Recensione Rush Hour - Missione Parigi

Per la coppia Chan-Tucker non c'è il due senza il tre

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Formule collaudate per successi assicurati : è ormai questo il leit motiv che Hollywood ha eretto come portamento del suo cinema da un po' di anni a questa parte. Ecco perciò giungere, a sei anni dal secondo episodio, la terza avventura della coppia Chan - Tucker. Se il primo capitolo aveva mostrato una storia divertente proponendoci un duo che sembrava potesse ereditare il pesante vuoto lasciato dal duo Gibson - Glover di Arma Letale, già il seguito aveva lasciato intravedere diversi segni di debolezza, dovuta soprattutto ad una certa ripetitività delle situazioni. Con questo ultimo (per quanto tempo?) tassello della trilogia, ambientato in terra francese, si tocca proprio il fondo, proponendo una storia vista e rivista carica di scenette e gag la cui banalità è difficilmente imitabile. Tocca alla figura di Jackie Chan, peraltro ormai oltre la cinquantina, sopportare il peso di una sceneggiatura debole e arruffona, curandone in parte i vizi di trama con le acrobazie di cui è maestro. Non regge questa volta il confronto invece la comicità di Chris Tucker, urlata e in più di un caso troppo stupida per spettatori che abbiano un quoziente minimo di intelligenza. Ma è tutta la storia che rasenta i limiti dell'assurdo, laddove appare che proceda solo per giungere a quel tanto, mai così sospirato, finale. Tutto ruota intorno a personaggi il cui curriculum narrativo ricalca gli standard del genere mafia/yakuza, senza un minimo di spessore, che, seppur in una commedia, non avrebbe guastato. E dispiace vedere professionisti del calibro di Max Von Sydow e Roman Polanski invischiati in un'operazione come questa, di puro e semplice marketing. Infatti i primi due episodi della saga hanno totalizzato insieme la bellezza di 600 milioni di dollari d'incasso, e quest'ultimo solo negli Stati Uniti ha abbondantemente superato il primo centinaio. Appare perciò comprensibile, anche se non meritata, la cifra guadagnata dai due attori, con Tucker che raggiunge i 25 milioni e Chan i 15.

Ma cosa rimane di questo film, a parte il comparto remunerativo, che sia da salvare? Seppur poco, qualcosa c'è. Alcune scenette riescono a divertire il minimo sindacale, soprattutto quelle in cui il funambolico Jackie da prova delle sue grandi doti da stuntman, anche se, rispetto ad altre sue pellicole, vi è molta meno fantasia acrobatica. E poi la "battaglia" finale ambientata sulla Tour Eiffel, e qui il panorama di Parigi ha sempre qualcosa di fascinoso da dire. Si chiedeva francamente di più. La storia? E' puramente accessoria, una classica spy-story come se ne vedono tante, che vede i nostri due agenti sbarcare nella capitale francese alla ricerca del capo delle Triadi cinesi. Durante la loro avventura, tra amori e ritorni dal passato, scopriranno segreti fino ad allora impensabili. Niente che valga la pena di esser narrato nei particolari comunque, o di entrare tra i candidati all'Oscar per miglior sceneggiatura (forse però una nomination ai Razzies non sarebbe inappropriata). Non manca neppure qualche velato riferimento ai rapporti incrinati Francia - USA, qui però trattati in un modo nè troppo critico, nè in grado di proporre una cinica ironia. Inoltre la breve durata, di solito più che adatta a un certo genere di action-hilarious-movie, qui appare come forzata, e finisce per lasciare qualche buco irrisolto. Anche chi aveva apprezzato i precedenti episodi di questa "saga", difficilmente troverà piacere nella visione di questo film, un enorme passo indietro per il regista Brett Ratner, vera e propria gallina d'oro di Hollywood. Non sempre è oro quel che luccica, ma facilmente i creduloni non noteranno la differenza. E questa non sarà l'eccezione che conferma la regola. Bocciato, sperando che se mai si giungerà al poker (e non è difficile escluderlo) almeno si abbiano carte migliori da giocare.

Rush Hour - Missione Parigi Il peggior episodio di una saga iniziata col piede giusto, ma che ha sbagliato i passi successivi. Solo l'abilità acrobatica di Jackie Chan è da salvare, e anche la comicità di Tucker, altrove più riuscita, qui è quasi irritante. Banale, scontato e breve: un consiglio? Riguardatevi il primo capitolo, almeno non ne infangherete il ricordo con la visione di quest'ultimo.

4.5

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