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Spider-Man: Far From Home, la recensione: credere nei supereroi

Consapevole com'è dell'eredità post-Avengers: Endgame, dei personaggi e dei toni, il nuovo film di Jon Watts è uno dei migliori traguardi del MCU.

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Tutto inizia con un "blip". All'apparenza potrebbe sembrare un verso senza senso, in realtà si tratta del nome ufficiale che i Marvel Studios hanno voluto dare all'evento della scomparsa improvvisa dall'esistenza di metà della popolazione mondiale e successivo ritorno a cinque anni di distanza. Come promesso, infatti, Spider-Man: Far From Home apre spiegando il paradosso venutosi a creare nel mondo reale, dove i sopravvissuti alla Decimazione sono invecchiati regolarmente e i "blippati", invece, no.
Più che approfondire la questione, a dire il vero, il cinecomic parte subito con molta ironia, dimostrandosi sequel diretto di Avengers: Endgame ma in tutto e per tutto secondo capitolo dello Spider-Man con Tom Holland, dunque dall'animo leggero e adolescenziale, tanto che appena dopo l'incipit si entra già nel vivo dei problemi di cuore di Peter, della preparazione per la gita scientifica in Europa fino alle perplessità legate all'importante eredità morale e supereroistica lasciatagli da Tony Stark.

A circa un anno dal sacrificio del mentore e amico, dall'addio alle armi di Captain America e dalla tragica scomparsa di Vedova Nera, il mondo intero aspetta con trepidante attesa il "nuovo Iron Man", la figura che possa sostituire con carisma e coraggio il nobile animo intrepido e senza macchia dell'Uomo di Ferro, morto per la salvezza dell'Universo.
Con una nuova minaccia globale rappresentata dagli Elementali, Nick Fury e le persone vicine a Peter cominciano a guardare proprio lui come successore designato, mentre il ragazzo pensa esclusivamente a conquistare MJ (Zendaya) e godersi la sua età in quello che, sorprendentemente, è uno dei migliori e più riusciti traguardi del Marvel Cinematic Universe finora.

Profonda leggerezza

Nell'indecisione, spesso aiuta prendere una scelta drastica, e Spider-Man: Far From Home fa proprio questo: prende soprattutto le parti di toni spensierati e leggeri dall'inizio alla fine. C'è di fondo questa chiara volontà di non tradire l'adolescenza dei personaggi e portare sul grande schermo il miglior Spidey possibile, sfruttando a dovere l'escamotage della gita e ogni stimolo narrativo correlato, dalla scioltezza dei professori-accompagnatori (esilaranti) alla nascita di amori sciocchi e improvvisi, fino ad arrivare alla fughe notturne e alla vita da turisti dura e pura.
Più che in Spider-Man: Homecoming, l'ironia che permea il cinecomic di Jon Watts è qui ancora più centrale e a tratti piacevolmente esasperata, senza però mai andare incontro all'effetto Thor: Ragnarok, relativo a un gusto spinto verso l'improvvisazione e la battuta non-sense. È un fare commedia differente, ugualmente consapevole e funzionale ma molto più costruito, interamente impalcato su dialoghi e confronti anche abbastanza lunghi, capaci di divertire portando avanti con intelligenza la trama.
In Far From Home si ride, e pure tanto. È stato piazzato dopo Avengers: Endgame con il chiaro intento di controbilanciare a dovere l'effetto nostalgia a stretto giro per i tragici eventi del capitolo finale dell'Infinity Saga, soprattutto del sacrificio di Tony, che il cinecomic mette proprio al centro della narrazione.

Jon Watts è infatti doppiamente vincente, in questo caso: da una parte tira le fila della Fase 3 del MCU, adoperandosi alacremente nell'inserire in contesto le conseguenze più importanti (fisiche o morali) della Fine dei Giochi; dall'altra, invece, confeziona con disarmante facilità una commedia ritmata, lunga e dinamica dedicata all'Arrampica-Muri Marvel, vincendo praticamente su tutta la linea la sfida con il personaggio e con se stesso.

