Sactuary Recensione: un film intrigante, ma non troppo

Due personaggi, una stanza e tantissimo in gioco: tra ruoli di potere e sentimenti tumultuosi, Sactuary cerca di attrarre riuscendoci solamente a tratti.

Sactuary Recensione: un film intrigante, ma non troppo
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Margaret Qualley e Christopher Abbott sono i protagonisti di un film che, almeno come prima impressione, vuole sembrare dall'animo torbido, ma che si rivela assai più canonico e meno sconvolgente di quanto la sua aurea finta sessuale/intellettuale vuole dare. Sactuary è la pellicola diretta da Zachary Wigon che si basa sulla sceneggiatura di Micah Bloomberg, la quale dopo essere passata al Toronto International Film Festival e alla 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma si appresta ad arrivare tra le uscite in sala di novembre 2022. Un'operazione che millantava tanto l'essere il nuovo e contemporaneo Secretary, ma che di distanza dall'eccitante e sagace film del 2002 ne pone parecchia, sia per quanto riguarda il legame erotico che si instaura tra i protagonisti, quanto ancor più per quell'aspetto mentale che dovrebbe agganciare lo spettatore e intrappolarlo nella pellicola - ma cos'è sexy al cinema?

Ruoli emotivi e di potere

Sicuramente Sactuary non sarà un'opera in alcun modo sconvolgente o rivoluzionaria, ma dalla sua può avere comunque il fascino delle opere che si svolgono in un unico luogo con due soli personaggi a cui viene affidata interamente l'interazione e la gestione dello spazio per dare vita alle loro diatribe dialettiche. Quelle che si consumano in quantità nella pellicola e che vertono attorno ai rapporti di potere, ai ruoli di genere, a qual è la posizione che ci viene riservata nella società e qual è quella che, invece, instauriamo nei rapporti, sia che questi siano sentimentali o lavorativi, in qualsiasi loro sfumatura.

Tanti principi il cui seme viene sparso all'interno della pellicola per poi germogliare e venir raccolto mano a mano che i discorsi portati avanti dai protagonisti non culminino nella realizzazione di cosa rappresentano l'una nei confronti dell'altro. Un capire attraverso una giostra di sentimenti, dalla collera alla comprensione, qual è la parte che hanno recitato fino a quel momento e dove inizia e finisce la commedia che hanno interpretato.

Una dinamica che rende interessante il prodotto nella sua interezza, ma che non la esalta per la stesura di dialoghi che è evidente vogliano essere più di impatto che insinuanti, riverberando questa sensazione per il resto degli angoli dell'opera la quale si pone ai confini di una pièce teatrale.

La bilancia tra Christopher Abbott e Margaret Qualley

L'alternanza dei toni, la posizione rivestita da entrambi i personaggi e il loro spalleggiarsi non volendo mai far pendere la bilancia da nessuna delle due parti (anche se Qualley cerca spesso di primeggiare rompendo a tratti questo equilibrio), è ciò che maggiormente contribuisce nel mantenimento dell'attenzione dello spettatore.

Il quale percepisce ben presto qual è il fascino che la pellicola può suscitare, ma non condividendolo necessariamente, rimanendone anzi anche alquanto estraneo, apprezzando comunque le sferzate che l'opera tenta di dare. Stessa percezione che si sposta dai dialoghi dello script alle performance dei soli attori di Sacturay, Qualley e Abbott, in grado di generare una sinergia senza cui il film cadrebbe probabilmente a picco, sapendolo tirare su anche quando potrebbe risultare meno accattivante e portando così la responsabilità sulle proprie spalle. L'energia di lei si abbina alla compostezza sempre ai limiti nel nevrotico di lui, mostrando ambedue la sensibilità necessaria per immettersi in tutte le svolte che la storia riserva al rapporto tra i loro personaggi, sapendoli rendere vivi anche nelle loro forzature o esagerazioni. Un'opera condotta dalle loro interpretazioni e che di queste si nutre dal principio alla fine, rendendosi più seducente all'inizio e concludendo in maniera leggermente più blanda, ma mantenendo comunque la potenzialità di poter attrarre lo spettatore.

Sactuary Sactuary ha il fascino del film in un unico luogo con due soli personaggi, ma che non ha però quella presa necessaria per essere insinuante e penetrante. La pellicola cerca d'essere più di impatto possibile mentre esplora i ruoli di potere e sentimentali tra i protagonisti, perdendosi nei propri manierismi di scrittura e non affondando mai in profondità nel cuore della questione. Un lavoro tenuto comunque in equilibrio da Margaret Qualley e Christopher Abbott, in grado insieme di mantenere viva la scena.

6.5

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