Skin, recensione del film con Jamie Bell

Il regista israeliano Guy Nattiv debutta in lingua inglese con un dramma sugli skinhead, basato su eventi reali.

recensione Skin, recensione del film con Jamie Bell
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Cresciuto da una coppia che professa la supremazia della razza bianca, Bryon Minder (Jamie Bell) è un giovane pieno di rabbia e odio, dentro e fuori: il suo volto e il suo corpo sono quasi interamente coperti da tatuaggi, molti dei quali simboli neonazisti. Un giorno conosce Julie (Danielle Macdonald), madre single di tre bambine, che non ne vuole più sapere di avere contatti con l'organizzazione del "padre" di Bryon.
Egli decide quindi di rimanere con lei e, con l'aiuto dell'attivista afroamericano Daryle (Mike Colter), abbandonare completamente l'ambiente neonazista, denunciandone i principali esponenti. Ma la sua "famiglia" non lo lascerà andare tanto facilmente...

Questione di pelle

Skin, nato come cortometraggio che è persino arrivato a conquistare un Oscar il 24 febbraio 2019, è il primo film in lingua inglese del regista israeliano Guy Nattiv. Presentato a Toronto e poi a Berlino, è tratto dalla vera storia di Bryon Minder, che nel 2011 decise di lasciarsi alle spalle una vita a base di odio e violenza. Due concetti che il regista esplora con una certa dose di sincerità e intelligenza, mettendo in scena un giovane, magnificamente interpretato da Jamie Bell, conteso tra due mondi. La macchina da presa è quasi sempre attaccata a Bryon, al suo volto, al suo corpo tatuato, mostrando la sofferenza in ogni sua forma: optando per un approccio vagamente non lineare, il film è puntualmente condito da brevi momenti in cui assistiamo alla rimozione dei tatuaggi dell'ex-skinhead, un processo lungo e doloroso che durò quasi due anni.
L'attore inglese, lanciato quasi vent'anni or sono con Billy Elliot, dà qui prova di una fisicità diversa, guidata anch'essa da un sogno ma che in realtà si tramuta presto in un incubo. La sua non è una danza all'insegna della passione e della vitalità, è una corsa disperata che rasenta l'autodistruzione. Una corsa nella quale il protagonista è circondato da un cast secondario di tutto rispetto, in primis Vera Farmiga nei panni della "madre", ma solo a lui è dato lo spazio necessario per respirare a livello narrativo.

Gli altri, compresa la compagna, sono definiti in maniera elementare o addirittura stereotipata, con una sovrabbondanza di primi piani che mettono in evidenza la banalità del male nei volti dei seguaci della famiglia Minder. Si percepisce una certa urgenza nell'aver voluto raccontare questa storia, alla luce di recenti episodi di violenza razziale negli Stati Uniti, con tanto di (neanche troppo) velata approvazione presidenziale, come quello di Charlottesville, che ha ispirato un altro film realizzato in un arco di tempo abbastanza breve per condannare la situazione attuale.
Già BlacKkKlansman, il lungometraggio di Spike Lee uscito nei cinema americani a un anno dal massacro, aveva una rabbia tangibile dietro la macchina da presa, un senso di frustrazione che dava al contenuto apertamente retorico una carica vitale necessaria e coinvolgente, mentre Skin, forse perché girato da un outsider che non vive quotidianamente la situazione USA, sa più di compitino, discreto ma basilare.
Perciò, nonostante il titolo, non arriva veramente sotto l'epidermide, come direbbero gli anglosassoni, ma rimane in superficie, più un punzecchiamento fastidioso che un intervento al laser che scatena urla di dolore.

Skin Il regista israeliano Guy Nattiv esordisce nel cinema in lingua inglese con un tema forte, basato su eventi reali, ma messo in scena con fare didascalico, senza un'autentica carica di rabbia o voglia di collegarlo all'attualità socio-politica degli Stati Uniti oggi. Degno di nota soprattutto per l'interpretazione di Jamie Bell, irriconoscibile nei panni di un neonazista il cui volto è quasi interamente coperto da simboli di odio e violenza.

6.5

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