Soul, la recensione del terrificante horror di Emir Ezwan

Dal Far East Film Festival 2020 arriva un horror folkloristico originale e spiazzante, lungometraggio d'esordio del malaysiano Emir Ezwan.

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C'è una casa malese più piccola della celebre baita di samraimiana memoria e sicuramente più fragile, una foresta più verde, più assolata e rigogliosa e un nucleo familiare molto più esile; c'è un mondo sospeso in un tempo che sembra non esistere, bloccato in uno spazio indefinibile tra presente e passato che al nostro occhio occidentale appare incontaminato, irraggiungibile, evocativo di immaginari che appartengono ad altri mondi; e c'è una bambina che sembra aver messo in pausa la vita ed è sia viva che morta allo stesso tempo, e un pugnale che affonda nel terriccio restituendo l'inconfondibile suono molle che fa la carne quando viene trafitta.
È così che inizia Soul, Roh nella lingua originale del malaysiano Emir Ezwan, che esordisce nel lungometraggio con un horror folkloristico di ottanta minuti che attacca subito e va dritto al punto senza badare a orpelli e suppellettili filmiche, asciutto e spoglio come l'interno della capanna al centro della vicenda: forse pure troppo, perché nel finale quell'asciuttezza rischia di ribaltarsi per un irrisolto che fa mordere le mani per il senso di vuoto che lascia, con un'assoluta economia di mezzi però Ezwan esalta le proprie risorse firmando un horror inconsueto e di forte impatto, che lascia presagire possibilità future molto interessanti.

Tre visitatori

È risaputo quanto il cinema del terrore sia cosa fertile nella vasta area indocinese e in generale in tutto il sud-est asiatico, grazie a un panorama di sensazioni e parabole di folklore ben più vasto di quello occidentale tipicamente basato su derive cristiane oppure socio-politiche, ma Soul sembra voler provare a ottenere qualcosa di diverso: fin da subito è chiaro l'intento del suo autore del ricercare l'atmosfera e non il momento, di insinuarsi piuttosto che spaventare, di costruire invece che giocare.

Al centro della vicenda una madre sola con due figli, una quasi adolescente femmina e un poco più che bambinello maschio: vivono nella giunga in una casetta di legno di canna essenziale e mansueta, ai margini di un villaggio che non vedremo mai e che potrebbe benissimo appartenere a un'altra dimensione per il senso etereo che trasmette la camera di Ezwan. Il sostentamento dei protagonisti viene dal carbone, dal raccolto, dalla pesca e dalla caccia, e un mattino i due membri più giovani del trio, ispezionando una trappola per animali ai confini della proprietà, si imbattono in un misterioso e inquietante segno contro natura che non staremo qui a svelarvi e che già azzanna la mente dello spettatore, tanto è fuori contesto e ‘sbagliato', a metà tra lo stupefacente e il terrificante.
È il primo presagio di una quotidianità destinata a frantumarsi, l'intrusione esterna di una realtà-altra che non appartiene alla vita dei protagonisti e che evidentemente è lì per avvertire di qualcosa in arrivo. Ma l'unica cosa che il regista ci svela è il gusto per l'ambiguità: chi sono la vecchia Tok che si presenta sull'uscio della piccola casetta con una profezia da rivelare, e chi è il cacciatore di lancia munito che arriverà poco dopo? Qual è il ruolo della bimba al di là della vita e della morte vista nel prologo? Ma, soprattutto, riuscirà la famiglia, già provata dall'assenza di un padre, a uscire indenne da questi venti di cambiamento?

Tra il rarefatto e il concreto

Nel suo essere rarefatto ma contemporaneamente alla ricerca del tangibile nell'etereo, con questa volontà di dare concretezza all'immateriale, l'approccio di Ezwan alla sceneggiatura (della quale è anche autore, per inciso) ricorda vagamente lo stile di Apichatpong Weerasethakul, mentre il circondario che fa da sfondo alla vicenda (una vicenda di piedi nudi nel fango duro e di reti di ceste da pesca negli stagni) restituisce quella concretezza del quotidiano che ha il cinema di Satyajit Ray, chiaramente declinato al demoniaco.

Alcune immagini fortissime hanno la capacità non tanto di rapire quanto di infettare, e gli effetti pratici usati sul set trasmettono il senso di un realismo-vero che sembra quasi voler fare a meno della sospensione dell'incredulità spesso richiesta dagli horror.
Lavorando con soli sei personaggi, divisi equamente tra bambini (Mhia Farhana e Harith Haziq nei panni dei fratellini Along e Angah, e Putri Qaseh, che impersona la bambina maledetta) e adulti (Farah Ahmad, June Lojong e Namron, che di mestiere fa il regista e che era già stato al Far East Festival nel 2018 col suo Crossroads: One Two Jaga... i cui effetti speciali erano stati curati proprio da Ezwan, solo per farvi capire l'orgoglio manifatturiero e casalingo dell'opera), l'autore lavora sapientemente sia con gli spazi interni che quelli esterni, prediligendo l'approccio visivo e la ricercatezza dell'immagine allo sviluppo dell'intreccio. Ci pare di aver colto un continuo richiamo alla forma geometrica del triangolo nella disposizione degli oggetti sullo sfondo o degli attori in scena, forse intesa per sottolineare il rapporto di dipendenza che lega i tre protagonisti ma da intendere possibilmente anche come gabbia, come limite fisico.
Senza addentrarci troppo nei particolari della sceneggiatura, ci basta dire che il concetto di metempsicosi sembrerebbe il punto focale di questo horror folkloristico malaysiano, che però pecca proprio in quanto a chiarezza.

Se per la quasi totalità del racconto infatti Ezwan lavora sui topoi e le tradizioni senza sbottonarsi, dimostrandosi più interessato al non detto e all'irrisolto che al colpo di scena, più al dubbio e al quesito che alla risposta, nel frettoloso finale si affanna a tirare dei fili che forse sarebbe stato ben più interessante lasciare aggrovigliati: la chiosa arriva come un colpo di mannaia alla fine di un fioretto, pare montata da un'altra opera e gli stessi personaggi non sembrano quelli visti fino a quel momento, improvvisamente chiacchieroni e desiderosi di raccontarsi. E, peggio ancora, è evidente che si stiano aprendo al pubblico, e non fra di loro.

soul-horror C'è un che di Apichatpong Weerasethakul nel suo essere rarefatto e nella volontà di dare concretezza all'immateriale, e il racconto di piedi nudi nel fango duro, di ceste negli stagni, restituiscono quella concretezza del quotidiano di un Satyajit Ray infettato dal demoniaco; denso di immagini fortissime che rapiscono lo sguardo e infettano lo spettatore, molto più interessato al non detto che al colpo di scena, l’esordio di Emir Ezwan pecca di inesperienza solo nei cinque minuti finali, quando è evidente il tentativo goffo e frettoloso di tirare tutti quei fili che invece fino a quel momento era stato così bravo ad aggrovigliare.

7.5

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