Rocky Balboa, la recensione: il ritorno di Sly

Ritorno sul ring in grande stile per Sly, ovvero Sylvester Stallone. La recensione di Rocky Balboa.

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30 anni fa nasceva la leggenda...

Rocky Balboa, trent'anni dopo, ancora sul ring, per un'ultima volta. Il primo Rocky fu amato dal pubblico e dalla critica, che gli assegnò l'Oscar come miglior film, battendo l'ormai classicissimo Taxi Driver di Scorsese. Convinse tutti per il significato intrinseco della pellicola: il personaggio interpretato da Stallone rappresenta il riscatto, la voglia di riuscire ad emergere e la possibilità che ognuno di noi ha per farlo, proprio per la forza che ha dentro. Un pugile fallito, sulla soglia dei trent'anni, a cui viene data la possibilità di combattere per il titolo mondiale. Aveva tutte le carte in regola per far breccia nel cuore degli spettatori, e ci riuscì pienamente. Rocky 5 invece deluse tutti, con una seconda parte di film rimasta indigesta, ai fan come ai semplici spettatori. Finire così una saga che era iniziata nel migliore dei modi non si poteva, uno schiaffo a chi si era affezionato a questo personaggio così reale, icona immarcescibile entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo del pubblico. Ed è per questo motivo che Sylvester Stallone ha voluto fortemente creare questo capitolo finale, stavolta definitivo per davvero. Diretto, scritto e recitato da lui, figlio suo legittimo e indiscusso. Insindacabile. Se con Rocky nel 1976 sbarcò il lunario, grazie ad una sceneggiatura ed una interpretazione ammirevole, con Rocky Balboa Stallone si rimette ancora una volta in gioco, a sessant'anni, voglioso di dare una scossa ad una carriera infelice da qualche anno a questa parte. Questo è un film fatto col cuore, inverosimilmente non una bieca operazione commerciale. E' la voglia di dire ancora qualcosa. Di sparare le ultime cartucce.

Philadelphia, da qui comincia la storia

Sin dalle prime fasi del film si intuisce chiaramente che siamo di fronte ad un tributo eccezionale per una saga meritevole dell'affetto di cui è circondata. Numerose le citazioni, a partire dalla canzone d'apertura. Flashback continui, rimandi al passato, al glorioso passato, riferimenti che gli aficionados non tarderanno a carpire. Sono passati trent'anni, e si vede in qualsiasi cosa, a partire dalla città natale dello stallone italiano, Philadelphia: l'ambiente che circonda Rocky è fatiscente, palazzi abbandonati, macchine sfasciate, esercizi pubblici chiusi, che mai più riapriranno.
E' un continuo viaggio nel passato, un passato in cui Rocky è immerso pienamente. Sua moglie è morta, e lui gestisce un ristorante nella zona dove è cresciuto e dove si è formato come pugile. Le persone vengono da lui principalmente per vederlo e per sentire le storie sulla sua carriera. Vive una vita più o meno tranquilla, se si mette da parte il rapporto sottilmente conflittuale con il figlio (interpretato da Milo Ventimiglia). Ha vissuto gran parte della sua vita sul ring, con i riflettori puntati, sottoposto a continue sfide, ripetutamente messo alla prova dalla vita e da se stesso. E adesso sente che gli manca qualcosa, tormentato da un male spirituale che non riesce bene a definire. Probabilmente è voglia di rialzarsi in piedi, di dimostrare di avere ancora qualcosa da dare. L'occasione gli si presenta davanti grazie ad un incontro virtuale simulato in tv tra lui e l'attuale campione del mondo, Mason Dixon. Per il computer, il vincitore sarebbe Rocky Balboa. Inutile dire che questo stuzzicherà il pubblico, e la voglia generale e forse un po' pazza di vederli insieme nel ring, per un incontro di esibizione. Folle accettare, ma Rocky non si tira mai indietro di fronte alle sfide, neanche a sessant'anni.

Rocky Balboa, il pugile della gente

Rocky Balboa è un film che gioca sui ricordi, viaggia prepotentemente sull'autostrada tracciata dalle sinapsi dei fan, pronti a riportare in superficie, grazie all'ausilio di Stallone, ogni singolo frammento di questa saga che ha vissuto anni di buio e silenzio. Le immagini proiettate su schermo colpiscono per la loro emotività, davvero difficile rimanere impassibili di fronte a certe situazioni proposte, specialmente avendo alle spalle la visione di tutti i vari Rocky.
Stallone oltretutto dimostra un vero e proprio talento come sceneggiatore, e anche qui colpisce con uno script che sostiene fermamente il film, offrendoci dialoghi adeguati e sempre freschi.
In questo panorama cristallino emergono purtroppo delle stonature evidenti: in primo luogo il doppiaggio italiano, a tratti indecoroso. Si salva solamente il doppiatore di Stallone, ma una particolare nota di demerito va ai telecronisti dei match. Inoltre, l'incontro finale sul ring manca della drammaticità che aveva contraddistinto i combattimenti speculari degli altri film (capitolo quinto a parte). E' una scelta del regista, apprezzabile o meno, sicuramente discutibile. In ultima analisi, l'antagonista di turno Mason Dixon non si avvicina minimamente ad Apollo Creed, né ad Ivan Drago: il suo personaggio è davvero marginale nell'economia del film.
Queste ultime considerazioni non vanno comunque ad inficiare particolarmente il prodotto finale. E' vero, Rocky Balboa non è un film perfetto, ma emoziona, stupisce in positivo,e chiude nel migliore dei modi la saga iniziata nel 1976.

Rocky Balboa Rocky Balboa è probabilmente il film migliore della saga dopo il primo, inarrivabile capitolo. Pur non esente da pecche, questo film viaggia per più di un'ora tra i meandri dei ricordi, restituendoci uno Stallone grintoso e passionale in tutte le sue manifestazioni. Idealmente diviso in due grandi sezioni, Rocky Balboa ha il pregio di commuovere lo spettatore senza cadute di stile. E' anche un film sulla vecchiaia, che si fa apprezzare da tutto il pubblico. I fan possono alzare anche di un punto il voto finale. Sly ha appeso definitivamente i guantoni al chiodo, e lo ha fatto nel migliore dei modi.

7.5

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