Recensione Senza arte ne parte

La banda degli onesti di Salemme e Battiston

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"L'idea di questo film nasce da un cortocircuito di due mondi diametralmente opposti tra loro: la dura realtà di lavoro degli operai di un pastificio salentino e l'elitario mondo dell'arte contemporanea italiana e internazionale. Che tipo di rapporto può avere questa gente con l'arte contemporanea o con l'arte concettuale? Come reagiranno i nostri, se le vicissitudini della vita li porteranno in diretto contatto con un mondo a loro ignoto, fatto di oggetti spesso indecifrabili, per loro inutili, ma per i quali collezionisti facoltosi, in tutto il mondo, sono disposti a spendere una fortuna? Nel film vado a vedere cosa può succedere quando il basso incontra l'alto, quando due mondi così opposti entrano in rotta di collisione".
Così Giovanni Albanese, artista titolare della Cattedra di Decorazione all'Accademia di Belle Arti di Roma, parla del suo secondo lungometraggio da regista, realizzato a otto anni da quel A.A.A. Achille (2003) che, interpretato da Sergio Rubini, vedeva protagonisti un gruppo di individui alle prese con il problema della balbuzie.
Questa volta, appunto, siamo nel Salento, dove Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston, il Giulio Beranek di Marpiccolo (2009) e l'Hassani Shapi di Oggi sposi (2009) vestono i panni di quattro addetti allo stoccaggio manuale del Premiato Pastificio Tammaro, i quali rimangono disoccupati dopo che il proprietario Paolo Sassanelli decide di chiudere la vecchia fabbrica con l'idea di riaprirne presto una nuova, completamente meccanizzata.

Gli artisti della truffa

Ma, come la grande Commedia all'italiana ci ha insegnato tramite classici e cult quali I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli e Febbre da cavallo (1976) di Steno, quando abbiamo a disposizione sullo schermo un ristretto gruppo di precari è facile spingerli in maniera divertente a gettarsi in furti o truffe.
Infatti, dal momento in cui Sassanelli, su consiglio della consulente finanziaria Sonia"La meglio gioventù"Bergamasco, compra una collezione d'arte contemporanea per poi sistemarla provvisoriamente nel vecchio pastificio, i quattro, spinti dalla disperazione e dalla voglia di riscatto, decidono di rifare alcune delle opere per vendersi gli originali.
Quindi, tra collezionisti e vernissage, il "gioco" di falsificazione, nel quale si trovano coinvolti anche un contrabbandiere di ulivi con il volto di Ernesto Mahieux e un affermato gallerista della capitale interpretato dal Ninni Bruschetta di Boris-Il film (2011), pur ricordando in determinate situazioni I mitici-Colpo gobbo a Milano (1994) di Carlo Vanzina sembra individuare il suo referente principale ne La banda degli onesti (1958) di Camillo Mastrocinque, nel quale i grandi Totò e Peppino finivano per dedicarsi alla contraffazione di banconote; anche se, nel corso della visione, si prova perfino l'impressione di trovarsi dinanzi ad una variante in chiave opere d'arte di Be kind rewind-Gli acchiappafilm (2008) di Michel Gondry.
E, al di là del lodevole cast, al cui interno troviamo anche Donatella Finocchiaro nel ruolo della moglie di Salemme, la regia, complice la funzionale colonna sonora a firma di Mauro"Nirvana"Pagani, non risulta disprezzabile, capace di conferire all'operazione una certa freschezza generale ed una velocità d'insieme, pur tenendo in considerazione il fatto che ci troviamo dinanzi a soli novanta minuti di pellicola.
Aspetto, quest'ultimo, che va forse riconosciuto come difetto principale del film, in quanto, sebbene qualche sano sorriso venga strappato in maniera efficace allo spettatore, si avverte facilmente l'eccessiva brevità del tutto; tanto da lasciar intuire non solo che la sceneggiatura scritta dallo stesso regista insieme a Fabio"Si può fare"Bonifacci ricorra a poche situazioni capaci di divertire, ma anche che diversi suoi aspetti e sottotrame non ottengano il giusto ed approfondito sviluppo. Per esempio, rimane del tutto insoluta la vicenda di Battiston alle prese con la ex moglie.

Senza arte ne parte A otto anni da A.A.A. Achille (2003), Giovanni Albanese torna dietro la macchina da presa con una pellicola che deve non poco a La banda degli onesti (1958) con Totò e Peppino. Forte di un cast in forma, riesce ad intrattenere gradevolmente lo spettatore per l’intera durata del film, che lascia anche intravedere una certa denuncia nei confronti del dispendioso universo dei collezionisti d’arte. L’impressione, però, è che le occasioni per divertire in maniera originale siano meno del dovuto, oltre al fatto che alcuni aspetti e sottotrame rimangono insoluti.

6

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