Sono Tornato, la recensione: il ritorno del Duce nell'Italia d'oggi

Luca Miniero porta sugli schermi italiani il remake del film tedesco Lui è tornato, con Benito Mussolini al posto di Adolf Hitler.

recensione Sono Tornato, la recensione: il ritorno del Duce nell'Italia d'oggi
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Se un giorno vi venisse in mente di porvi la domanda su chi sia il regista italiano contemporaneo più affezionato al remake, che vi piaccia o meno questo tipo di meccanismo ormai consueto, e in alcuni casi eccessivo nel mondo del cinema, fra le prime risposte che potreste dare c'è sicuramente Luca Miniero. Il regista napoletano ha conosciuto il successo del pubblico e la sua prima regia senza la co-abitazione dell'amico e collega Paolo Genovese nel 2010, con il fortunato remake della commedia francese Giù al Nord, ribattezzata Benvenuti al Sud. Giocando con le più classiche contrapposizioni del Bel Paese, i differenti stereotipi tra Nord e Sud, Miniero con la sua vera opera prima realizza un prodotto godibile, senza grosse pretese, in grado di scardinare facilmente gli interessi dello spettatore medio, che infatti accoglie la pellicola con grande entusiasmo. Del resto il mix di elementi che servono per farsi benvolere dal pubblico ci sono tutti: cast principale di richiamo, gag semplici e caratterizzate con lo stampino del cliché, finale consolatorio.
Prevedibile il successivo ribaltamento di location: dal piccolo e soleggiato paesino campano di Castellabate a Milano e alla nebbia brianzola di Benvenuti al Nord. Nel sequel del 2012, Luca Miniero ripropone le stesse identiche situazioni, ribaltando lo spaesamento di uno dei due protagonisti (il ‘terrone' Alessandro Siani e il ‘polentone' Claudio Bisio). Memore di un successo commerciale così eclatante, Luca Miniero negli ultimi anni non ha abbandonato il genere e ha deciso di insistere su questo tipo di storie, strutturate attraverso i medesimi stereotipi del dittico d'esordio: sia Un boss in salotto (2014) che La scuola più bella del mondo (2014) giocano infatti proprio su questo tipo di contrasto, senza tuttavia lasciare il segno, nemmeno quando la scelta è di spostare la lente d'ingrandimento delle differenze culturali fra italiani e immigrati in Non c'è più religione (2016).

La dittatura del remake

Fedele al mantra del remake a tutti i costi o quasi, Luca Miniero torna al cinema due anni dopo la sua ultima fatica con un rifacimento di una pellicola tedesca di grande successo: Lui è tornato, uscita nel 2015 e diretta da David Wnendt.
La commedia teutonica, con protagonista Oliver Masucci, si basa sulla bizzarra e interessante idea di far tornare in vita uno dei personaggi negativi per antonomasia del Novecento, Adolf Hitler.
Scaraventato nella società contemporanea, il Führer si ritrova nel bel mezzo di una Germania completamente diversa da quella che aveva lasciato una settantina d'anni prima e, filmato da un reporter (Fabian Busch), inizia a essere scambiato per una perfetta imitazione del vero dittatore tedesco, diventando addirittura una star televisiva. Un successo straordinario al box-office e una ghiotta occasione soprattutto per il cinema italiano di farne una versione nostrana. Riproponendo la stessa formula del film di Wnendt, Luca Miniero sceglie di portare sul grande schermo Sono tornato, nel quale è Benito Mussolini (Massimo Popolizio) il controverso protagonista del XX secolo a tornare in vita. L'esoterico caso vuole che il Duce si ritrovi catapultato nei pressi della sequenza di un documentario che in quel momento sta girando il giovane e ingenuo Andrea Canaletti (Frank Matano).
Come nel film tedesco, anche in questo caso il semplice meccanismo drammaturgico di base è poggiato sulla contrapposizione tra due elementi agli antitesi: da una parte un personaggio d'epoca e di potere. Storico, discusso. Dall'altra la società odierna, con gli stereotipi del cambiamento dei tempi e con la tecnologia che, impossessatasi dei mezzi di comunicazione, ha assunto sempre più un ruolo centrale. Dittatoriale.

