SpiderMan 3, la recensione del film con Tobey Maguire

Una ragnatela ben intricata, per chiudere a dovere una trilogia fumettosa. La recensione di SpiderMan 3 con Tobey Maguire.

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"Ecco perché solo gli scemi sono degli eroi! Perché non si può mai sapere quando qualche pazzo ti propone un giochetto sadico! Fa la tua scelta... Sam Raimi." Scegli: Venom o Sandman? La riproposizione della saga del simbiota, o di quella di Harry Osborn? Perché tutto non ci sta, lo sai anche tu. I fan? Sì, i fan ti uccideranno se non farai vedere Venom, ma come si dice, da un grande potere derivano grandi... Ok scusa. Dai, togliamoci il cerotto, un bello strappo... Venom o...?
Sam Raimi ritorna, lui e la sua passione per il nostro amichevole Arrampicamuri di quartiere. E si vede. Abbiamo il sacrosanto dovere di ammettere che, risultasse anche il peggior film della storia, il buon Sam lo ha girato con tutto l’amore che avrebbe messo ne L’Armata delle Tenebre. Ma se nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione l’attaccamento del regista al personaggio, qualcun’altro esprimerebbe invece volentieri un flebile dubbio riguardo la spinosa faccenda della troppa carne al fuoco. D’accordo, non esistono equazioni, al cinema. Nessuna regola, nessuna certezza. Ma per assurdo, solo per un attimo, proviamo a sommare tre nemici storici di Spider-Man, tra cui Goblin e Venom, ad aggiungere la lotta interna dell’eroe, provocata dal costume alieno che porta con sé, e non dimentichiamo Gwen Stacy, la storica defunta fidanzata di Peter Parker (tale fu nel fumetto), o il rapporto con Mary Jane, nella trasposizione hollywoodiana da sempre amata del protagonista: lampante come il materiale possa, da solo, bastare ad una trilogia. Ecco, il buon Sam decide di racchiudere il tutto in 2 ore e 20 minuti: è legittimo l’insorgere di incertezze.
Eppure ci si avvicina a questo film con aspettative disparate, ma sempre, in un certo qual modo, positive. Chi vuole spettacolo, chi vuole intrattenimento, chi vuole conoscere gli sviluppi futuri della storia del buon Pete: e ancora, chi vuole rivivere le emozioni di anni fa, provocate da un eroe così umano e così genuino, o chi, molto più semplicemente, va a vedere il terzo film della serie spinto dall’inerzia dei precedenti capitoli. Tante persone e, curioso, un denominatore comune: la quasi totale certezza di sapere cosa ci si troverà davanti, appena le luci caleranno. In un film tratto da un fumetto c’è l’eroe, c’è il nemico, c’è la storia d’amore perfetta. Il bianco (rosso?) e il nero. Luce e ombra. Tutto semplice. Anche Peter Parker continua a ripeterselo.