Superando le ambizioni di Homecoming e ideando un incredibile superhero trip movie quale è Far From Home, trasponendo su schermo la brillante sceneggiatura di Chris McKenna, il regista riesce nel difficile compito di regalare ai fan un titolo che resta una piuma anche quando si fa pesante, capace dunque di essere intelligente e profondo pur abbracciando senza soluzioni di continuità toni divertiti e piacevolmente teen, arrivando anche a raccontare il peso delle responsabilità, il valore della fiducia e la fragilità del mondo che ci circonda.

Credere nel mantello

Spider-Man: Far From Home è comunque molto più stratificato di una commedia tout-court. Dentro al teen movie e al viaggio in Europa, infatti, assistiamo anche al primo, mitico incontro tra Peter e Nick Fury (Samuel L. Jackson), che tentando più volte di contattarlo inutilmente, visto che il ragazzo non vuole proprio saperne di salvare il mondo da solo, si vede costretto a fare un'improvvisata a Venezia, prima tappa europea. Tramite il capo dello S.H.I.E.L.D., Spider-Man fa la conoscenza del nuovo, affabile e misterioso alleato, Quentin Beck, già soprannominato dai compagni di Peter Mysterio dopo essere apparso su tutti i notiziari.
Dice di provenire da un'altra dimensione, di aver perso la sua famiglia a causa di quelli che chiama Elementali, esseri citati anche nella mitologia e capaci di diffondersi sulla Terra come un virus fino a consumarne tutta la vita. La minaccia è seria e il solo apporto di Mysterio non è sufficiente alla causa, portando Spider-Man a entrare nell'equazione per sconfiggere questi mostri d'aria, acqua, terra e fuoco tra Praga, Venezia e Londra.
Il rapporto tra Peter e Quentin si solidifica velocemente e il secondo si dimostra un ottimo amico e confidente, persino una spalla su cui piangere per il nostro tormentato eroe, che comincia infatti a vedere in Mysterio quello che crede di non poter essere lui: il degno successore di Iron Man.
Persino il costume, la pettinatura e la barba gli ricordano Tony, il che lo porta a credere nelle abilità, nel dolore della perdita e nella tenacia del nuovo alleato, con cui combatte spalla a spalla in alcune entusiasmanti e ben coreografate scene d'azione.

Insieme sono protagonisti di almeno due sequenze assolutamente magistrali, che ricordano da vicino i fumetti di Steve Ditko, quei giochi di sovversione della realtà tra l'onirico e il faceto che rendono il personaggio di Jake Gyllenhaal sofisticato e affascinante, anche quando ribaltato, perché funzionale al progetto di Watts e alla conclusione della Fase 3 del MCU.
Un cinecomic inatteso e straordinario, Far From Home, ricco di inventiva, cambi di passo e mix tonali, una solida e illuminata regia e una consapevolezza onestamente incredibile. Per quello che fa, per come lo fa e per quanto è meravigliosamente cosciente di ogni cosa, dalle atmosfere ai personaggi, finanche della dura eredità post-Avengers: Endgame, Spider-Man: Far From Home non è soltanto la migliore trasposizione cinematografica dell'eroe insieme a Spider-Man 2 di Sam Raimi, dato che nella sua essenza, tanto nobile, onesta e diretta, è anche un titolo di genere praticamente perfetto.

Spider-Man: Far From Home Spider-Man: Far From Home è uno dei più importanti traguardi del MCU finora. Il cinecomic di Jon Watts vive di una consapevolezza rispetto ai toni, ai personaggi e all'importante eredità post-Avengers: Endgame incredibile, riuscendo nel difficile compito di abbracciare una certa profondità emotiva pur restando sempre e comunque commedia, una piuma anche quando pesante. La spensieratezza dell'adolescenza in viaggio è la prima chiave di lettura del sequel di Homecoming, seguita immediatamente dal peso delle proprie responsabilità, dal valore della fiducia e dal bisogno di credere in qualcosa, che sia amore, amicizia o un "mantello" che, svolazzando in aria, sia in grado di salvare il nostro fragile mondo dalle minacce. È anche un titolo dinamico e intelligentemente costruito, con almeno due sequenze con Spider-Man e il riuscitissimo Mysterio di Jake Gyllenhaal magistrali, vicine nell'anima allo stile di Steve Ditko, pura gioia per gli occhi e da spezzare il fiato. Non impeccabile ma quasi, come si addice ai migliori.

8.5

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