Spielberg: la recensione del documentario di Susan Lacy

Quello costruito dalla regista e produttrice è uno dei ritratti più completi ed emozionanti che si possano trovare sul regista di Cincinnati.

recensione Spielberg: la recensione del documentario di Susan Lacy
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Se siete tra coloro che sono nati tra gli anni Ottanta e i Novanta, la vostra infanzia sarà stata caratterizzata nella maggior parte dei casi dal mondo di fantasia e sentimento creato da un solo regista: Steven Spielberg. Non esiste persona sulla faccia della Terra che non strabuzzi anche solo per un momento al suono del suo nome, un uomo che all'età di 20 anni ebbe il privilegio di dirigere Joan Crawford e non sfigurare affatto, che dopo aver realizzato quattro pellicole era già il filmmaker che aveva incassato di più nella storia del cinema. Come si racconta allora il fenomeno Spielberg? Susan Lacy ha provato a rispondere a tale domanda con uno dei più completi ritratti, umani e professionali, che si potessero realizzare su quello che è universalmente noto come uno dei più potenti uomini di Hollywood e contemporaneamente uno dei talenti più genuini che la settima arte abbia partorito. Lo fa scandagliando con cura e sensibilità varie fasi della carriera del regista, dai primi grandi successi, i moderni blockbuster, alle collaborazioni con gli amici di sempre (Martin Scorsese, Brian De Palma, George Lucas), dai traumi familiari al rigetto delle sue origini ebraiche, passando per il riconoscimento internazionale e la definizione della sua persona anche in qualità di grande produttore.

La ricerca di un'identità

"It was the first time, seeing a movie, I realized that there are themes that aren't narrative story themes. There are themes that are character themes, that are personal themes. That David Lean created a portraiture, surrounded the portrait with a mural of scope and epic action, but at the heart and core of Lawrence of Arabia is ‘Who am I'". Inizia così il documentario intitolato semplicemente Spielberg, in cui il regista di Phoenix ricorda la sua prima visione di Lawrence d'Arabia, aggiungendo anche che al termine della visione aveva abbandonato il desiderio di diventare regista a sua volta. Perché mai? "Il livello si era innalzato troppo. Non avrei mai potuto realizzare qualcosa di meglio". In quel preciso momento, un montaggio di alcune delle più emozionanti sequenze di Steven Spielberg a formare la sigla confortano lo spettatore e gli ricordano che la realtà è andata diversamente e che quello spettatore impaurito dalla magnificenza del cinemascope del film di Lean è riuscito a superare i suoi demoni e le sue insicurezze e a diventare un grande costruttore di sogni, avventure, drammi per famiglie, drammi per adulti, senza mai perdere contatto con quello stesso bambino uscito sconfortato dalla sala cinematografica, che lo motiva film dopo film a dare il meglio di sé.

Un successo planetario e immediato

Il 20 giugno 1975, al termine di una lunga e travagliata produzione, sbarca nelle sale americane Lo squalo. Nel giro di pochissimo tempo, il film ottiene un successo clamoroso diventando presto il film con il maggiore incasso nella storia del cinema fino a quel momento. I costi di produzione - elevati visti i numerosi guai in sede di riprese e a causa della scelta di girare nell'oceano anziché in studio - furono recuperati in meno di due settimane e il film terminò la sua corsa con un guadagno di 123 milioni di dollari, che catapultarono il giovane regista sotto l'occhio del ciclone mediatico. La pressione a qual punto era così elevata sulla pelle di Spielberg che l'unico tarlo era ripetere il successo con qualcosa di ancora più ambizioso. Ecco quindi arrivare Incontri ravvicinati del terzo tipo, costato il doppio del film precedente, ma meritevole di un successo più vasto. Nelle varie interviste fatte al regista, egli definisce quest'ultimo il suo film più personale fino ad allora, non sorprende quindi che sia anche il primo progetto che vede il suo nome comparire anche nella sceneggiatura. Gli echi dell'infanzia di Spielberg sono disseminati un po' ovunque, dalla descrizione dei figli al rapporto tra spiritualità e fanatismo che attanaglia il protagonista ("a quel punto della mia carriera io ero esattamente come Roy Neary"). Tuttavia, se il successo de Lo squalo gli aveva donato una sicurezza invidiabile, quello di Incontri ravvicinati aveva accresciuto in maniera spropositata l'ego di Spielberg, che a quel punto si sentiva invincibile ("Sentivo di poter realizzare qualsiasi cosa, quindi perché non una commedia").