Di semplice in Spider-Man 3 non c’è proprio nulla. E cigola in modo preoccupante fin da subito l’ipostatica impalcatura che sorregge l’idilliaco quadretto dipinto da Peter ad inizio film: sono un idolo, tutti mi vogliono bene, ho una ragazza da urlo, il lavoro va alla grande, la mia vita è una figata. E non serve certo un improbabile meteorite, involontaria cavalcatura intergalattica di una forma di vita aliena di non meglio specificata natura, che atterri leggiadro e sempre senza disturbare, che non si sa mai, proprio di fianco all’innamorata coppietta (formata dal nostro protagonista e la fidanzata, Mary Jane Watson), per farci capire che la vicenda è ben presto destinata ad una brusca sterzata narrativa. Se Spidey infatti è apprezzato, amato e idolatrato, così non è per la povera MJ, impossibilitata alla carriera teatrale per via delle critiche mosse alle sue capacità canore: e avere una relazione con un supereroe, troppo impegnato a salvare avvenenti fanciulle, putacaso sue compagne di università, elargitrici di appassionati baci in mondovisione ai propri ragneschi salvatori, sicuramente non aumenta le prospettive di una facile o rapida risoluzione dei propri problemi. Soprattutto se il fidanzato in questione è troppo occupato a parlare e del proprio alter ego, per notare le necessità della dolce metà. Questioni effimere, quando, come Peter, si ha già deciso di voler sposare la propria ragazza. Non si immagina certo che lei non sia esattamente della stessa idea, o che il proprio migliore amico, nello specifico Harry Osborn, decida di mettersi a volteggiare tra i tetti dandoci la caccia per vendicare il deceduto padre. O che l’assassino del proprio amato zio si riveli latitante, e, in seguito ad un incidente, improvvisamente padrone di un immenso potere che gli permette di modificare la densità della sabbia e di utilizzarla come una temibile arma. Tutte problematiche stressanti, e quando la sostanza aliena avvolge nottetempo il nostro eroe, portatrice magnanima di grandi poteri e di gusto nel vestire, è per lui naturale volersene servire per ottenere vendetta. Non sembra inizialmente importare molto il fatto che tale sostanza, una sorta di parassita, accresca anche l’aggressività del portatore: anzi, quando le cose con Mary Jane precipitano, avere un costume in grado di far sentire sciolto e disinibito anche il più imbranato tra i timidi può risultare ben utile. Per esempio per sbugiardare un fotografo imbroglione, che spaccia per vere foto che ritraggono Spider-Man nell’atto di rubare, e salvaguardare così la reputazione dell’eroe e il lavoro del fotografo dietro la maschera. O per fare ingelosire Mary Jane. Ma quando la situazione si fa pesante, e le parole della saggia zia May fanno comprendere a Peter di essere cambiato, e non in meglio, allora giunge per lui il momento di liberarsi della creatura che ha preso il sopravvento. A questo punto però, potrebbe non essere più cosa facile. E anche riuscendo, non è detto che la creatura, rifiutata e umiliata, non decida di vendicarsi...
A mente lucida, si apre un mondo di verità di fronte a Peter: le persone che gli stanno attorno soffrono, e a tratti per colpa sua; coloro che credeva di poter classificare come cattivi, si rivelano vittime della propria sorte. Forse, per Peter Parker e per tutti, la strada per giungere al perdono passa attraverso la comprensione.

