Recensione SaGràscia

Il pellegrinaggio di Antonio attraverso una Sardegna che (non) c'è

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Dopo il debutto con il film Falene, Produzione Indipendente continua il suo cammino nell'ambito della cosiddetta cinematografia italiana degli invisibili, un gruppo eterogeneo che include tutti quei lavori (solitamente realizzati in low budget) che per la loro scarsa fruibilità da parte del grande pubblico o a causa di insufficienti contatti distributivi, non riescono a vedere mai le luci della sala. L'opera prima del regista sardo Bonifacio Angius e secondo film presentato da Distribuzione Indipendente, ovvero SaGràscia, rientra di diritto in questa classifica di invisibili, per via soprattutto di una struttura criptica che rifiuta la narrazione in tre atti preferendogli invece il più ostico sviluppo a stanze, in cui dal viaggio ‘on the road' (il corridoio) intrapreso dal protagonista si aprono le molte e sorprendenti porte su personaggi e momenti incantati, che rendono il film un misterioso mix di immaginazione, sogni, ricordi, tutti modulati e filtrati attraverso gli occhi del piccolo Antoneddu, Antonio in sardo.

Antonio è un bambino di dieci anni che vive con una ‘pia' nonna che lo obbliga sempre a lavarsi il viso. Un giorno, in fuga dalla nonna, Antonio inciampa su una biglia e si ferisce la testa; salvo poiché gli è stata concessa ‘SaGràscia' (La grazia) la nonna lo costringe a intraprendere un pellegrinaggio (accompagnato dal cugino più grande) fino alla chiesa di Sant'Antonio per render grazie al santo che lo ha salvato. Così il bambino s'incamminerà attraverso una strada polverosa, che costeggia un paesaggio bruciato dal sole e ricolmo di spighe, in una sorta di escapismo emozionale che svelerà a poco a poco un mondo impalpabile, fatto di personaggi che appaiono e scompaiono nel nulla come accade ai frutti che di tanto in tanto si materializzano nelle mani dei personaggi. Aprendo e chiudendo tutte quelle porte che danno su mondi che appaiono tanto fantastici quanto reali, e che forse non sono altro che proiezioni della mente, Antonio cercherà di colmare il divario esistente tra sé e il miraggio di quella chiesa (che non sa neanche perché deve raggiungere) che appare sempre più lontana.


In equilibrio sul filo dell'immaginazione

SaGràscia è un film costruito con una poetica quasi reverenziale per l'immagine che non è, come sempre accade, propedeutica al racconto, ma che rappresenta il racconto stesso. In un limbo sospeso tra la vita e la morte le percezioni del piccolo Antonio trascolorano in un mondo di personaggi-archetipo che si appropriano della storia in maniera viscerale. La nonna devota, la donna errante, il cugino-mucca, i musici diventano così simboli incarnati di una terra (la Sardegna) che perde i connotati reali per assumere quelli esistenziali di un luogo dell'anima, dove tutto esiste e tutto muta, in un continuo divenire che trasforma la percezione del reale in un'esperienza onirica. Bonifacio Angius, condensando il cinema visionario di derivazione felliniana con quello più realistico-figurativo di Pasolini, e spingendo i canoni cinematografici quasi al loro limite, realizza un film profondamente contaminato da sentimenti che vanno però cristallizzati dallo spettatore durante l'esperienza visiva. Grande pregio e anche limite di un lavoro come questo rimane l'uso di quel linguaggio disarticolato che si traduce in una pellicola piena di rimandi, citazioni e percezioni ma difficilmente fruibile, continuamente sospesa in una bolla spazio-temporale che impedisce allo spettatore di seguire le fila della narrazione (di fatto inesistente) costringendolo invece a metabolizzare la suggestione di quelle immagini, spesso sovrastate da una musicalità che sfila dallo sfondo per ergersi a protagonista, in un racconto personale, per forza di cose aggrappato ai ricordi e alle proiezioni della vita personale di ognuno di noi.

SaGràscia Il regista sardo Bonifacio Angius sperimenta il realismo magico (una dimensione che ricorda vagamente quella usata da Mezzapesa nel suo Il paese delle spose infelici, entrambi legati a vivide realtà regionali - sarda e pugliese - che sfogano le loro pulsioni in mondi e personaggi favolistici) per ambientare in una Sardegna onirica il viaggio del piccolo Antonio verso una meta che di fatto non esiste e che rappresenta solo il mezzo per sperimentare la complessità emozionale di un viaggio allegorico verso la fine, l’aldilà. Un film complesso nel suo essere immune a ogni tentativo di schematizzazione e che acquista forza e suggestione solo in proporzione alla volontà/capacità di elaborazione personale e metabolizzazione dello spettatore.

6.5

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