Recensione Soldato semplice

Dopo la televisione e il teatro, il comico Paolo Cevoli prova a sfondare anche al cinema interpretando, sceneggiando e dirigendo una riuscita commedia a sfondo bellico divertente ma non sciocca

recensione Soldato semplice
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Con oltre duecento repliche, il monologo teatrale La penultima cena, comico e drammatico, è stato quello tramite cui, nel 2010, ha raccontato le vicende di Paulus Simplicius Marone, cuoco dell'ultima cena di Gesù; tre anni prima che si dedicasse a Il sosia di lui, riguardante Paolo Vivadio, sosia di Benito Mussolini.
Visto anche nella trasmissione televisiva Zelig, in cui vestì i panni di un improbabile e buffo assessore romagnolo, Paolo Cevoli, originario di Riccione, debutta dietro la macchina da presa con Soldato semplice, ambientato nel 1917 e nel quale, inoltre, ricopre il ruolo del maestro elementare Gino Montanari, anti-interventista e donnaiolo che arriva ad arruolarsi volontario, sebbene abbia superato già da tempo l'età della leva obbligatoria.
La guerra, però, passa immediatamente in secondo piano dal momento in cui, giunto al fronte e destinato ad un piccolo avamposto in Valtellina come eliografista per trasmettere segnali morse con la luce del sole, ma senza alcuna esperienza di montagna e di vita militare, effettua una serie di primi incontri con i suoi compagni e con il tenente Mazzoleni alias Luca Lionello all'insegna delle vessazioni e delle prese in giro.

Un romagnolo all'attacco

Incontri comprendenti quello con l'aperto e curioso Aniello Pasquale, ovvero un ottimo Antonio Orefice, ragazzo di Capri del 1999 che, analfabeta ma sveglio nell'industriarsi attraverso svariati lavoretti, considera Gino un eroe ed individua i suoi semplici principi morali in Dio, Patria e Famiglia.
Ed è proprio con quest'ultimo che fa simpatica coppia nel corso della oltre ora e mezza di visione che, comprendente nel cast Silvana Bosi nel ruolo della madre a cui è grottescamente legato ed Ernesto"L'imbalsamatore"Mahieux in quello di un preside, provvede ad intrecciare vite umane provenienti da tutta Italia, tra conflitto bellico, montagna e nemico sempre in agguato.
Intreccio le cui pecche vanno principalmente riconosciute nel non sempre efficace ritmo di narrazione e, soprattutto, nel rischio di fornire una tipologia di comicità in grado di strappare risate esclusivamente a spettatori residenti in Emilia Romagna o, al massimo, ai fan cevoliani.
Comicità che, in un certo senso, sembra volersi rifare, in parte, a quella di Totò e Peppino De Filippo (abbiamo anche una variante, forse involontaria, della mitica scena della scrittura della lettera), man mano che appare evidente l'intento di raccontare sullo schermo qualcosa di serio in maniera "leggera".
E non è assente neppure un breve monologo riguardante le donne da portare a letto, mentre alcune felici intuizioni - come la tutt'altro che disprezzabile sequenza commentata da I' te vurria vasa' di Tito Schipa - finiscono per rientrare tra i maggiori pregi di un insieme che, in ogni caso, non possiamo affatto bocciare per quanto riguarda il buon lavoro svolto dagli attori e la curata e niente affatto sciatta confezione tecnica.

Soldato semplice Mette non poca curiosità il fatto che a montare Soldato semplice, primo lungometraggio cinematografico diretto e interpretato dal comico romagnolo Paolo Cevoli, sia la stessa Simona Paggi che ottenne una candidatura al premio Oscar per il lavoro svolto nel 1997 al servizio del pluripremiato La vita è bella di Roberto Benigni. Mette non poca curiosità perché, come in quel caso, anche qui ci troviamo dinanzi a un elaborato il cui scopo è quello di fondere l’ironia con tematiche belliche; ma il regista-interprete rischia di collocare geograficamente la propria maniera di far ridere, a differenza del toscanaccio più amato d’Italia, che, appunto, ricorse ad altri stratagemmi destinati addirittura a varcare in maniera efficace i confini dello stivale tricolore. Al di là di questo aspetto, però, l’operazione non solo risulta sostenuta a dovere da un cast in ottima forma, ma sfoggia una lodevole confezione tecnica di cui, spesso, neppure le maggiori produzioni sfornate dalle major nostrane riescono a godere.

6

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