Source Code, la recensione del film di Duncan Jones

Intrattiene con intelligenza il nuovo film di Duncan Jones. Scoprite il resto nella nostra recensione di Source Code.

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I figli d'arte sono spesso vittima di pregiudizio. Molti, difatti, per un motivo o per l'altro, si fanno strada appositamente con un nome diverso da quello dei progenitori.
Tra questi, possiamo tranquillamente annoverare Duncan Jones, figlio nientemeno che del celebre musicista David Bowie. Classe '71, laureato in filosofia e cinema, Jones ha esordito sul grande schermo, dopo il corto del 2002 Whistle, con Moon, nel 2009. Una storia di fantascienza dai toni riflessivi e pacati, lontana dalle esagerazioni e dalle derive action a cui troppe volte il cinema di genere ci ha abituato negli ultimi anni. Con un budget finalmente adeguato al suo talento, Jones torna ora sul grande schermo con una storia che parla di scelte e possibilità...

Solo otto minuti

Ritrovarsi catapultati, di punto in bianco, dentro un'altra vita. Con soli otto minuti a disposizione per adempiere ad una missione sconosciuta e disperata. È quello che succede a Colten Stevens (Jake Gyllenhaal), capitano dell'esercito USA che si ritrova suo malgrado coinvolto in un esperimento antiterroristico top secret. Lui è l'agente all'interno del Source Code, sofisticatissimo programma che permette di rivivere realtà passate, all'interno del corpo di un'altra persona, nei suoi ultimi otto minuti di vita.
Chiaramente stranito e riluttante, Stevens è costretto a rivivere con angoscia e sempre maggiore partecipazione gli ultimi momenti di vita degli occupanti di un convoglio passeggeri, vittima designata di un attacco esplosivo. Chi è l'attentatore? Chi o cosa l'ha imprigionato in questa sorta di realtà virtuale? È possibile modificare il corso degli eventi? Le domande fioccano, le risposte latitano, il tempo stringe, prima che un ordigno nucleare smembri Chicago...

Fai valere ogni secondo

Nonostante la trama consentisse un approccio testosteronico alla realizzazione della pellicola, la sceneggiatura di Ben Ripley non si adagia sull'utilizzo facile dell'azione fine a sé stessa. D'altronde, da Jones non ci si aspettava niente di meno che un prodotto capace sì d'intrattenere, ma al contempo intelligente e ricco di spunti di riflessione.
L'argomento delle realtà parallele e dei paradossi spazio-temporali non è certamente un elemento di novità, ma il regista londinese lo sfrutta a dovere, riuscendo nell'impresa di non risultare scontato né retorico, andando invece a scavare nell'indole dei suoi personaggi, e nelle implicazioni mentali, sociali ed etiche degli stessi. E tutto questo senza che il ritmo del film ne risenta, cosa che costituiva il più grave difetto di Moon. Le situazioni non sono mai statiche, quale che sia l'ambientazione del momento: a bordo del treno, nella base militare sede del progetto SC o nelle stazioni ferroviarie coinvolte, la storia corre sul filo dei minuti, non lasciando mai allo spettatore la possibilità di uno sbadiglio. In tutto questo Jones è coadiuvato da un cast convincente, Gyllenhaal in primis, nei panni di un soldato ligio al dovere ma dal volto e i sentimenti molto umani. Denso di passione e speranza, il personaggio di Colten riesce subito a far breccia nello spettatore, che si immedesima in lui in una sorta di gioco di specchi. Buone anche le prove di Jeffrey Wright e Vera Farmiga, che interpretano due facce della stessa medaglia (al valore militare) ma che alla fine sembrano più due simboli che due personaggi. Ma il tutto è intenzionale, le storie che racconta Jones sono sempre molto allegoriche. A controbilanciare Gyllenhaal nelle scene sul treno abbiamo infine Michelle Monaghan, che bene si adatta ai ritmi della sceneggiatura e risulta molto credibile in alcuni dei momenti più 'delicati' della pellicola, dove sarebbe bastato poco al film per cadere come un castello di carte. Source code, difatti, giocando molto sulla reiterazione degli avvenimenti e sulle diverse reazioni degli astanti, rischiava di perdere appeal e senso facilmente, perdendosi in un marasma di universi paralleli che invece è solo rappresentato, ma non portato in auge, dalla visione di Jones. Il quale, molto acutamente, sceglie di alternare i tentativi di Stevens di salvare la situazione col suo bisogno di chiarezza, anche interiore, creando una dicotomia che funziona su schermo ma che è difficilmente replicabile nel cinema moderno.

Source Code Dopo un film bello ma difficile come Moon, Jones realizza un'opera di più ampio respiro e per un pubblico più vasto, non rinunciando comunque ad un approccio più fedele alla fantascienza classica che ai blockbuster odierni. Pur senza un cast stellare e chissà quali effetti visivi, il film si presenta ben girato e recitato, con pochissimi tempi morti e diversi momenti emozionanti non solo dal punto di vista dell'adrenalina, ma anche e soprattutto da quello umano, compreso un bellissimo finale dolceamaro che cala più che dignitosamente il sipario sulla storia. Fa piacere sapere che c'è ancora gente in grado di realizzare prodotti adatti al grande pubblico ma al contempo non banali, anzi, possibili fonti di dibattito e riflessione, come da intento originario della SF dei grandi autori, da Asimov a Dick.

7.5

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