di visione, ma in realtà costruita in modo tale da generare l'attesa nei confronti di quello che lo spettatore spera essere il lato più strettamente horror dell'intera operazione, ineccepibile dal punto di vista tecnico e decisamente lodevole sia per quanto riguarda la fotografia che le scenografie.
Lato strettamente horror che, relegato soltanto all'ultimo quarto d'ora, lascia però tranquillamente pensare che se ne sarebbe potuto benissimo fare a meno. D'altra parte, complice anche una delle più atipiche scene di sesso della storia della celluloide e l'accentuata aria di triangolo amoroso ai confini della realtà, ugualmente chiaro risulta il più o meno allegorico attacco alla scienza interessata - soprattutto per denaro - all'evoluzione della genetica senza curarsi del danno che rischia di arrecare al remoto e sempreverde concetto di famiglia.

Splice Sotto la produzione esecutiva di Guillermo del Toro, il regista originario di Detroit Vincenzo Natali, autore nel 1997 dell’arcinoto Cube-Il cubo, torna dietro la macchina da presa con Splice, fanta-progetto che aveva nel cassetto da ben dieci anni. Come già accaduto nei suoi precedenti lavori, però, il risultato - sorvolando sui non troppo esaltanti dialoghi - è un non disprezzabile prodotto tecnicamente ineccepibile - soprattutto a causa della splendida creatura protagonista Dren, della quale seguiamo la crescita nel corso dei totali 104 minuti di visione - ma talmente ambizioso che sembra dimenticare l’importanza che la struttura narrativa deve assumere nell’ambito del genere. Infatti, sebbene l’interessante messaggio dell’operazione emerga pienamente, piuttosto forzata rischia di apparire la parte finale con disseminazione di morti.

6

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