Soul, la recensione del nuovo capolavoro Pixar

Dopo la psicanalisi pre-adolescenziale dei sentimenti di Inside Out, Pete Docter torna in sala con un potente e meraviglioso inno alla vita.

recensione Soul, la recensione del nuovo capolavoro Pixar
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La 15esima Edizione della Festa del Cinema di Roma non poteva regalare apertura più sensata e attuale di quella scelta, con Soul di Pete Docter. Sarebbe dovuto uscire in sala tra un mese, il nuovo e atteso film d'animazione targato Pixar, ma la recrudescenza dei contagi da Coronavirus e la situazione non proprio rosea delle sale ha spinto Disney a spostare la release del titolo direttamente su Disney+ il prossimo dicembre, il giorno di Natale. Un giorno miracoloso per un film altrettanto meraviglioso che ha per protagonista Joe Gardner (Jamie Foxx), insegnante di musica in un scuola media e grande jazzista con il sogno di potersi esibire nei migliori locali di New York.

La musica è la sua "scintilla" e tra i tasti alti, minimi e centrali del pianoforte trova la sua completezza, il suo chakra della porta che lo trasporta direttamente in un'altra dimensione, perdendosi negli assoli, abbracciato ai suoni. È però a un bivio: accettare un posto di lavoro fisso con tutti i benefit o seguire il suo desiderio ed entrare in una famosa jazz band. Proprio nel momento di massima felicità, sopraffatto dalla gioia, Joe ha un incidente e la sua anima viene trasportata all'Altro Mondo, in cima alla scalinata per andare oltre.
La paura di andarsene senza aver realizzato i suoi progetti è comunque più forte dell'accettazione e della rinuncia, tanto da riuscire a "bucare" la parete dimensionale e finire nel pre-mondo, conosciuto come Io-Seminario ("siamo in fase di rimodernizzazione"). Ed è proprio qui, nello spazio pre-vita, che Joe dovrà scegliere chi diventare aiutando al contempo la pestifera anima in crescita 22 a trovare la sua scintilla.

Pixar ai massimi livelli

Ci eravamo fatti un'idea completamente sbagliata di questo straordinario Soul. Dai primi trailer e dal concept il film sembrava infatti imitare il costrutto di Inside Out trasportando il focus dalla mente e dalle emozioni guida al centro platonico e astratto dell'uomo, come poi suggeriva il titolo, e in parte è effettivamente così. La creatività di Docter continua questo percorso artistico e spirituale d'analisi della sfera umana, dando personificazione fantasiosa e ricercata alle anime, al luogo da dove vengono e al posto dove infine "friggono" come fossero zanzare attratte dalla luce, scomparendo in un attraente bianco cosmico.
Nel farlo, l'autore e il suo team di animatori imbastiscono uno spettacolo visivo di grande qualità, creando uno spacco netto tra realtà e oltremondo. La New York immaginata da Docter è sensibilmente veritiera: una metropoli che non dorme mai, ricca di suoni, colori, persone, possibilità. Una città che sembra sempre dipinta tra alba e tramonto, come a voler sottolineare i margini estremi dell'esistenza che abbracciano tutto il resto, quello che c'è dentro. Una stagione poco chiara e quasi se non totalmente improvvisata come l'autunno, esattamente come la musica jazz che nel film avvolge la "realtà" cittadina, composta dal musicista Jon Batiste.

Passando invece all'Io-Seminario le forme tridimensionali vengono sopraffatte da una geometria creativa più giocosa, che riduce al minimale personaggi, luoghi, composizioni - d'altronde siamo nel pre-mondo. L'ispirazione segue un modus operandi concettuale assolutamente superlativo che elimina il superfluo in modo sano e complesso. In questo senso, in contesto, siamo obiettivamente dalle parti di Inside Out anche per quanto riguarda alcune trovate della messa in scena (c'è persino una sorta di limbo delle anime, tipo quello dei ricordi), ma non tutto viene giocato in questo campo.

