Recensione Scusa ma ti Voglio Sposare

Siete pronti per l'annuale film mocciano?

Recensione Scusa ma ti Voglio Sposare
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Cari lettori, vi proponiamo un simpatico giochino.
Avete tre tentativi per indovinare quale sia la recensione più letta di Movieye.
Il cavaliere oscuro, dite? Non ci siete neanche vicini. Avatar? Macché. Twilight? Assolutamente no.
Il film più clickato nella storia del nostro sito è Scusa ma ti chiamo amore, recensito (e distrutto) dal nostro buon Nicolò Carboni nel “lontano” 2008.
Capirete quindi la “responsabilità” che pende sul capo del redattore che vi parla, nel momento in cui si appresta a scrivere la critica al seguito di un film che, nel bene -poco- e nel male ha fatto parlare parecchio di sé, scatenando le ire dei benbensanti e il disgusto di molti giornalisti cinematografici. Nel nostro ambito, infatti, c'è chi addirittura si rifiuta categoricamente di recensire “prodotti simili”.
Noi in Eye abbiamo invece la convinzione che una critica corretta e rigorosa non si rifiuta a nessuno: dal momento in cui si cerca di piazzare un prodotto sul mercato, però, bisogna anche avere il coraggio di affrontare eventuali stroncature. Che, inutile dirlo, sono quasi all'ordine del giorno quando le pellicole in esame sono tratte da uno dei libri per gggiovani scritti dal prolificissimo Federico Moccia.
Dopo i primi due (discutibili) successi avuti con Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te, Pipolo Jr ha deciso di non occuparsi più solo della revisione della sceneggiatura, ma riprovare a presiedere alla regia, dopo i magri risultati degli anni '80 e '90. Con un risultato di pubblico dapprima assolutamente notevole (Scusa ma ti chiamo amore) e successivamente mediocre (Amore 14). Il giudizio critico su questi ultimi due, invece, è stato pressoché unanime: vergognoso. Sia da un punto di vista tecnico che contenutistico. Cosa che, vi assicuriamo, rende assai difficile mantenere un qualunque atteggiamento professionale in fase di recensione. Con ben poca fiducia, lo confessiamo, abbiamo dunque assistito alla proiezione in anteprima di Scusa ma ti voglio sposare. E dobbiamo ammettere che, in un modo o nell'altro, il film ci ha colpito. Volete sapere in che modo? Continuate a leggere.

Scusa, ma ci piace complicarci la vita

All'inizio del film ritroviamo i nostri beniamini, il pubblicitario di successo Alex (Raoul Bova) e la giovanissima Niki (Michela Quattrociocche), fresca fresca di 'maturità' e di mesi di 'meritata' vacanza in Grecia, esattamente dove li avevamo lasciati nel finale del primo film: a stagliare romanticamente lo sguardo verso lo stesso orizzonte, dalla cima del faro in cui Alex aveva deciso di fare il guardiano assecondando il sogno romantico della ragazza. Perché, in fondo, vent'anni di gap d'età si superano, se c'è l'amore e soprattutto un conto in banca abbastanza congruo tale da permettere ai due di vivere come in una telenovela brasiliana. La vita vera però incombe: Alex quindi decide di tornare al vecchio lavoro, mentre Niki si iscrive all'università. Intorno a loro ritroviamo quasi tutti gli amici e comprimari che abbiamo conosciuto nel primo film, alle prese, naturalmente, con nuovi (e spesso improbabili, soprattutto quando avvengono tutti in contemporanea!) dolori della crescita e difficili rapporti di coppia.
Tutti e tre gli amici di Alex, ad esempio, vengono lasciati dalle rispettive mogli: chi per capriccio, chi per noia e chi per scoperto tradimento.
Ma a dispetto dell'apparente fragilità dei rapporti di coppia e matrimonio, Alex decide di impalmare Niki, chiedendole di sposarlo. La risposta ovviamente non può che essere “Che figata!”, prima che la ragazza si renda conto di star “ingabbiandosi” in una cosa molto più grande di lei, e scappare quindi con un belloccio, romantico e fintamente ribelle compagno di università, Guido (Andrea Montovoli, blanda versione 2010 dello Step di Tre metri sopra il cielo). L'amore riuscirà a trionfare anche questa volta? Non vi vogliamo togliere il gusto della scoperta: dopotutto, come scritto nell'introduzione del libro, “lo scopriremo solo vivendo”...

