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Sabrina, la recensione del film originale Netflix

L'acquisto di una popolare bambola dalle inquietanti fattezze coincide con l'inizio di strani fenomeni sovrannaturali in questo horror indonesiano.

recensione Sabrina, la recensione del film originale Netflix
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Aiden, fabbricante di giocattoli, e sua moglie Maira decidono di adottare la piccola Vaya, nipote dell'uomo da poco reduce dalla morte dell'amata madre. Quando la bambina durante l'intervallo scolastico fa delle domande a Il gioco di Charlie, una sorta di versione alternativa e semplificata della tavoletta Ouija, nel tentativo di comunicare con la compianta genitrice, finisce per risvegliare inquietanti presenze.
L'arrivo in casa della bambola Sabrina, una delle più vendute nel Paese, coincide con fenomeni sempre più strani e al centro di tutto sembra essere proprio il suddetto fantoccio dalle sembianze femminili, forse posseduto da una qualche entità. Quando la dimora inizia a essere luogo di episodi sovrannaturali, Aiden e Maira decidono di contattare una coppia di esperti medium, dando inizio a una partita mortale contro uno spirito dotato di enormi poteri e legato forse alla passata storia della famiglia protagonista.

Un horror imbambolato

Le bambole assassine sono nemesi archetipiche del cinema horror e anche la scena indonesiana ha indagato spesso l'argomento in produzioni per la quasi totalità mai arrivate nel nostro Paese. Tra gli ultimi titoli indigeni ora fruibili anche per il pubblico italiano, grazie a Netflix che lo distribuisce come originale nel proprio catalogo, vi è Sabrina, film diretto da quel Rocky Soraya che, oltre a essere arrivato già sulla piattaforma on demand solo pochi mesi fa con Il terzo occhio (2017), si è già addentrato nel filone con il dittico di The Doll.
Va dato atto al regista di aver studiato bene le basi del genere, omaggiato in più occasioni sin a cominciare dal prologo che cita apertamente la saga cult di Chucky, con decine di bambini che acquistano in massa il pupazzo dalle fattezze femminili, già di per sé inquietante a un primo sguardo per via dei suoi occhi giganti e del naso aquilino, fino a rimandi a cult recenti come Annabelle (2014).
Ben presto, dopo un rapido background nelle vicissitudini della famiglia protagonista, la storia discende in atmosfere più dark, riciclando qua e là elementi cardine delle produzioni esorcistiche, con getti di vomito nero e corpi che lievitano per cause sovrannaturali.

A ghost story

Proprio in questa sua strada derivativa Sabrina mostra i suoi maggiori difetti, limitandosi a un semplice copia/incolla che sa di già visto, lasciando poi entrare stonate sfumature trash nella gestione delle entità spiritiche. Il make-up che trasforma il volto degli attori provoca infatti risate e disgusto in egual misura, dando il via a un'ironia involontaria che smorza anche le sequenze a maggior tasso tensivo. Le quasi due ore di visione si risolvono così nella seconda metà in una serrata resa dei conti tirata eccessivamente per le lunghe, con l'entrata in scena della coppia di medium che, armati di collane protettive e mantra, se le danno di santa ragione con la mostruosa presenza sovrannaturale, fino al forzato colpo di scena finale e al liberatorio epilogo, aperto comunque a un più che probabile sequel.
E così tra app per tablet utilizzate per rintracciare i fantasmi, lenzuola che nascondono chissà quali pericoli, lampi che scuotono le buie notti tempestose e carillon che si accendono da soli, il film pecca di personalità, con solo gli spostamenti improvvisi e le beffarde mutazioni facciali della bambola a donare qualche sano jump-scare in una narrazione fortemente prevedibile.

Sabrina Il cinema indonesiano è di nuovo protagonista su Netflix con un'altra produzione originale, un horror che tenta di aggiornare il filone delle bambole assassine virandolo alle influenze del folklore indigeno. Il regista Rocky Soraya, già bazzicante nella carriera recente nell'argomento, cerca di omaggiare i classici includendo anche influenze esorcistiche ma finisce per penalizzare l'omogeneità dell'insieme, scadendo (in particolare nella seconda metà di visione) in un'estenuante resa dei conti fra la famiglia al centro della vicenda e l'inquietante presenza legata allo spaventoso fantoccio. Sabrina ha qualche momento più che discreto ma a tratti scade nel ridicolo involontario, finendo per risultare un calderone confuso e gratuito nella gestione di personaggi e ambienti, spesso schiavi dei cliché.

5

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