Qui c'è anche un interessante contrasto con la descrizione visiva di New York, dato che i colori si raffreddano, tutto diventa più calmo e morbido e i suoni si trasformano in elettrica, più torbidi e stranianti e guidati dall'esperienza di Trent Reznor e Atticus Ross, lasciandosi il jazz alle spalle. Insomma, un lavoro d'animazione davvero ricercato e sopraffino che va a braccetto con la profondità essenziale, commovente e universale dei temi trattati nella storia.

Life is the Spark

La differenza sostanziale che lo slega dalla struttura di Inside Out è soprattutto rintracciabile nella presenza di un vero e proprio racconto, con un inizio, uno sviluppo e una fine. In termini di scrittura Docter sembra scavare nel profondo della sua sensibilità autoriale per mettere in sequenza una sostanziosa quanto significativa mole di riflessioni personali sull'esistenza. I classici "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?" vengono però trattati con i guanti di velluto, approfonditi attraverso una metrica narrativa che cerca il semplice nel complesso, sfruttando soprattutto il potere della parola, la sinuosità della metafora visiva, la bellezza della musica.
Joe è poi un protagonista estremamente sfaccettato ed empatico in cui è facile perdersi e riconoscersi, esattamente come per l'indomita 22, l'anima problematica e in crescita che non ha ancora trovato una ragione per vivere e catapultarsi nel mondo. I due sono una coppia irresistibile e curiosamente problematica, molto più che in altri titoli dello studio, fattore che unito alla maturità delle tematiche trattate e alle pennellate adulte che macchiano visibilmente il racconto, rendono Soul un titolo sì valido per tutta la famiglia, ma rivolto con particolare amore a chi ha già un percorso mediamente importante alle spalle.

In verità si potrebbe persino parlare di scontro generazionale dell'esistenza: chi è precocemente alla fine e chi è ancora volontariamente all'inizio. Paure simili eppure contrarie costrette a sommarsi, confrontarsi, sopportarsi e infine aiutarsi. Si riempiono le une delle altre e mutano fattori, fino a una grande realizzazione. Soul parla ovviamente di anime: tormentate, ascese, brillanti, perdute. È un film universale dove ognuno può rispecchiarsi e rintracciare un particolare istante della propria vita da analizzare e mettere in campo insieme a quelli di Joe e 22.

Un momento in particolare racchiude in sé l'intero senso dell'operazione e della terapia animata di Docter, quello dove è impossibile trattenersi, dove è straordinariamente facile identificarsi e piangere per liberarsi nel mentre di una delle più rare e prodigiose carezze cinematografiche della Pixar. Quello dove c'è la caduta e la risalita e il calore dell'anima del film incontra quello della nostra, esplodendo in una composizione che è un vero e proprio inchino e inno alla vita nella sua mirabolante e misteriosa complessità. Come fosse un petalo che si stacca all'improvviso, sorprendendoci. Ed è lì che c'è tutta la piena realizzazione del capolavoro.

Soul Soul di Pete Docter è una delle più rare e prodigiose carezze cinematografiche mai regalataci dalla Pixar. La complessità formale e visiva del concept è straordinariamente ragionata sui margini della vita che abbracciano tutto il resto dell'esistenza, creando un contrasto superlativo tra realtà e fantasia, jazz e musica elettronica, corpo e anima che ha dell'incredibile. La cosa che affascina, commuove e colpisce di più è però il valore della scrittura, che tratta con i guanti di velluto gli articolati quesiti e sali e scendi che ci rendono umani, empatici e sensibili. Soul è calore della vita che incontra i caleidoscopici colori dell'anima. Un film di scintille e occasioni, cadute e riprese, realizzazioni e rinascite. Sincero, essenziale, bellissimo. Semplice eppure potente come un petalo che cade all'improvviso e ci sorprende.

9

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