Recensione Second Chance

Susanne Bier torna dietro la macchina da presa con un film che ritrova l’atmosfera e le tematiche care al cinema danese ma che si perde a metà strada tra il thriller e il dramma famigliare

recensione Second Chance
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Il titolo originale è En chance til ("Un'occasione per"), ma quello internazionale A Second Chance rappresenta ancor meglio quella seconda possibilità che tenta di darsi il protagonista Andreas (promettente detective diventato da poco padre) quando la tragedia busserà alla sua porta, mettendolo di fronte al tragico bivio di un'opportunità che viaggia ben oltre le convenzioni etiche e morali socialmente indicate. Ma una seconda possibilità, ovvero quella del riscatto e della sopravvivenza sociale è anche ciò che anima le vite di tutti gli altri personaggi che ruotano per caso o per scelta attorno alla vita di Andreas, dalla fragile moglie passando per il suo collega Simon in crisi da divorzio, alla coppia di tossicodipendenti apparentemente non in grado di vivere la propria genitorialità e che Andreas si troverà a ‘tenere d'occhio' proprio in virtù della sua professione. All'interno di questo panorama disordinato di esistenze si muove poi la tematica centrale di quest'ultimo lavoro della danese Susanne Bier, ovvero l'incapacità dell'intero coro di protagonisti di tenere testa alle proprie debolezze, ai propri cedimenti, innescando così un circolo vizioso di errori, fallimenti morali che in primis e infine determinano l'impalcatura drammatica di quest'opera.

Una chance mancata

Dopo gli interessanti esordi e la consacrazione con In un mondo migliore (Vicintore del Golden Globe del Premio Oscar nel 2011), Susanne Bier sembra aver perso lo smalto che aveva contraddistinto il suo brillante esordio cinematografico. La ritroviamo ora con A Second Chance a dirigere un'opera che senza dubbio recupera (rispetto ai precedenti Love is all you need e Una folle passione) atmosfere e tematiche del cinema danese nonché il rigore soprattutto estetico del manifesto Dogma 95 fondato dai conterranei Von Trier e Vinterberg al quale la Bier aveva profondamente aderito con Open Hearts del 2002. Ed è forse proprio il ricorrere a un'estetica di particolare attenzione alla luce, e di 'sussultori' movimenti di macchina assieme all'intricato mix di dubbi, sospetti, dilemmi morali a rappresentare la componente migliore di A second chance. Un film che, d'altro canto, sembra fallire appieno nel suo intento prettamente narrativo, con un dramma che moltiplica esponenzialmente le sue tematiche (depressione post partum, dipendenza da droga, violenza famigliare solo per citarne qualcuna) senza mai lasciare il tempo di farle sedimentare, essere metabolizzate dallo spettatore. Inseguendo questo schema frenetico di bivi e colpi di scena, il lavoro della regista danese muta facilmente in un ibrido sostanzialmente inespressivo a metà strada tra il thriller e il dramma, mancando in ogni caso di raggiungere sia la sperata suspense sia la capacità di indurre lo spettatore a empatizzare con la storia. Un difetto (quest'ultimo) che forse rappresenta in primis proprio la chiave di lettura del fallimento di questo dramma psicologico che pur ritrovando gli elementi cardine di un certo cinema danese (dai protagonisti fino alle ambientazioni silenti in cui si muovono, ingombranti le ombre del dubbio e del sospetto - basti pensare come riferimento forse tra i più alti di questo cinema proprio a un'opera insinuante come Il sospetto di Thomas Vinterberg) ma che suo malgrado non riesce a risultare (nonostante l'alto tasso di drammaticità presente) incisiva ed eloquente. Stereotipato fino in fondo sia nelle messa in scena del contrasto tra famiglia-bene (con molte riserve) e famiglia male (forse non poi così tanto) A second chance si brucia poi anche la possibilità di sfruttare appieno l'idea di base di scardinare (aprendo dunque una riflessione) il caso e la fatalità legati a quello status di nascita che è in grado di assicurare a un'esistenza un futuro più o meno fortunato. Un obiettivo filmico dunque mancato su più fronti, affossato dall'eccessiva sovrapposizione di turbamenti umani e drammi in divenire inquadrati all'interno di una luttuosa dinamica famigliare e sociale, alla quale avrebbe senza dubbio giovato un serio lavoro di sottrazione.

Second Chance La danese Susanne Bier torna dietro la macchina da presa con A second chance, un film che ritrova l’atmosfera e le tematiche care al cinema danese ma che si perde a metà strada il thriller e il dramma famigliare, non trovando né il giusto ritmo per soddisfare il primo né la giusta densità drammaturgica per sviscerare il secondo. In buona sostanza un’altra occasione mancata (e chissà se ci sarà una nuova seconda chance per ‘ritrovarsi’) per la Bier, purtroppo sempre più lontana dai mirabili risultati di alcune sue pellicole del passato.

5

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