Roma, la recensione: l'arte e la vita s'incontrano, diventando indistinguibili

Alfonso Cuaròn usa sguardo e tecnica per portarci indietro nel tempo, in una Città del Messico poetica e brutale in cui vita e arte s'incontrano.

recensione Roma, la recensione: l'arte e la vita s'incontrano, diventando indistinguibili
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Su un pavimento ruvido, irregolare, ripreso dall'alto, irrompe con forza dell'acqua. Appare fredda e mescolata a detersivo, come indicano le numerose bolle bianche. Qualcuno sta ripulendo il cortile di una casa signorile, piena di stanze, libri, lampade. Silenziosa mentre tutti sono via, un brulicare infinito di voci e suoni quando madre, padre e quattro figli sono di ritorno da lavoro e scuola.
Siamo a Città del Messico negli anni '70 e stiamo per assistere a un anno burrascoso della vita di Alfonso Cuaròn, impegnatosi a scrivere, dirigere, fotografare e montare il suo film più intimo e personale (per la gioia di Netflix). Il suo nome però non salta mai dalle righe di sceneggiatura, non si tratta di un'autobiografia adattata 1:1, lo spettatore non sa mai dove arriva il limite della realtà e inizia quello della finzione cinematografica, ma poco importa.
Vediamo tutto attraverso gli occhi della giovane Cloe, una domestica indigena di umili origini, impegnata 24 ore al giorno a occuparsi della suddetta casa. Alle sue mani sono affidati i pavimenti da spazzare, i mobili da spolverare, i letti da riassettare, davanti ai suoi occhi invece va in scena la vita più pura, quella di una crisi profonda fra un uomo e una donna, di quattro pargoli vispi e iperattivi che vedono il padre andar via per lunghi periodi, senza che prima abbia dato loro una carezza di saluto, di un cane che non ha il permesso di uscire fuori dal cancello principale, costretto a vivere in un cortile mai abbastanza grande.
Dinanzi al suo sguardo però prende forma anche la sua stessa esistenza, l'abbaglio di una storia d'amore, l'idea di non essere mai abbastanza durante il turno di lavoro, o sufficientemente coraggiosa per godere del libero e assoluto arbitrio.

Il cappello dei ricordi

Alfonso Cuaròn dev'essersi guardato a lungo in uno specchio prima di intraprendere la produzione di Roma, e utilizzare il mezzo cinematografico come mera macchina del tempo. Dal cappello dei ricordi ha infatti tirato fuori, chissà con quanta forza, episodi di una poesia e bellezza disarmanti, che lasciano lo spettatore senza fiato.
Fra momenti di pura gioia e dolori inenarrabili, il potente bianco e nero della pellicola 70mm scorre apparentemente senza seguire alcun canovaccio, alcun binario, come se la camera si trovasse sulla scena a catturare l'azione in presa diretta. Come se dinanzi alla lente non vi fosse mai un set costruito, ma la vita reale, tangibile, imponente nella sua semplicità.
Questo è Roma, un ritratto familiare "allargato" di dimensioni impressionanti, difficile da raccontare a parole e da vivere assolutamente in prima persona, lungo tutta la sua durata (138 minuti).
Un'esperienza cinematografica assoluta, con lo spettatore preso per mano dalla purezza dei protagonisti e dall'incanto delle atmosfere, con una Città del Messico anni '70 ricostruita sin nei più piccoli dettagli, dai quartieri cittadini alla polverosa periferia. Si assiste, di fatto, a un evento privato, si cammina a passi lievi fra le memorie dell'autore, con la costante paura di disturbare, di esser di troppo o di calpestare qualcosa che non dovremmo.

Questo accade quando ci confrontiamo con le pieghe più intime del racconto, spesso però inglobate in un contesto più ampio: attorno alla famiglia protagonista, infatti, avvengono eventi che sono parte della storia del Messico stesso, come terribili incendi, terremoti, rivolte popolari dovute al caos politico, assassini brutali di una terra allo sbando, l'arrivo dei primi fenomeni di cultura popolare presi in prestito dagli USA, con la loro affascinante stravaganza.
La scrittura geniale e sensibile di Cuaròn mescola perfettamente la sfera privata con quella pubblica, quest'ultima di grande valore storico dunque, l'attenzione per i dettagli e le inquadrature poi completa il quadro generale, permettendoci di camminare - come gamberi - a ritroso nel tempo.

Avanti e indietro

Pensando alle inquadrature, abbiamo l'aggancio perfetto per parlare della tecnica oltre la lirica. Chi conosce Alfonso Cuaròn, ricorda certamente la sua magica ossessione per i piani sequenza, un "vizio" che torna più volte anche in questo progetto. La sua macchina da presa fluttua spesso nell'aria, vaga da destra e sinistra, da sinistra a destra, talvolta gira persino tutt'attorno, per mostrare quadri ampi e meravigliosamente costruiti, mai fini a se stessi - esplodendo poi in un finale a pelo d'acqua che toglie il respiro.
Senza fretta, senza ansia di sorta, ogni cosa avviene con la dovuta calma, anche quando ciò che accade su schermo vorrebbe far esplodere il petto. Come detto in precedenza, la camera si limita a documentare, a riprendere spezzoni di vita apparentemente reale, senza forzare tempi e movimenti ma lasciando che il racconto e l'arte si fondano all'inverosimile - diventando indistinguibili.
In questo se ne sta la grandezza di Roma, un'opera silenziosa e splendente che gioca con i ricordi e i sentimenti dei suoi personaggi, allontanandosi da qualsivoglia logica di mercato. Una vera e propria esperienza per lo spettatore, invitato a entrare in un antro doloroso e incantato da rispettare e contemplare, pronto a sopravvivere alle epoche a venire.

Roma Alfonso Cuaròn, forte della carta bianca ottenuta da Netflix, si allontana da qualsivoglia logica commerciale per realizzare la sua opera più intima, dolorosa, poetica e incantata della sua carriera. Un film che prende per mano lo spettatore e lo trascina al cospetto di una famiglia di Città del Messico nel cuore degli anni '70, fra importanti terremoti, sommosse popolari e traumi privati. Il ritratto di un'epoca che fonde meraviglia e sentimenti, che permette alla vita di farsi arte e viceversa.

9

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