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Shaft, recensione del film Netflix con Samuel L. Jackson

Il nuovo capitolo della celebre saga blaxsploitation per il mercato italiano salta la distribuzione in sala e arriva direttamente su Netflix.

recensione Shaft, recensione del film Netflix con Samuel L. Jackson
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Magari bisognerà aspettare ancora parecchio per vedere sul piccolo schermo le tre generazioni di Spider-Man con i volti di Tobey Maguire, Andrew Garfield e Tom Holland (o forse no, considerate le recenti dichiarazioni del più giovane dei tre attori), ma grazie a Warner Bros. e Netflix - che per i suoi abbonati italiani lo rende disponibile nei salotti di casa a due settimane dalla release cinematografica nord-americana - le tre generazioni di Shaft si riuniscono nel segno del novizio Jessie T. Usher, dell'intramontabile Samuel L. Jackson e dell'evidentemente-ancor-più-intramontabile Richard Roundtree, che torna nei panni dell'urban hero dell'era blaxsploitation che lo rese celeberrimo negli anni '70.
Diretto da Tim Story, il quinto capitolo della saga di Shaft rinuncia quasi del tutto - ma forse giustamente - alla sua anima blax, che nel panorama hollywoodiano odierno non troverebbe né spazio né alcuna ragion d'essere, per addentrarsi nei territori della buddy-comedy pura e semplice, quasi a volerci gentilmente offrire uno spunto per riproporvi, coincidenza delle coincidenze, un saggio sui generi buddy-movie e blaxsploitation pubblicato sulle nostre pagine qualche tempo fa.
Oltre ai personaggi e ai loro iconici look, però, è nel suo impianto filmico piuttosto antiquato che Shaft (tecnicamente Shaft 5, ma dal titolo identico al quarto capitolo, quello cioè del 2000 diretto da John Singleton che affidò il ruolo a Jackson) cerca di rievocare le atmosfere di ieri: nel suo essere squisitamente volgare e di cattivo gusto il film risulta comicamente convenzionale, tenta di "fare il giro" facendo della propria vecchiaia un vanto e del suo lungo passato, del quale va incredibilmente fiero, un'inestimabile reliquia di un'era dimenticata. Ci riesce a intermittenza, ma quando centra il bersaglio lo fa con decisione.

Three is megl che uan

Immaginate lo strambo duo di Una Strana Coppia di Sbirri rivisto in chiave blax, mescolato alla strafottenza spaccona di Bad Boys e alla spietatezza urbana di Training Day. Spruzzateci sopra anche una dose bella abbondante di commedia familiare perché a differenza degli Spider-Man, abitanti del Multiverso Marvel, i personaggi di questo franchise coesistono tutti nello stesso spazio e nello stesso tempo; niente fantascienza o superpoteri ma solo l'ineluttabilità dell'albero genealogico, che lega John Shaft II (Samuel L. Jackson), detective privato scavezzacollo e piantagrane, a J.J. Shaft (Jessie T. Usher, alias John Shaft III), figlio che ha abbandonato trent'anni prima e che con suo padre non ha praticamente nulla in comune.
Cresciuto con sua madre (Regina Hall) e laureatosi al MIT, lavora come analista per l'FBI di New York ma soprattutto riassume totalmente il tema del film: la cultura afroamericana è progredita, è al passo coi tempi, e se negli anni '70 (ma anche in eventuali sequel-reboot di inizio nuovo millennio) qualora fossi nato con la pelle scura non avresti potuto far altro che relazionarti con la strada (per lo meno a livello iconografico) oggi è cambiato tutto, puoi andare all'università e lavorare in un ufficio con una bella camicia pulita e provare ad abbordare nel contesto di locali notturni di lusso delle belle ragazze bianche.

Naturalmente per la vecchia guardia, che invece è cresciuta col cinema dei pugni e delle pistole, tutto ciò è inaccettabile: Shaft II (ossia Jackson) questo suo figlio nero che è quasi più bianco dei bianchi ("nerastro" direbbe Stephen King nella sua splendida trilogia hard-boiled di Mr. Mercedes) proprio non può sopportarlo; lui è un duro alla ispettore Callaghan born & raised in Harlem, che vive secondo le sue stesse regole bevendo cognac prima di mezzogiorno, trattando tutte le donne come se fossero spogliarelliste e spaccando mascelle a destra e a sinistra prima, dopo e durante ogni interrogatorio.
Poi c'è nonno Shaft (Roundtree), lo Shaft originale padre di Shaft II e nonno di J.J. Shaft, che ne ha vista di acqua sotto i ponti ma che al posto di guardare cantieri, di tanto in tanto, quando può, ancora si diletta a raddrizzare i torti. Insomma padre, figlio e nipote, che si spera cresca su con le parti migliori di chi lo ha preceduto.

Conservazione vs Progresso

Ciò che il film vuole fare, infatti, è immediatamente intuibile: nel suo essere così esplicitamente diretto, Shaft va al nocciolo della faccenda senza troppi fronzoli, senza doverci girare intorno, risparmiandosi ogni dialettica spicciola o qualsivoglia orpello.
JJ, così sensibile e cortese con la sua aria da colletto bianco borghese, incarna gli atteggiamenti dell'afroamericano "illuminato", quello progressista, quello attuale insomma; Shaft II è il conservatore, quegli atteggiamenti proprio non li sopporta perché per lui il suo modo di fare è l'unico possibile, l'unico che conosce e che gli ha permesso di sopravvivere per tutti questi anni.
Il film non intende scoprire verso quale parte penda la ragione, coraggiosamente non si schiera mai e anzi lascia che entrambi gli ideali, rappresentati dalle idiosincrasie di un padre e di un figlio che necessariamente dovranno avvicinarsi dopo aver passato le loro intere vite separati, inizino ad influenzarsi a vicenda. Che poi è la stessa cosa che Story fa col suo film, si distacca da chi è venuto prima (Shaft nonno e Shaft padre, ovvero i quattro film precedenti) per provare qualcosa che vada in un'altra direzione (Shaft figlio).

Che cos'è meglio? Il passato? Il futuro? Qual è la strada migliore da seguire? Che un franchise decennale come questo, che ha sempre parlato alla cultura nera, abbia ancora così tanto da dire in proposito e sia ancora qui a porsi domande simili, ci dimostra quanto sia importante continuare a parlarne.
Certo nelle sue dinamiche da buddy movie a tre teste non è particolarmente originale e la trama è quanto di più convenzionale si possa avere, ma è nei tempi comici e nei sotto-testi affrontati che il film intrattiene, diverte e fa persino riflettere: cosa si può volere di più?

Shaft Tim Story unisce tre generazioni di Shaft tirando le somme di una saga decennale: nel farlo ne cambia sapientemente i connotati per sganciarli dalle due precedenti epoche affrontate (gli anni '70 e l'inizio del nuovo millennio) e adattarli alla nostra attualità. Da questo processo esce fuori una commedia action scontata a livello narrativo ma particolarmente saggia da un punto di vista tematico, che comunque la si guardi diverte dal primo all'ultimo minuto.

6.5

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