Il primo fallimento e il sostegno del Movie Brats

Alla fine del 1979 arrivò il fatale passo più lungo della gamba, con Spielberg che probabilmente si accorse troppo tardi di non possedere la sicurezza necessaria o l'indole folle e goliardica di altri registi a lui contemporanei (si pensi a John Landis) per costruire una solida ed equilibrata commedia, a dimostrazione di come sia il genere più difficile in assoluto. 1941 - Allarme a Hollywood non fu il disastro che si disse in giro, ma all'interno del sistema di blockbuster che Spielberg aveva contribuito a creare la portata dell'insuccesso fu ampia (il film costò più di Incontri ravvicinati e incassò meno di tre volte tanto). È qui che uno dei membri del Movie Brats (gruppo di registi amici che comprendeva anche Scorsese, De Palma, Coppola), George Lucas, venne in aiuto dell'amico e gli propose un'idea. "Lui voleva realizzare un film alla James Bond e io gli dissi: ‘Ho qualcosa di persino meglio". Nacque così uno dei personaggi più memorabili del cinema d'avventura moderno: Indiana Jones. Sebbene oggi sia ampiamente riconosciuto come uno dei più bei film in carriera di Spileberg, il documentario della Lacy sottolinea a ragione che all'epoca accettare quel progetto fu un grosso passo indietro per il regista, perché si trattava di una produzione minore (non superava i 20 milioni di budget) e fu lo stesso Lucas a convincere la Paramount ad ingaggiare Spielberg, il quale era noto per sfondare spesso i propri budget. L'accordo tra i due amici prevedeva anche la regia di altri due film, che poi divennero Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l'ultima crociata.

Spielberg e la critica


Giunto alla metà degli anni Ottanta, Spielberg era reduce dai successi planetari della saga con Harrison Ford, di E.T. - L'extraterrestre, ma era lontano dall'essere appagato professionalmente. La critica, infatti, lo indicava sempre come "il tizio che incassa", o "quello dei grandi film per la massa", non accorgendosi affatto che il motivo per cui i suoi film incassavano così tanto era uno spiccato talento nell'intercettare i gusti del pubblico, che divenne il suo pubblico. Il primo tentativo "serio" fu Il colore viola, gran successo di pubblico con pioggia di nomination agli Oscar (ben dieci), ma nessun plauso critico, che anzi gli rispose per le rime. L'impero del sole rese chiaro a tutti che Spielberg era in grado di addentrarsi verso un livello più maturo di filmmaking, ma senza perdere quel tratto infantile, finanche ingenuo, che caratterizza la sua personalità. La svolta decisiva e il riconoscimento unanime arrivarono sei anni più tardi, quando il 30 novembre 1993 fu proiettato per la prima volta Schindler's List. Susan Lacy è abile nel descrivere e ricostruire tutte le vicende produttive della pellicola, di quanta sofferenza generò nella normale routine lavorativa del regista e di come quel progetto servì in qualche modo a riconciliare Spielberg con le sue origini ebraiche e tutte quelle tradizioni che da ragazzo aveva rigettato.

La consacrazione

Diviso sostanzialmente in due blocchi ben precisi (un prima e un dopo Schindler's List), il secondo di questi tratta dello Spielberg che conosciamo oggi, il regista e produttore affermato e il più noto a livello internazionale e mediatico, che anno dopo anno non smette di lanciare una sfida a se stesso e riadattare all'oggi quei temi che da sempre gli gravitano attorno. Dopo la sua seconda più grande sfida, Salvate il soldato Ryan (le cui fasi produttive sono ricostruite grazie alle fondamentali testimonianze di Tom Hanks e Janusz Kami?ski), fu la volta di rielaborare la nuova fase che l'America stava affrontando all'inizio del nuovo millennio: la minaccia terroristica. Vengono così passati in rassegna film emblematici di tale conflitto come Minority Report (con il suo ammiccamento verso gli arresti preventivi di cittadini musulmani), La guerra dei mondi (in cui la metafora di H.G. Wells calza a pennello) e specialmente Munich (in cui viene condannata ogni forma di vendetta privata). Il culmine di quest'ultima fase è quindi rappresentato da due film che raccontano l'America dal punto di vista dell'integrità morale e politica di alcuni individui straordinari come Abraham Lincoln e il James B. Donovan de Il ponte delle spie, due lavori in cui tutte le speranze di un bambino vengono messe in pratica in una realtà ostile e per niente consolatoria, che fanno di Spielberg un uomo più maturo e consapevole dei propri anni, ma con un occhio sempre attento ai suggerimenti di quel bambino che nel 1962 usciva da una sala cinematografica che proiettava Lawrence d'Arabia.

Spielberg Spielberg di Susan Lacy è uno dei ritratti più completi ed emozionanti che si possano trovare sul regista di Cincinnati, ricco di testimonianze inedite e tra le più variopinte, tra cui quelle fondamentali di Martin Scorsese, Brian De Palma, George Lucas e Francis Ford Coppola. La ricostruzione prima di tutto dell’uomo, con le sue sofferenze legate al passato, a una famiglia segnata dal divorzio dei genitori, e poi della figura professionale, che ha fatto e continua a fare la storia del cinema, dai primi grandi successi alla consacrazione anche a livello critico. Imperdibile per ogni appassionato che si rispetti.

7.5

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