I Soliti Idioti 3 Recensione: il ritorno del duo comico fallisce

Il duo comico torna nelle sale italiane dopo otto anni dalla parentesi dantesca, rimanendo incastrato in un purgatorio creativo.

I Soliti Idioti 3 Recensione: il ritorno del duo comico fallisce
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A volte ritornano, dopo dieci anni, demenziali e imbruttiti come una volta, hanno i tic di sempre, le stesse facce mostruose. I Soliti Idioti 3 lo dice fin dall'incipit con un Ruggero De Ceglie zombificato che fa ritorno dalla morte. È un incubo del figlio Gianluca ma è anche un avvertimento: Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio sono tornati dall'oltretomba, loro che l'inferno l'avevano frequentato nel terzo film al cinema con La solita commedia - Inferno, e che adesso tornano forse un po' a sorpresa a riempire le sale italiane. Cosa che evidentemente ha avuto successo economico visto che I soliti idioti 3 ha battuto anche Povere creature al box office italiano.

Le solite maschere

Probabilmente la metafora dello zombi che continua a camminare tra i vivi è quella più calzante per I Soliti Idioti 3 - Il Ritorno. Il duo comico sceglie ancora di puntare sul loro cavallo di battaglia Father & Son, di affidarsi agli (Im)moralisti, Gisella e Sebastiano, Patrick & Alexio, Fabio e Fabio e, sullo sfondo, gli imprenditori Jackson e Johnson.

Ruggero De Ceglie si risveglia dal coma dopo dieci anni, Gianluca nel frattempo si è autogestito trasferendosi in una casa ecosostenibile e al ritorno del padre cerca un modo per liberarsene, ma Ruggero non è della stessa idea. Marialuce e Giampietro tentano in tutti i modi di avere un figlio pur di essere accettati nella loro cerchia di amici. Sebastiano tenta di riscuotere la quota di un gratta e vinci presso gli uffici postali, ma Gisella è un problema insormontabile. Patrick & Alexio si ritrovano in mezzo a una paternità condivisa che non sanno come gestire. Fabio è alle prese con il superamento della separazione con il suo amato omonimo.

Quelli de I Soliti Idioti 3 - Il Ritorno sono personaggi nati in seno a un altro decennio, maschere generate e plasmate dalle storture di anni passati. Sia chiaro, alcuni elementi sono ancora estremamente attuali, perché in fondo alcuni atteggiamenti appartengono atemporalmente al mostro di un'italianità fatta di ossessione per le apparenze, di una burocrazia lenta e inaccessibile, di realtà periferiche difficili. Biggio e Mandelli, in questo senso, fanno una buona opera di rappresentazione iperbolica dei mostri del Bel Paese, un lavoro antropo-linguistico centrato nella replica dei comportamenti e dei modi del parlare: il moralismo malleabile (e secondo convenienza) di una borghesia deforme e vuota, il lessico volgare e limitatissimo di giovani provenienti da contesti emarginati, la negligenza del posto fisso sacrosanto e intoccabile.
C'è poi una critica all'assuefazione al consumismo che si traduce nell'incapacità di scegliere i prodotti da comprare, nell'acquisto compulsivo di prodotti superflui; ancora una condanna a un'omofobia che si aggiorna spostando il fastidio provocato dalla parola "omosessuale" verso il termine "fluido" (che ai denigratori fa ancora più paura nella sua non binarietà).

Probabilmente, in termini concettuali, ne I Soliti Idioti 3 la dinamica che funziona meno è proprio quella dei siparietti con protagonisti Gianluca e Ruggero, perché al contrario degli altri sketch, che comunque in qualche modo riescono a configurarsi come un evergreen, oltre a reiterare l'idea di uno scontro tra due generazioni entrambe restituite con un ritratto impietoso e poco lusinghiero, si assume il compito insostenibile di farsi contenitore di molti dei temi attuali, dall'ecosostenibilità e il collaterale attivismo per l'ambiente che prende di mira le opere d'arte all'intelligenza artificiale, trascinandosi pure l'eccentricità dell'arte contemporanea.