Il problema delle intenzioni e del risultato

Il film di Wnendt è tratto dall'omonimo best-seller di Timur Vermes, dal quale tuttavia prende solamente spunto, con un'idea alla base indubbiamente affascinante. Ma come per il film tedesco, anche Sono Tornato mostra davvero poco equilibrio tra lo spunto dal quale l'opera sorge, così delicato da maneggiare e contemporaneamente pregno di un potenziale ampio da sviluppare, e ciò che ne rimane alla fine.

Il livello grossolano della scrittura, così come la pericolosa semplificazione di determinati snodi narrativi, rendono il film ben poco incisivo e addirittura involontariamente di cattivo gusto, laddove lo spirito satirico e l'attrattiva dell'approccio grottesco è mal calibrata. Può risultare interessante la riflessione che si apre sulla superficialità dell'italiano medio manipolato dal potere dei mezzi di comunicazione, che siano i giornali dai titoli sensazionalistici o la TV buonista, qualunquista e retorica.
O sul cinismo con il quale il popolo è in grado di distogliere lo sguardo sulle malefatte storiche di un dittatore tanto da farne una star televisiva, è proprio da quest'ultimo aspetto, la retorica, che s'insabbia il personaggio di Benito Mussolini. Un personaggio fin troppo caricaturale, nell'interpretazione di un attore seppur valido come Massimo Popolizio. La banalità con la quale vengono inseriti nel contesto alcuni aspetti del fascismo e la superficialità esternata per misurare il livello di antifascismo nella società odierna attraverso il semplice escamotage del viaggio in lungo e in largo per lo Stivale di un uomo vestito come il Duce, sono difetti di non poco conto.

L'ingenuità di Canaletti è l'ingenuità del film

Il personaggio di Canaletti è l'emblema di un film che vorrebbe raccontare con ironia i paradossi di un Paese cieco, ingenuo, accondiscendente e costantemente in ritardo nella comprensione di ciò che accade intorno a lui. Come per il documentarista (poco incisiva la performance di Frank Matano), è solo l'evidenza che smuove gli animi e rintuzza con ipocrisia i giudizi.
Sono tornato è un film che vorrebbe essere qualcosa di più grande rispetto a ciò che realmente e concretamente si dimostra. Un film che lascia sullo sfondo troppi spunti inespressi. Spunti che concretizzano implicitamente il valore latente della pellicola di Luca Miniero, laddove gli scivoloni e la costruzione poco riuscita di alcune sequenze finiscono per soverchiare anche gli aspetti positivi, vagamente accennati e improvvisi.

L'ingenuità si mischia poi alla sensazione d'inadeguatezza che si percepisce nel cercare di raccontare col sorriso e l'ironia uno spaccato storico talmente sfaccettato, corposo e intricato. Un argomento a cui gioverebbe una solidità maggiore, una miglior padronanza dei codici del cinema grottesco e una spigliatezza differente per poter essere messo in scena attraverso gli stilemi più accurati e basilari della black comedy. Un prodotto furbo, dove il cinismo e le difficoltà vengono nascoste in favore di un opportunismo che viaggia con il sorriso stampato in faccia. Niente di così originale, in fondo, all'alba del ritorno del Duce sul grande schermo.

Sono tornato Sono Tornato è un remake che non riesce a sviluppare con sufficiente mordente e con la dovuta oculatezza le premesse iniziali e l’idea alla base della trama. Luca Miniero si conferma un regista propenso a lavorare su rifacimenti di pellicole estere di successo ma non riesce a regalare quel pizzico di originalità e una doverosa profondità alla tematica in gioco, cadendo nel tranello della retorica spicciola che diventa fastidiosa alla luce dell’argomento trattato. Il film lascia la sensazione di essere un’occasione sprecata, perché una maggiore consapevolezza e una solida capacità di maneggiare lo stile dell’irriverenza e della satira avrebbero conferito spessore e un interesse maggiore per l’intero lavoro.

5

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