Saint Maud: la recensione dell'horror di Rose Glass

Arriva on demand l'ennesimo brillante horror indipendente degli ultimi anni, con protagoniste Morfydd Clark e Jennifer Ehle.

Saint Maud: la recensione dell'horror di Rose Glass
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Anche con il nuovo Saint Maud l'horror indipendente conferma una tendenza che negli ultimi anni è andata sempre più a consolidarsi: il genere attualmente sembra rappresentare il trampolino di lancio più sicuro possibile dal quale un regista esordiente possa sperare di spiccare il volo e, a patto che abbia la giusta dose di coraggio e talento, iniziare a farsi notare a livello internazionale.
Questo perché il cinema horror, nel suo appartenere alla sfera del fantastico, permette una grande quantità di libertà di messa in scena, spesso direttamente proporzionale al budget a disposizione.
Il cinema del passato ce lo ha insegnato, meno sono i soldi in tasca e più bisogna sforzarsi per trovare soluzioni originali per creare tensioni, suggestioni, per rileggere vecchie tematiche con sguardo nuovo e inquadrare con un taglio originale argomenti già toccati da altri.
Dalle paranoie sulle malattie sessualmente trasmissibili di It Follows di David Robert Mitchell alle perversioni religiose e folkloristiche di The Witch e The Lighthouse di Robert Eggers, passando per le elaborazioni psicologiche di lutti e rotture sentimentali di Ari Aster con Hereditary prima e Midsommar poi, il sovrannaturale oggi sembra attirare i registi esordienti per le possibilità che offre in termini di libertà.
E Saint Maud di Rose Glass in questo discorso ci rientra a pieno titolo.

Storie di una santa

La Maud descritta come Santa fin dal titolo è una ragazza inglese (interpretata da Morfydd Clark, che rivedremo nella serie tv de Il signore degli anelli) che parla con Dio tutti i giorni. È un'infermiera di fede cattolica animata da un contagiante (vorrebbe lei) fervore religioso, che per qualche ragione ha smesso di lavorare in ospedale e oggi si occupa di degenza privata accudendo i malati nelle proprie case.
È così che incontra Amanda (una magnifica Jennifer Ehle), ex ballerina dal passato (e dal presente) molto disinibito, fortemente atea e malata terminale: la sua fervente badante prova a venderle le promesse di vita eterna che sono manifesto della sua incrollabile fede, lei preferisce il piacere della carne terrena intrattenendo una relazione con Carol, che si fa volontariamente più spinta quando Amanda si accorge del disagio che suscita in Maud.
Insomma tra le mura gotiche della casa isolata e scricchiolante, le due donne sembrerebbero catturarsi a vicenda in un tacito e intrigante gioco di seduzione che pian piano trascenderà il fisico per diventare prima mentale e poi addirittura spirituale, in un progressivo rilanciare che scandisce anche il passaggio graduale del film che da dramma assume i contorni di un thriller psicologico per andare a sfociare nell'horror di possessione.

Lo spunto di maggior interesse però è che l'idea che a invasare Maud non sia il Diavolo, ma lo Spirito Santo.
Come in una novella di matrice kinghiana sarà impossibile distinguere la fede cieca dalla follia e il sovrannaturale e le proiezioni mentali diventeranno un tutt'uno. Tra sorprese e delizie puramente cinefile, come la tappezzeria degli interni espressamente kubrickiana e le maschere decadenti stile Norma Desmond di Viale del tramonto calate a forza sulla figura esile di un'irriconoscibile Jennifer Ehle, Rose Glass si dimostra in grado di avere il talento giusto per trasformare un soggetto banale in un trionfo di idee e di messa in scena.
Saint Maud riesce, con guizzi semplicissimi ma travolgenti (come un banale fuori campo e una voce camuffata usati per ribaltare il canonico senso di protezione e calore di Dio) a creare un mondo contorto dove l'irreale si mescola con il reale e tutto, perfino una lenta morte per malattia o un efferato omicidio per eccesso di zelo infermieristico, sembra assumere dei contorni malsanamente erotici.
Il frame finale, che costringe lo spettatore a rileggere in retrospettiva tutto il testo, rivela anche una forte presa di posizione da parte dell'autrice, che quasi con ironia sembra voler offrire un'alternativa più materica alle istanze metafisiche di Martyrs di Pascal Laugier.

Saint Maud Nella storia di Santa Maud, un'infermiera in grado di parlare con Dio (che se non fosse per l'ambientazione inglese sembrerebbe balzata fuori da un romanzo di Stephen King), la regista esordiente Rose Glass infonde un gusto davvero raffinato per la messa in scena e fa intravedere un talento visivo per idee e situazioni che, ancora una volta, sottolineano quanto l'horror indipendente possa vantarsi di essere diventato la palestra dei migliori giovani autori di domani. La graduale trasformazione delle atmosfere del film, che da drammatiche sfociano nel thriller psicologico fino a dilagare nell'horror demoniaco (ma con un fondamentale ribaltamento) contribuisce a fare di Saint Maud l'ennesima perla di un genere sempre più vincente.

8

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