Tra screzi legati alle diverse vedute di Gianluca e il padre Ruggero, il primo attivo sostenitore di una vita a impatto zero, il secondo incapace di staccarsi dalla sua figura di emblema di distruttore della società (etichetta che i giovani applicano alla vecchia generazione) da un paternalismo tossico, dall'autocelebrazione della propria persona, I Soliti Idioti prende di petto entrambe le dimensioni. Gianluca è mosso da buoni propositi ma non riesce a far altro che riempirsi di ideologie, è un inetto spesso incapace di agire; Ruggero è il tracotante egoista e opportunista di sempre, legato ad alcuni valori distorti del passato, di una generazione dipinta nella sua incuria.

Cambia il medium ma non la forma

Il problema de I Soliti Idioti 3 è che tutto si riduce a un'infinita ripetizione della stessa gag e delle stesse battute, che funzionavano in una serie televisiva ma che continuano a non risultare efficaci sul grande schermo. Le maschere del duo comico, parodia di una serie di comportamenti resi attraverso l'estremizzazione della loro assurdità, non riescono a sostenere un lungometraggio con le proprie regole narrative.

Se nel format episodico dello show televisivo andato in onda su Mtv circostanze e situazioni cangevoli e sempre diverse si associavano a uno schema comico di frasi e gesti fissi, in un film al cinema la necessità di una trama come filo conduttore tra gli sketch finisce per depotenziarli e sottolinearne la ripetitività.
Come se non bastasse una tale incompatibilità tra questa comicità di sketch privati dell'autoconclusività e un medium dalle esigenze narrative specifiche, è la narrazione a contribuire a rendere inconsistenti le azioni dei personaggi. Gli autori costruiscono più linee narrative che si intersecano e si incontrano sporadicamente e, se gli espedienti utilizzati per passare da una vicenda all'altra sono sempre diversi e ingegnosi il giusto, la scrittura è decisamente troppo tesa ad aprire lo scenario per gli sketch (che a volte sembrano comunque forzati e scollati dal testo) senza curarsi di assicurare una successione degli eventi coerente. E questo vale un po' per tutte le storie raccontate che, di fatto, assumono l'aspetto di uno sketch prolungato, esteso a fatica, un elastico tirato a forza che rivela la sua natura anti-narrativa quando relega ai titoli coda la chiusura delle linee portate avanti, come a considerare secondario il loro avanzamento.

C'è poi da considerare una certa fatica, per chi conosce il duo fin dagli esordi, nei confronti di personaggi che, pur nel tentativo di presentarsi nella loro versione 2.0, rimangono uguali a sé stessi e ancorati esteticamente al decennio scorso. Dopo anni lontani dagli schermi sarebbe forse stato il momento propizio per un rinnovamento della rosa di volti, e la svolta sarebbe potuta arrivare con l'introduzione di nuove figure figlie della contemporaneità, creature partorite dalle ombre della società attuale. Invece gli idioti portati in scena da Mandelli e Biggio sono, manco a dirlo, i soliti, e il quarto film del duo è, anche per questo motivo, più debole dei precedenti.

I Soliti Idioti 3 è, insomma, vittima di una forma cristallizzata che non riesce ad adattarsi nel passaggio dalla televisione al cinema, ma soccombe alla ripetitività degli sketch, a una comicità che continua a voler suscitare la risata per mezzo di quella trivialità che vorrebbe contestare, a personaggi anacronistici che si sforzano di ricontestualizzarsi ma non riescono a nascondere la loro decadenza, il loro logoramento. E se volete ecco le ultime novità sul box office italiano con I Soliti Idioti 3.

I soliti idioti I Soliti Idioti 3 - Il Ritorno ripropone gag trite e ritrite, che si cullano sulla trivialità che promettono di condannare e su personaggi redivivi che anche nella loro versione 2.0. somigliano fatalmente a quello che erano un decennio fa. Nella rappresentazione iperbolica dei mostri del Bel Paese, Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio inciampano nella ripetitivà degli sketch e nell'incapacità di inserirli in una narrazione coerente. Ecosostenibilità, intelligenza artificiale e critica al consumismo non bastano per risollevare una pellicola supportata da una comicità che ha ormai perso tutta la propria incisività, che cade a brandelli come lo zombie di Ruggero De Ceglie di inizio film.

4.5

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