Bene, per molti questo Spider-Man 3 equivale a respirare, come dopo mesi di fiato trattenuto. Tale era l’attesa per il film, infatti, che di certo, anche non fosse in ultima analisi piaciuto, al suo passaggio lascia una sensazione di libertà, quasi come dopo aver dato un esame, indipendentemente dal risultato. Risultato che, più che mai parlando di ragni al cinema, lascia interdetti: si entra tranquilli in sala, confidando nella visione del buon Sam Raimi. Eppure il volo verso i titoli di coda non è dei meno turbolenti, e più di una volta avvisiamo l’impulso di allacciare le cinture. O quantomeno di chiedere al pilota se va tutto bene. E i nuvoloni di tempesta nascono proprio laddove i primi due film potevano vantare un punto di forza: la regia. Sì, perché se l’intelligente ingenuità che contraddistingue i due lungometraggi sull’eroe newyorkese, o più in generale il cinema di Raimi, risponde all’appello con la consueta freschezza anche a questo giro, manca il coagulante a rendere scorrevole e ritmato l’incedere della vicenda.
Di certo gli interpreti chiamati in causa non peccano. Che Peter Parker è Tobey Maguire, si potrebbe tranquillamente dire, e se la sua capacità scenica trova una china insormontabile, basta un primo piano a toglierlo dall’imbarazzo. Kristen Dunst, nei panni una Mary Jane molto umana, invidiosa quanto comprensiva, meschina quanto protettiva, ha certo voluto spazio per sé, ma ne ha fatto buon uso. James Franco ci regala un Harry Osborn che funziona, soprattutto in duetto con Tobey Maguire. Citiamo Bruce Campbell che, onnipresente, assicura l’immancabile siparietto comico di intermezzo. Topher Grace non esce da un ruolo comprimario, e lascia l’amaro in bocca col suo svogliato tentativo, che va a sprecare forse l’unica chance di un Venom relegato in fondo.
Rimane insoddisfazione, tuttavia, quando una situazione che sa articolarsi tra i generi o strizzare loro l’occhio (commedia, drammatico, horror, comico), non è supportata dalla cura cui ci aveva abituati il regista nelle sue opere precedenti. Momenti di indubbio valore, di grande impatto emozionale (impossibile non ricordare la toccante "nascita" di Sandman, o Peter pieno di sé che balla nel locale), rimbalzano e si rincorrono senza una metrica precisa, abbandonati a se stessi e privi di un montaggio degno di tale nome. Il ritmo stesso, incapace di prendere corpo, è avvisaglia dell’incapacità organizzativa sottesa alla narrazione. E così ci si trova ad assistere a un susseguirsi di scene che prese da sole rivendicano loro potenza cinematografica, ma, fortemente plasmate, risultano incapaci di incastonarsi le une con le altre, quasi restassero poche tessere di un puzzle che lascia intravedere, malinconico, un disegno che avrebbe potuto essere magnifico.
Il viaggio dentro di sé, alla catartica riscoperta e comprensione altrui, rimane un tema granitico, perfettamente e metaforicamente interpretato dal sublime personaggio di Sandman/Flint Marko (trasportato dal vento, in balia del Destino, peraltro un'ottima prova di Thomas Haden Church), ma ancora è sommerso nel dilagare di materiale inerziale formato da scene spesso inutili, scene che risulta incapace di cementare tra loro. Di qui la necessità di sottoporci a situazioni tanto fittizie quanto fallimentari nel loro tentativo di giustificare un susseguirsi altrimenti poco comprensibile: ci si ritrova così tristemente a dover accettare maggiordomi mai visti prima che si dichiarano detentori della verità, a improbabili alleanze supercriminali o a cadute di meteoriti che risulta un eufemismo definire (s)fortuite.
Sam Raimi qui si perde, a tratti carpendo e a tratti sfuggendogli la semplicità lineare che rende i suoi film speciali, sinceri. Sam Raimi, l’unica vera vittima di Venom: ombra sovrastante e imprescindibile, il personaggio tanto voluto ruba minuti preziosissimi ad un’opera che nei tempi ci sta stretta, ad uno stanco cantastorie che ha altro da dire. Sam Raimi, che evidentemente non sa dire di no.
Soddisfatta la frustrazione di chi si aspettava, a buon diritto, il tocco da maestro per concludere la trilogia, occorre compensare. E i motivi per elargire complimenti all’opera non mancano, a partire dagli effetti speciali, impeccabili per tutto il film, che ci regalano i migliori combattimenti in computer grafica mai visti, scene costipate, inquadrature mozzafiato e ambientazioni toccanti. La trama stessa, sebbene frettolosa e forse poco convincente nel finale, risulta molto godibile: per non parlare poi delle goliardiche risate che la pellicola strappa, in più di un’occasione, alla sala. Ma il vero merito del film, al di là di ogni aspettativa, è la rappresentazione veramente riuscita del lato umano dei protagonisti. Peter Parker, Mary Jane, Flint Marko sono talmente veri che è impossibile non provare nulla nei loro confronti: il primo diviene pieno di sé e incapace di guardare a chi gli sta vicino, la seconda attraversa momenti di reale solitudine e umana frustrazione; il terzo vive da uomo incapace di fuggire al proprio destino. Segue a ruota la vicenda di Harry Osborn, mentre distaccata, marginale, troviamo la fastidiosa ed inutile presenza di Eddie Brock/Venom (dissimile peraltro dall’originale fisicamente quanto caratterialmente: ma se è accettabile un Venom dalla corporatura minuta, e senza il caratteristico linguone, non è possibile passare sopra una resa vocale imbarazzante), e quella della macchietta Gwen Stacy, evidente tributo del regista alle "bionde" di tutto il mondo.
In definitiva una troppa fretta nel confezionare l’opera, una mancata cura che in presenza di tante variabili risulterebbe imperativa, un montaggio poco riuscito e un Venom di troppo rendono quello che poteva essere un grandissimo film un racconto di buon livello, ma che certo deve chinare il capo, colpevole, ai primi due capitoli.

Spider-Man 3 Un film godibilissimo, assai valido a tratti, che soffre di diverse pecche a livello tecnico. Peccato, perché Raimi ci aveva abituato ad altro, forse viziandoci. Certo è che notare, vaga, l’impronta genuina del regista far capolino nella confusione provocata dalle troppe vicende, farà maggiormente rimpiangere il mancato centro a parecchi.

7.5

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