Scusa, ma voglio dimostrare di aver imparato qualcosa

“Se è difficile descrivere un amore con le parole, figuriamoci con un film. Io racconto il mondo dei giovani, troppo spesso catalogato, e trovo la bellezza nel descriverli nella loro particolarità, con amori e delusioni che non ti aspetti. Mi piacciono le sfide, rendere il libro con immagini e citazioni. Il mio successo letterario è difficile da spiegare, ma di sicuro ho un merito: aver avvicinato i giovani alla lettura. Se poi la qualità dei miei libri non è quella dei testi che leggevo io da ragazzo, non credo sia molto importante. Il cinema e l'editoria seguono l'onda che vuole questo genere di opere e mi fa piacere.”
Queste le parole di Federico Moccia alla stampa all'epoca dell'uscita di Scusa ma ti chiamo amore. Preferiamo non commentarle, lasciando ai nostri lettori il compito di interpretarle secondo la propria sensibilità.
Dal canto nostro, siamo qui per dare un giudizio su Scusa ma ti voglio sposare, film che, come dicevamo poc'anzi, ci ha sicuramente colpito. Perlopiù in negativo, ma c'è da ammettere che il prodotto non è così pessimo come ci aspettavamo. Era sinceramente difficile fare peggio che nei due film precedenti: e il livello di nefandezza di Scusa ma ti chiamo amore qui non viene, infatti, raggiunto. Merito di alcune buone e divertite prove attoriali (in assoluto i siparietti della coppia Pino Quartullo e Cecilia Dazzi sono i più godibili, e incredibilmente Bova sta imparando i temi della commedia, risultando inaspettamente sciolto), un paio di scene azzeccate (come il corso prematrimoniale con il parroco che fa di tutto per scoraggiare le coppie a non sposarsi) e finalmente un buon uso delle musiche, che nonostante la scelta opinabile -ed evidentemente basata sui gusti personali del regista- di alcune vecchie pop hit italiane, poggia per il resto sulle spalle degli Zero Assoluto, risultando quantomeno gradevoli e ben inserite nel contesto.
Moccia inoltre ricorre molto meno del solito all'invadente voce fuori campo tipica dei film tratti dai suoi libri, evitandoci anche le insopportabili frasi da cioccolatino, impresse a schermo ogni tot minuti senza un reale senso logico, che si erano viste nel primo film della saga.

