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Space Sweepers, la recensione della space-opera targata Netflix

Il nuovo lungometraggio di Jo Sung-hee è un tentativo non proprio riuscito di interfacciarsi con le grandi produzioni sci-fi americane.

recensione Space Sweepers, la recensione della space-opera targata Netflix
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Mentre l'Universo di Star Wars è in piena fase di revisione, tra serie tv e nuovi progetti cinematografici, e quello di Star Trek continua a espandersi a dismisura sul piccolo schermo, Netflix porta in Italia l'interessante Space Sweepers, opera cinematografica diretta da Jo Sung-hee che ha fatto parlare di sé per essere il primo blockbuster sci-fi sud coreano della storia del cinema. Trattasi infatti di un ambizioso progetto che guarda con fare intimidito alle produzioni americane, cugini che nel genere sono pressoché imbattibili, almeno per quanto riguarda i progetti live-action.
La storia del film è molto articolata e ricca di dettagli. Ambientato nel 2092, dove ogni foresta è ormai svanita sulla Terra, in piena fase di desertificazione, la potente UTS Corporation guarda oltre i confini del cielo, costruendo un eden orbitante per l'umanità.

Il fatto è che non tutta la popolazione mondiale può permettersi una rigogliosa vita nella cittadella edificata nell'orbita terrestre, e chi non ha denaro è costretto a vivere in un mondo morente dove anche le grandi metropoli sono avvolte da una fitta nebbia argilla, il che ricorda molto da vicino Blade Runner 2049. Le città sono comunque futuristiche, con grattacieli immensi e pieni di luci e macchine volanti ad attraversare gli spazi vuoti dello schermo, mentre l'Orbita UTS è un insieme di anelli e di strutture che vanno dalla Discarica alla Cittadella. Qui ci vive soltanto il 5% dell'umanità, mentre il 95% è sulla Terra, con il leader della UTS, James Sullivan, pronto ad annunciare la colonizzazione di Marte e la nascita di una nuova casa per la popolazione UTS. La storia del film segue però le azioni di questi spazzini spaziali, cacciatori di detriti di cui fa parte anche Tae-ho, la cui missione personale si scoprirà essere strettamente correlata alla sopravvivenza dell'umanità.

Spazzini Bebop

Il background ambientale e scenografico di Space Sweepers non si può descrivere in poche parole, va visto. È insieme una miscellanea di ispirazioni cinematografiche di genere che vanno da Total Recall al già citato Blade Runner, passando da un'idea di melting pot etnico e culturale moderno che va oltre le differenze, universalizzandole (soprattutto il linguaggio: si capiscono tutti grazie ai traduttori istantanei), e si conclude con un chiaro riferimento orientale e d'animazione in mente, il mitico Cowboy Bebop di Shin'ichiro Watanabe. Nell'iconica serie prodotta da Sunrise si parla di colonizzazione del sistema solare a causa di una Terra ormai quasi inabitabile, e il look che la contorna è proprio quello di una sorta di selvaggio west postmoderno e futuristico, con cacciatori di taglie e tutto il resto.
Space Sweepers si accosta alla serie non solo per gli anni d'ambientazione (Cowboy Bebop nel 2071) ma anche (e prima di tutto) per alcune scelte stilistiche legate ai costumi e alla struttura dell'Orbita Terrestre. A dire il vero, la Cittadella pensata da Jo Sung-hee sembra provenire soprattutto da Elysium, e anche le tematiche sociali paiono imitare di sana pianta il film forse meno riuscito di Neill Blomkamp, con questa elite umana ascesa sopra il cielo terrestre, in una sorta di Paradiso dove tutto sembra perfetto.

Ovviamente non lo è, così come il film stesso, che nel suo voler così prepotentemente imitare tanti stili diversi non riesce a trasmettere una sua decisa personalità, perdendo dunque carattere stilistico e disperdendo ottime idee narrative lungo l'intera (e forse eccessiva) durata del racconto.
Curiosamente, la sceneggiatura sembra imitare un insieme di detriti spaziali che ruotano a tutta velocità proprio attorno al corpo centrale della storia, destrutturati e uniti insieme soltanto dallo stesso percorso.

Le intenzioni iniziali sono pressoché intriganti, ma è il modo in cui tutto viene sviluppato a non convincere, perché la struttura narrativa e anche dialogica è curata superficialmente e l'evoluzione stessa dei rapporti tra personaggi e scene d'azione è a tratti basica e spesso confusionaria. Anche l'estetica non è sempre funzionale e appare puntualmente posticcia o plasticosa (tipico delle produzioni orientali), non aiutando la dinamicità delle sequenze action nella stragrande maggioranza delle occasioni.

Dove funziona bene, in contesto, è con il robot di bordo della Victory, la nave del protagonista. Bubs - questo il nome - è infatti il personaggio di gran lunga più interessante del gruppo ed è anche un gran combattente, tanto dal punto di vista militare quanto "umano", volendo cambiare gender e sentendosi una donna intrappolata nel freddo corpo di un robot uomo. Con lui/lei l'azione è piacevole e c'è almeno una sequenza davvero spettacolare nel mucchio delle scene tirate via senza colpo ferire.

A convincere è anche l'interpretazione di Richard Armitage (ve lo dicevamo: melting pot totale) nel ruolo del CEO della UTS, un appassionato mix tra Steve Jobs, Elon Musk e Al Gore che ha a cuore il destino dell'Umanità in quanto specie e non più il destino dell'Umanità reale, quella vivente, quella attuale, che considera colpevole di tutti i mali della Terra e che come un Dio ha deciso di escludere dal suo Eden, salvo rare eccezioni. Ricorda un po' da vicino anche la sua interpretazione di Francis Dolarhyde in Hannibal, il che lo rende un sociopatico pretenzioso e inquietante, tratti distintivi che non guastano mai per un villain.
In definitiva, "oltre le gambe" dovrebbe esserci di più: l'estetica di Space Sweepers e la sua dichiarata ambizione non bastano a colmare delle mancanze importanti ed evidenti sul piano della narrazione e della stessa sceneggiatura, che seppur buona dal punto di vista tematico non ha purtroppo una costruzione adeguatamente articolata e puntuale per essere del tutto completa, risultando appena sufficiente. Si tratta comunque del primo tentativo sud coreano di entrare a gamba tesa nel mondo della sci-fi internazionale, compito svolto con tanto coraggio per mascherare un'evidente paura del confronto con i tanti titoli con cui sarebbe stato comparato. Ne esce ammaccato ma in piedi, senza infamia e senza lode, più godibile che del tutto piacevole.

Space Sweepers Space Sweepers di Jo Sung-hee è il primo tentativo di blockuster sci-fi prodotto dalla Corea del sud e siamo sulla sufficienza piena. Avrebbe dovuto lavorare molto di più su di una sceneggiatura chiara e meglio articolata, forse affrontando meno storyline e tematiche dispersive e concentrandosi sul cuore pulsante del racconto. Purtroppo divaga e orbita senza sosta attorno a un costrutto semplice, proprio come i detriti spaziali che gli spazzini del titolo tentano di recuperare, mentre l'affascinante estetica è una miscellanea funzionale tra Blade Runner, Total Recall e Cowboy Bebop. Concettualmente, l'idea di trattare temi ambientalisti, di gender e sociali, oggi dirompenti in tutto il mondo, attraverso la space opera è ovviamente da applaudire, ma c'è poi modo e modo di farlo, e in questo caso c'è ancora molto da lavorare.

6

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