Run Sweetheart Run Recensione: l'horror femminista arriva su Prime Video

Il film di Shana Feste diverte con il suo fare scanzonato prima di collassare in una deriva didascalica che spoglia l'opera di ogni fascino.

Run Sweetheart Run Recensione: l'horror femminista arriva su Prime Video
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Una donna scalza, ferita e terrorizzata corre in piena notte per le strade della sua metropoli cercando di sfuggire ad una bestia umana. Nessuno tra passanti e polizia riesce ad aiutarla nella sua fuga, costringendola a nascondersi presso amici che vengono a loro volta puntati dall'animale che la insegue. Utilizzando una cornice sociale molto attuale, Shana Feste scrive e dirige Run Sweetheart Run, pellicola celebrata al Sundance Film Festival di due anni fa e finalmente arrivata in streaming grazie agli sforzi di Amazon Prime Video (scoprite i film Amazon di novembre 2022).

Nella ripresa di meccaniche narrative che ondeggiano tra il thriller e lo slasher movie, il film potrebbe rivelarsi un ottimo passatempo nel classico periodo ottobrino dedicato agli spaventi, a patto di non lasciarsi frustrare da un messaggio didascalico sicuramente di grandissima importanza, ma veicolato con eccessivo moralismo ed una punta di supponenza.

Una cena finita male

L'inserimento nel mondo del lavoro non è facile per nessuno, ma è ancora più complesso per una giovane madre single che non ha ancora completato il suo percorso di studi: Cherie (Ella Balinska) lavora come assistente di un avvocato di successo, occupandosi di gestire i numerosi impegni del suo capo tra incombenze lavorative e promemoria personali. A causa di un errore di calendario, la donna ha fissato la cena con un cliente importante per la stessa sera in cui il titolare festeggia il suo anniversario di matrimonio, e viene per questo obbligata ad intrattenere il facoltoso assistito in assenza dell'avvocato.

Tra i due dovrebbe svolgersi soltanto un pasto galante, ma l'avvenenza di Ethan (Pilou Asbæk) unita allo charme ed alle sue risorse economiche, trasformano l'incontro di lavoro in un appuntamento romantico al quale Cherie si abbandona dopo qualche reticenza. Tornati nella magione dell'uomo per un ultimo drink prima della buonanotte, il ricco cliente si trasforma d'improvviso in una bestia assetata di sangue, costringendo la donna ad una rocambolesca fuga per le strade della città in attesa di un'alba che sembra non arrivare mai.

Il thriller che non ti aspetti

Dopo una parte iniziale lenta e rilassata, la pellicola impiega ben poco prima di sconvolgere le carte in tavola ed imbastire un thriller ansiogeno e ricco di colpi di scena, nel quale la sua sfortunata protagonista è costretta a fuggire in solitaria a causa delle forti ingerenze che il suo inseguitore sembra espandere in ogni settore della città.

La polizia colpevolizza la vittima ed ogni passante sembra un complice di Ethan, per questo Cherie si trova a battagliare contro tutto e tutti, sola contro il mondo senza poter contare su nessuno. Nell'inscenare la sua trama veloce e paranoica, la regista opta per un'aura di mistero che dalla sceneggiatura si riverbera nella finzione del cinema: Ethan con la sua mascolinità tossica simboleggia il controllo assoluto, ed il suo potere non si limita soltanto ad incanalare le svolte diegetiche con i suoi ordini perentori, ma gli permette anche di muovere la telecamera a suo piacimento e di scegliere la colonna sonora adatta per ogni occasione. L'abbandono della plausibilità viene ulteriormente sottolineato dalla trasformazione quasi demoniaca dell'antagonista, il quale si dimostra una sorta di predatore perfetto, spalleggiato da tutti e capace di trovare la sua vittima seguendo l'odore del suo sangue.

La foga del messaggio

La pellicola prosegue il suo viaggio verso i lidi dell'horror divertito e referenziale grazie a dialoghi pungenti, che donano un buon ritmo ad una narrazione che si apre con sempre più convinzione verso la commedia splatter abbracciandone i canoni di irrealtà, tra rotture della quarta parete ed i classici salvataggi dell'ultimo istante.

Com'era preventivabile già in fase di apertura, l'impaurita Cherie diventa col tempo una guerriera indomita che sfrutta i poteri del nemico a suo favore, avviandosi in questo modo verso un finale scontato ma non per questo spiacevole. Convincono nei loro ruoli di cacciatore e preda i due protagonisti principali (buona la prova di Ella Balinska, che si lascia alle spalle le incongruenze raccontate nella recensione di Resident Evil), ma - come spesso accade in questo tipo di film - sono i personaggi secondari a rubare la scena con il loro apporto accalorato e divertente, tra scene di fiducia incrollabile ed uno scontro sanguinoso con la bestia umana.

Purtroppo Shana Feste decide infine di strappare il velo di mistero che ondeggiava su Ethan e costruisce in questo modo un altro film all'interno della sua opera, questa volta didascalico e moraleggiante fino all'estremo, privo di qualsivoglia non detto e deciso a spiegare ogni singolo passaggio futuro e passato. Il tema della donna che lotta contro un mondo di uomini era facilmente leggibile nelle continue disavventure di Cherie, ma nelle sequenze conclusive viene spiattellato sullo schermo da una trama che nel perseguire il suo scopo crolla in un finale assurdo e poco coinvolgente, il quale rovina con i suoi moralismi un thriller che aveva le potenzialità di intrattenere.

Run Sweetheart Run Shana Feste scrive e dirige una pellicola che lascia aleggiare con intelligenza un importante messaggio sociale, utilizzando i canoni dell'horror per inscenare una rocambolesca fuga notturna per le vie di una città ostile. Il suo è un thriller che ondeggia sui confini dello slasher movie e della commedia nera, pieno di movimenti meta-referenziali e dal grande impatto visivo, che purtroppo sceglie di abbandonare il suo approccio misterioso all'interno di una parte conclusiva ai limiti del moraleggiante. Le sequenze finali spogliano di fascino l'operazione complessiva, la quale si rivela un passatempo crudele e divertito grazie a dialoghi pungenti e ad un buon ritmo narrativo, al netto di una fine ingloriosa che si accartoccia su se stessa perdendo qualsiasi anelito artistico.

6

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