Recensione Santa sangre

Orrore e poesia si armonizzano alla perfezione in Santa Sangre, viaggio surrealista e ipnotico che consolida il Cinema unico e ineguagliabile del maestro cileno Alejandro Jodorowsky.

recensione Santa sangre
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Il piccolo Fenix lavora nel circo guidato dai genitori, il padre Orgo (ubriacone e fedifrago) e la madre Concha, un'abile trapezista nonché leader di una fantomatica setta religiosa dedita al culto di una giovane martire cui vennero amputate le braccia. L'unica amica del bambino è la coetanea Alma, mima sordomuta, figliastra di un'altra attrazione del circo, una donna interamente tatuata. Proprio quest'ultima seduce Orgo, portando la moglie dell'uomo a reagire violentemente: scoperti gli amanti in flagrante, Concha versa dell'acido sul marito che, in un impeto d'ira prima di morire tra atroci dolori, amputa alla donna gli arti superiori. Fenix, che assiste scioccato alla scena, rimane così completamente solo giacché anche Alma viene costretta a fuggire dalla donna tatuata. Questo shock dell'infanzia ha portato Fenix alla pazzia, e la sua vita da adulto è tra le quattro mura di un manicomio, dove vive in uno stato semi-catatonico. Ma un giorno sua madre ritorna all'improvviso spingendolo alla fuga...

L'amore e il sangue

Certamente poco adatto agli stomaci deboli e a chi cerca una linearità narrativa di stampo lineare/commerciale, Santa Sangre è la naturale evoluzione di un cineasta da sempre fuori dagli schemi quale l'apolide Alejandro Jodorowsky. Dopo due opere di culto come El Topo (1970) e La montagna sacra (1973) e il meno conosciuto Tusk (1980), il maestro di origini cilene torna dopo nove anni dietro la macchina da presa con l'ennesimo viaggio iconoclasta nella follia di un uomo che si ritrova suo malgrado vittima di un ingranaggio crudele e beffardo, solo in parte salvato dal paradossale e amarissimo "lietofine". Violenza granduignol sfruttata a fini di folle poetica che si rifà e non poco alla summa dei thriller / horror nostrani (Dario Argento in primis, si veda il brutale omicidio della donna tatuata, e non è un caso che tra i co-autori della sceneggiatura vi sia il di lui fratello Carlo) in una fiera esibita del grottesco che riprende figure e stilemi classici del regista, con la sua ormai ben nota predilezione per comparse o personaggi secondari interpretati da nani o persone deformi. Questa apparentemente gratuita mostra degli orrori si poggia però in realtà su una conoscenza cinefila e letteraria di primissimo livello, con una lucida attenzione nelle scelte e nei bivi ai quali il protagonista si trova davanti, in un vero e proprio percorso di crudeltà che solo la salvifica e angelica presenza di Alma sembra poter alleviare da ogni pena. Un surrealismo esasperato ed eccentrico che regala sequenze visivamente magnifiche, in un gioco di specchi che guarda al teatro, di strada e non, e che sfrutta magnificamente le abilità da mino del protagonista Axel Jodorowsky (figlio dell'autore) che, come il padre, ebbe occasione di lavorare a stretto contatto con la leggenda dell'ambiente Marcel Marceau. Una sorta di Psycho declinato alla pura follia visionaria che trascende nelle sue due ore di visione, introdotte dal lungo flashback nel quale ci viene mostrata la tragica fanciullezza di Alex, qualsiasi basilare logica di genere elevandola a forme espressive sinuose e avvolgenti nella loro sofferta violenza, con tanto di parodie cristologiche nella parte avente luogo in manicomio. Un concentrato di metafore, più o meno evidenti, che guarda ai classici dell'horror (significativo e di straripante bellezza l'omaggio a L'uomo invisibile) con situazioni estreme e sopra le righe come i suoi interpreti, magnificamente perfetti o in figure filo-fiabesche o in uomini/creature ripugnanti. Perché Santa Sangre in fondo altro non è che una magica favola di amore e morte, virata al sangue e di sovrannaturale magnetismo.

Santa sangre Opera che fa di una violenza esibita ma mai gratuita il veicolo per costruirvi un'etica poetica dalla magia innata, Santa Sangre è pura apoteosi del Cinema di Jodorowsky che, ripercorrendo tratti stilistici ormai consolidati ci racconta un'infanzia perduta e le conseguenze di una tragedia privata insormontabile. Sangue e dolore dipingono un quadro surrealista ed estremo, che gioca con divertente e consapevole spregiudicatezza tra ironia e orrore in una fiaba dei dannati dallo sguardo iconoclasta, sempre sorretta da una poetica personale di rara intensità emotiva che coglie al meglio le marcate sfumature del numeroso parterre di partecipanti a questo dolente gioco al massacro, emotivo e non.

8.5

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