Sherlock Holmes, la recensione del film con Robert Downey Jr.

L'eccentrico investigatore torna sul grande schermo reinterpretato da Robert Downey Jr. e Guy Ritchie.

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"Elementare, Watson!". A volte bastano davvero solo due parole per introdurre e descrivere un personaggio, soprattutto se si tratta di Sherlock Holmes, l'icona dell'investigazione deduttiva figlia della meticolosa mente di Sir. Arthur Conan Doyle. Strano è pensare come effettivamente il detective non abbia mai pronunciato queste esatte parole e come esse siano frutto di uno dei numerosi adattamenti cinematografici e televisivi del suo personaggio. E se in realtà Sherlock Holmes non fosse esattamente l'uomo brillante ma un po' flemmatico, sempre munito del suo cappellino da caccia e di pipa, a cui siamo abituati a pensare?

Il crimine è frequente. La logica è rara.

La Londra vittoriana è un posto ricco di misteri, crimini e personalità bizzarre. Da settimane qualcuno sta uccidendo delle donne seguendo strani riti occulti e Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.), accompagnato dal fedele dottor John Watson (Jude Law), è ormai vicino a scoprire chi si cela dietro gli omicidi. Arrivato sulla scena del rituale in tempo per salvare l'ultima vittima, il detective aiuta Scotland Yard e l'impacciato ispettore Lestrade (Eddie Marsan) ad arrestare Lord Blackwood (Mark Strong). Il criminale viene impiccato, ma a pochi giorni dalla sua morte avvengono nuovi omicidi e strane voci sostengono che l'uomo sia tornato in vita, grazie alle sue abilità occulte. E quando il caso diviene apparentemente impossibile da risolvere, la scintilla geniale di Holmes prende vita ed innesca quella serie di deduzioni mescolate ad azione che lo hanno reso un personaggio di culto. Esplorando cimiteri, vecchi cantieri e mattatoi i due inseparabili amici metteranno insieme i pezzi dell'intricato puzzle, fino a raggiungere l'elementare soluzione. A distrarli però ci pensa Irene Adler (Rachel McAdams)... l'unica donna che sia mai riuscita a scuotere il pragmatico investigatore.

Elementare, Watson!

Molti l'hanno definita una reinterpretazione atipica dell'investigatore inglese, ma in realtà il punto di vista dell'ex Mr. Madonna è molto più conforme alla tradizione di quanto si possa pensare. Nel romanzo "Uno studio in rosso", il primo in cui appare il personaggio di Holmes, Watson lo descrive affermando che "il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un'aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell'uomo d'azione. Le mani, invariabilmente macchiate d'inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili strumenti della sua filosofia". Sherlock Holmes è quindi un perfetto intreccio di azione e riflessione, di intuizione e Baritsu (un particolare tipo di arti marziali), di sregolatezza e precisione. Una personalità molto definita, seppure con mille differenti sfaccettature, completamente deformata dagli adattamenti cinematografici e televisivi che hanno seguito il successo del lavoro di Conan Doyle. Il suo persistente "Elementare, Watson!", così come la classica immagine del detective che indossa il deerstalker (il tipico cappello da cacciatore) e fuma la pipa calabash (la caratteristica pipa ricurva), tutti elementi distintivi di Sherlock Holmes per il grande pubblico, sono in realtà apocrifi, ovvero invenzioni fatte a posteriori, generalmente nel mondo teatrale e poi riprese dal cinema. Paradossalmente è proprio il lavoro di Guy Ritchie a riportare sul grande schermo l'essenza dell'investigatore letterario. Il suo Holmes è frutto di studi sui quattro romanzi ed i cinquantasei racconti e costruito attorno a quelle che potrebbero essere state le intenzioni originali dello scrittore. "Il film mette in evidenza qualità di Holmes che sono relativamente sconosciute, ma che sono incredibilmente cinematografiche e fedeli al personaggio e alle avventure create da Conan Doyle. Gli adattamenti precedenti avevano dato alle storie di Sherlock Holmes un tocco un po' noir, mentre erano soprattutto romanzi d'azione. Holmes è un uomo d'azione della sua epoca, con intuito ed intelligenza superiori a chiunque, compresi i funzionari di Scotland Yrad", sostiene il regista inglese.