Scusa, ma c'ho voglia di fare un sequel che è più facile

Tutti questi appunti positivi, tuttavia, non bastano a salvare il film dal baratro dal quale tenta di risalire; ed è difficile anche solo scegliere da dove cominciare a parlare (in forma amabilmente costruttiva, sia chiaro) dei difetti del film.
Trattandosi originariamente di un libro, partiamo dal suo fulcro: la trama.
L'idea originale, cioè quella di mostrare il diverso approccio alla radicale scelta di sposarsi da parte di due persone di età ed esperienze diverse, non sarebbe neanche male, se non naufragasse in mezzo alla solita sequela di luoghi comuni, situazioni improbabili e vagonate di eventi collaterali buttati in mezzo per allungare il brodo e far finta di caratterizzare meglio i personaggi secondari, amici o familiari che siano. E fortuna che parte delle sottotrame del libro originale (che consta di ben 600 pagine!) sono state epurate per rendere la narrazione più scorrevole! Le vicende personali, per quanto lievemente meglio narrate che in passato, risultano sempre e comunque qualunquiste ed inverosimili, con punte di vera involontaria comicità (l'aver voluto accentuare così tanto la nobiltà della famiglia di lui, appena accennata nel prequel, ne è un esempio). Se c'è qualcosa che ascia di stucco poi nella caratterizzazione dei personaggi Mocciani, è la loro quasi totale appartenenza alla borghesia capitolina medioalta: va bene che il principe azzurro sognato dalle lettrici di Moccia debba essere, oltre che bello, anche ricco e altolocato, ma qui si arriva ad assurde macchiette. Anche i personaggi in apparenza “ribelli” come i genitori di lei o Guido, sono in realtà ben collocati nel “sistema”, con le loro belle automobili sempre lucide, le case in centro e gli aperitivi nei luoghi più chic di Roma, preda del consumismo folle (oltre che vittime cinematografiche del product placement più goffo e selvaggio degli ultimi anni: gli spot che si alternano a gran voce sullo schermo sono spesso involontariamente ridicoli) e di retoriche morali spesso di facciata. Se il film infatti da un lato fa finta di portare avanti ideali di amore e rispetto, da un altro prosegue nel mostrare, sulla scia del primo, che l'ostentazione del benessere è cosa sempre giusta e quasi doverosa, che i soldi non fanno la felicità, ma di sicuro ti aiutano ad avere sempre tutto quello di cui hai bisogno (voglio consolare un mio amico lasciato dalla moglie e non so come fare? Ma certo, basta pagare una bella escort a sua insaputa per farlo svagare una sera! La mia fidanzata scappa ad Ibiza con uno vent'anni più giovane? La rincorro e mi compro una Harley Davidson sul posto solo per essere più gggaggio di lui!): e la cosa è ancora più fastidiosa nel momento in cui Moccia ci mostra gli appartenenti al popolino, “ben” rappresentati dalla rozzissima Floriana del Grande Fratello e dalle sue amiche di scena, volutamente rese nella peggior maniera possibile. Una vera e propria offesa nei confronti del pubblico medio dei suoi film, che appartiene in gran parte a questa categoria e meriterebbe, dunque, quantomeno più rispetto e caratterizzazioni meno abbozzate. Ma nel mondo mocciano le sfumature sono difficili da ritrovare: è tutto bianco o nero, ti amo o ti lascio, mi deprimo o mi esalto, sono un fallimento oppure sono di successo. Il fatto che il film sia una sequela di eventi problematici perlopiù slegati fra loro, che si snodano per quasi due ore trovando infine soluzione in una manciata di minuti, solo grazie alla forza dei sentimenti, è quantomeno inverosimile.
Inverosimile come la tecnica utilizzata nel realizzare il film, con un montaggio convulso e a volte confusionario, una fotografia troppo satura e una regia più decisa ad insistere sulle innegabili grazie delle bellissime protagoniste che sull'eventuale espressività degli interpreti.
Inverosimile come la "bravura" di certi interpreti, espressivi quanto alcuni elementi dello scenario.
Ci sarebbero ancora tante, tante, tante cose da poter dire su Scusa ma ti voglio sposare, oltre che sulla produzione di film come questo in generale. Ma capiamo che, per certi versi, non faremmo altro che sparare su una croce rossa che fa del buonismo ipocrita la sua bandiera e della circonvenzione dello spettatore bonario il suo mestiere.

Scusa ma ti Voglio Sposare Scusa ma ti voglio sposare si lascia guardare, a differenza del predecessore, ed a tratti è anche divertente, seppur poco originale nelle sue gag. Ma questo di sicuro non basta. Sembra un mix venuto male del Casomai di D'Alatri e i vari “Meet the...” con Ben Stiller e De Niro, senza però alcuna seppur minima finezza intellettuale o visiva, o una qualche frase da citazione che solitamente esce fuori dai lavori mocciani: solo una semplice sequela di luoghi comuni, situazioni e personaggi remixati dai precedenti libri. Se Moccia si fosse limitato al primo esperimento, senza voler approfittare della gallina dalle uova d'oro rappresentata dal suo pubblico, avrebbe salvato quantomeno un briciolo di onestà intellettuale. Ora si limita a reinterpretare in maniera assolutamente personale il feedback coi suoi lettori, spacciandolo come rielaborazione realistica della rappresentazione del giovane d'oggi. Che però, a giudicare dalle sue ultime opere, nel suo pensiero è praticamente lobotomizzato.

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