Shorta, la recensione dell'action-drama su Amazon Prime Video

Frederik Louis Hviid e Anders Olholm, al loro esordio, firmano un film ricco di forsennata azione e di tensione psicologica, che non lascia indifferenti.

Shorta, la recensione dell'action-drama su Amazon Prime Video
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Talin Ben Hassi, diciannovenne di origini arabe, è morto in circostanze poco chiare mentre si trovava sotto il controllo delle forze dell'ordine. Questo ha scatenato una sorta di rivolta nella numerosa comunità musulmana, che vive in massa in un popoloso quartiere cittadino.
La Danimarca infatti ha ormai aperto da tempo le porte a una società multiculturale, ma come in molte occasioni si è finito per creare involontariamente una sorta di ghetto abitato da popolazione di origine araba - che non tarda a scatenare la propria rabbia dopo la diffusione della notizia, con principale obiettivo proprio la polizia.
Gli agenti Jens e Mike sono operativi proprio in quel quartiere e non potrebbero essere più diversi tra loro: il primo, un novellino, è restio alle violenze e ai soprusi, mentre il secondo, con diversi anni di esperienza, ha sviluppato un'indole razzista e utilizza toni provocatori nei confronti dei fermati. In seguito al tentativo di arresto di un giovane della comunità, caricato nella volante, vengono attaccati da individui inferociti che tentano di fargli la pelle. Sarà soltanto l'inizio di una lunga corsa e lotta per la sopravvivenza, con i loro colleghi impossibilitati a intervenire in un territorio di vera e propria guerra aperta.

Tutto al posto giusto

Che sorpresa questo Shorta. Presentato in anteprima esclusiva al Festival di Venezia 2020 e ora disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video, questo film di produzione danese è un puro concentrato di action e dramma che spinge a riflettere sulle contraddizioni di una società spesso senza vie di mezzo, che volendo troppo rischia di compromettere le buone intenzioni alla base.
La politica e gli ideali d'altronde, si sa, non hanno vie di mezzo e stiamo comunque parlando di un'opera di finzione, ma storie del genere accadono in diversi quartieri di ogni angolo del pianeta. Ghetti dove i più poveri e gli immigrati vengono lasciati al loro destino, e che rischiano di scatenare per ovvi motivi situazioni bollenti. Questo è quanto accade nei cento minuti di visione, dove i due poliziotti protagonisti si trovano accerchiati da un numero infinitamente superiore di "avversari", in un continuo e avvincente susseguirsi di inseguimenti e colpi di scena.
I registi e sceneggiatori Frederik Louis Hviid e Anders Olholm, al loro esordio assoluto su grande schermo, sanno maneggiare con cura il materiale umano e narrativo a loro disposizione e la storia è sempre credibile anche nei momenti più tesi.

Questione di stabilità

Si cerca soprattutto di trovare un equilibrio tra le varie parti in causa, seguendo la logica "violenza chiama violenza", e il gioco di ruoli tra poliziotto buono e poliziotto cattivo è perfetto a tal fine. Uno odia quella razza da lui considerata inferiore, l'altro cerca di essere aperto a tutto e di trovare sempre una mediazione.
Un eccesso di troppo ed ecco che si scatena l'inferno: la violenza è secca e brutale, l'azione veloce e frenetica, con lo spettatore che si farà facilmente coinvolgere dalle dinamiche morali che riguardano sia i personaggi principali che quelli secondari.
Vi è una serie di sfumature, di leggeri ma fondamentali cambi di pensiero, che apre le porte a molteplici spunti di riflessione e infonde credibilità alla storia raccontata.
Gran merito è parte delle interpretazioni di Jacob Lohmann e Simon Sears, volti e anime che si completano nelle loro diversità fino a un possibile punto di unione.

Shorta Molto credibile nelle sue dinamiche da guerriglia urbana, in un contesto in cui la popolazione musulmana che vive in un popoloso quartiere cittadino scatena la propria rabbia contro la polizia. Shorta segue la storia di due poliziotti in servizio proprio in quelle zone, due agenti molto diversi tra loro per carattere e ideali: l'eccessivo odio di uno di questi scatenerà definitivamente l'inferno, dando il via a una caccia all'uomo dove loro sono le prede designate. Azione e dramma sono perfettamente miscelati in questa produzione danese firmata al 100% dagli esordienti Frederik Louis Hviid e Anders Olholm, capaci di trovare la giusta chiave di lettura e il corretto equilibrio da entrambe le parti e di lasciare a fine visione quel catartico senso di amarezza, necessario a chiudere una vicenda di questo tipo.

7.5

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