Recensione Sarebbe Stato Facile

Graziano Salvatori porta al cinema una ben poco riuscita commedia sui matrimoni gay

Articolo a cura di

Apparentemente Sarebbe stato facile, esordio alla regia dell’attore Graziano Salvadori, potrebbe sembrare una tipica commedia degli equivoci in cui l’aspetto dell’omosessualità è declinato secondo il registro della farsa dai toni sopra le righe; un po’ sul modello del cult Il vizietto di Edouard Molinaro o del fortunatissimo remake hollywoodiano di Mike Nichols, Piume di struzzo (senza andare a scomodare, sulla medesima falsariga, un capolavoro quale Victor / Victoria di Blake Edwards). Ebbene, nulla di più sbagliato: Sarebbe stato facile, piuttosto, somiglia quasi ad un film di fantascienza, ambientato in un microcosmo - ufficialmente a Fucecchio, un ridente paesino della Toscana - interamente popolato da persone che pensano, parlano ed agiscono in maniera totalmente imbecille. E attenzione, non in maniera imbecille-ma-divertente come in una delle parodie di Mel Brooks (o nei rari film riusciti dei fratelli Farrelly); no, semplicemente - e ingiustificatamente - in maniera imbecille.

Doppio matrimonio

Ecco, in questo paesino popolato da un’insopportabile folla di dementi (e credeteci, non stiamo esagerando né sull’“insopportabile” né sui “dementi”) vivono due coppie di mezza età: gli architetti Luigi e Marco (Graziano Salvadori e Niki Giustini) e le stiliste Antonella e Mara (Katia Beni e Beatrice Maestrini), che per qualche arcano motivo, a dispetto della loro facciata liberal, si preoccupano di tenere celata la propria omosessualità, evitando perfino di stringersi la mano al tavolino di un bar per paura di essere notati dal cameriere, e che spacciano legami eterosessuali fasulli al cospetto dei padroni di casa (e qui la domanda sorge spontanea: ma questo universo parallelo è ricostruito nella Toscana di oggi o nella più bieca Inghilterra vittoriana?). L’improvviso desiderio di paternità instillato in Luigi da un incontro casuale con una ex-compagna di liceo, ora madre single, spingerà le due coppie ad imbarcarsi in un progetto già visto e stravisto in qualche miliardo di film e serie Tv: un “matrimonio d’occasione” (in questo caso un doppio matrimonio incrociato) che nasconde in realtà un secondo fine - nel caso specifico, poter adottare un figlio per ciascuna coppia.

Lost in Fucecchio

E poi? E poi niente. Nel senso che, in sostanza, la storia termina qui. Letteralmente. Tutto il resto (e il film dura ben 99 minuti, probabilmente fra i più lunghi della vostra vita) non è altro che un susseguirsi di cliché, di macchiette e di presunte gag. Un esempio della raffinata comicità del film? Personaggi che vanno a sbattere contro i muri (mancano giusto le risatine registrate, come nelle sit-com degli Anni ’90), o la scenetta in cui il cliente ordina un caffè al vetro e la cameriera glielo versa sulla vetrata del bancone del bar. Oppure, sempre nello stesso malefico bar, il cliente chiede di poter avere lo zucchero, ed all’improvviso ecco materializzarsi un sosia del cantante Zucchero (ammettiamolo, un gusto per il surreale da far impallidire i Monty Python!). Ma i possibili esempi potrebbero andare avanti ancora a lungo (più o meno, per tutti i suddetti 99 minuti di film), con prove di umorismo che metterebbero in profondo imbarazzo perfino il cast di un cinepanettone. Con due possibili effetti opposti sul malcapitato spettatore: prenderla a ridere, ma con l’indispensabile ausilio di qualche sostanza allucinogena (e anche bella forte), o iniziare a desiderare, all’incirca intorno al terzo minuto, che un gigantesco meteorite si abbatta istantaneamente su Fucecchio, un po’ come nel finale di Melancholia (non ce ne vogliano gli abitanti della ‘vera’ Fucecchio, ai quali al contrario auguriamo che ogni traccia di questa pellicola sia inghiottita al più presto da un oblio perpetuo).

In balia della farsa

Ma in fondo, tutto questo non importa granché. Non importa se la regia non dimostra un’impronta stilistica ben definita (leggi: se l’impressione è che il regista non avesse mai preso in mano una macchina da presa in vita sua). Non importa se il film è inzeppato di evidenti errori di montaggio. Non importa se il livello medio della recitazione risulterebbe inaccettabile perfino in una fiction con Manuela Arcuri. Non importa se il coinvolgimento emotivo dello spettatore rimane ancorato al suolo (esattamente lì dove, nel frattempo, è precipitato anche il suo umore). E non importa neppure se chi scrive, durante la proiezione del film, abbia più volte meditato l’idea del suicidio (magari utilizzando i fogli del pressbook per tagliarsi le vene, sul modello del buon vecchio Seneca). Quello che importa, invece, è che un proposito indubbiamente nobile - denunciare l’assenza di ogni forma di riconoscimento per le coppie gay da parte dello Stato italiano - sia annegato in un pasticcio di imbarazzante superficialità. Quello che importa è che, al di là del lato farsesco (più o meno riuscito), Sarebbe stato facile finisca invece per prendersi drammaticamente sul serio, affrontando tematiche quali il senso di discriminazione degli omosessuali o la difficoltà nell’adozione di un figlio e risolvendole con espedienti del tutto inverosimili: come quando - perdonate lo spoiler - l’intervento di un improponibile monsignore della Sacra Rota, che si dà arie da Cardinal Borromeo ma evidentemente pratica il commercio illegale di neonati in qualche oscuro sottobosco criminale asiatico, riesce a procurare ai protagonisti un figlio da adottare con la stessa rapidità di un corriere di Amazon, a dispetto di qualunque forma di legge (e, beninteso, di qualunque barlume di intelligenza di un ipotetico spettatore).

Sarebbe Stato Facile Un’imbarazzante farsa che vorrebbe richiamarsi all’attualità per affrontare il tema dei diritti delle coppie omosessuali, ma che annega fin dall’inizio nel più becero ed insulso umorismo da avanspettacolo di quart’ordine, azzerando qualunque ipotesi di divertimento in un oceano di banalità e in un dilettantismo senza giustificazioni.

3

Che voto dai a: Sarebbe Stato Facile

Media Voto Utenti
Voti: 5
2.4
nd