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Due facce della stessa medaglia

A dare il volto ai due protagonisti della pellicola incontriamo l'eccentrico Robert Downey Jr. (Ironman) e l'inglese Jude Law (Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo), che insieme formano una coppia davvero irresistibile. L'alchimia tra i due attori è palpabile anche al di là dello schermo cinematografico e durante tutta la narrazione regalano momenti ironici e divertenti. Dopotutto Holmes e Watson sono un po' come lo yin e lo yang, facce della stessa medaglia legate da un'amicizia che gioca un ruolo importante sia nel lavoro che nella vita privata. Tra loro c'è humor, un po' di gelosia, affetto vero e sincerità. Holmes è il genio creativo e Watson il più disciplinato e moderato dei due. Eternamente in azione, sempre alla ricerca di qualcosa, i due si compensano a vicenda creando il protagonista perfetto, interpretato in maniera magistrale dagli abili performer. Così come la figura di Holmes, anche l'immagine di Watson appare molto differente rispetto quella a cui le vecchie versioni ci avevano abituati: dal personaggio grassottello, a volte un po' goffo e sempre leale, si passa ad un uomo forte (dopotutto stiamo parlando di un veterano della guerra in Afganistan!), molto intelligente, che sa come cavarsela. Holmes combatte in modo meticoloso, premeditando ogni mossa al fine di raggiungere il proprio obiettivo; Watson combatte per sopravvivere. Ad alleggerire questi due personaggi arrivano le due figure femminili: da un lato Mary Morstan (Kelly Reilly), la donna che Watson decide di sposare e che rischia di mettere in crisi la sua amicizia con Holmes; dall'altro Irene Adler. Un po' agente segreto, un po' criminale, Irene è una donna che precorre i tempi e vive ai margini della legge, ma soprattutto è l'unica che riesce a scuotere l'altrimenti privo di emozioni detective. Nei libri la Adler viene citata una sola volta, in "Scandalo in Boemia", ma Guy Ritchie ha deciso comunque di inserirla all'interno della storia per movimentare ulteriormente la vicenda e presentarla come l'unica in grado di spezzare il cuore di Holmes.

Tra modernità e tradizione

1890. La Londra vittoriana in cui è ambientata la storia è una città tra passato e futuro, un luogo in cui gli scheletri delle nuove architetture si sovrappongono alle vecchie strutture. Una contaminazione che si nota anche nei costumi e nelle scenografie, ricche di elementi originali dell'epoca che si mescolano ai particolari più moderni e bizzarri. Se Holmes sembra fare shopping in un vecchio negozio vintage ed è privo di ogni capacità di abbinare i capi, Watson è invece la fotografia dell'impeccabile uomo con la bombetta e il bastone, mentre le due protagoniste femminili indossano straordinari gioielli d'epoca ed abiti riccamente ricreati per adattarsi al meglio ai loro personaggi. L'ambiente in cui si muove il detective freme di vita, ed anche gli angoli più abbandonati sembrano nascondere qualcosa. Ci si avventura in vicoli e magazzini, sontuose camere d'albergo ed appartamenti singolari (come il celebre 221B di Baker Street), fotografati mantenendo di base una linea cromatica azzurrina, che ricorda la nebbia persistente della città ed i fumi delle fabbriche in piena rivoluzione industriale. Anche la colonna sonora è decisamente articolata: mescolando sonorità tipiche irlandesi e tedesche Hans Zimmer ha costruito una trama musicale che segue il dramma, l'azione e l'intrigo divenendo una parte importante del processo filmico. Seppur molti vedono in questo Sherlock Holmes un bizzarro esperimento commerciale, il film aggiorna e rende nuovamente attuale un personaggio ritenuto spesso troppo macchinoso. Il fatto che ragioni in ralenty, combatta a mani nude nei sobborghi londinesi ed a volte sembra cacciarsi volutamente nei guai è solo un nuovo modo di osservare la stessa storia.

Sherlock Holmes Guy Ritche reinterpreta il mito di Sherlock Holmes e lo fa riportando all'antica azione un personaggio che sembrava essersi perso nella sua stessa flemma inglese. Miscelando action, humor, un cast ben assortito ed una dose di eccentricità, racconta una storia molto piacevole che segue il ragionamento deduttivo tipico del grande investigatore. Se le proiezioni mentali di Holmes raccontate a rallentatore sono originali e fondamentali a comprendere la psicologia del personaggio, altre volte la narrazione sembra perdersi in spiegazioni non necessarie e risulta troppo macchinosa (difetto tipico di Guy Ritchie), riprendendo successivamente il suo ritmo incalzante. Un buon risultato per un regista che tra alti e bassi cerca ancora di costruirsi un posto sicuro e riparato nel mondo cinematografico moderno.

7

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