Robin Hood - L'origine della leggenda, la recensione: il ritorno di un mito

Il regista di Peaky Blinders, Otto Bathurst, reinterpreta la leggenda di Robin Hood in chiave moderna: avrà fatto centro?

recensione Robin Hood - L'origine della leggenda, la recensione: il ritorno di un mito
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"Tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood (con Little John e i loro compagni), le cui gesta il volgo si delizia di celebrare in commedie e tragedie, mentre le ballate sulle sue avventure cantate da giullari e menestrelli sono preferite a tutte le altre".
Se queste parole non risuonano affatto lontane e, solamente leggendole, nella mente appaiono immediatamente immagini vivide, di eroi in calzamaglia, di volpi arcieri, di re fannulloni e imprese eroiche, tutto questo è merito di una leggenda incredibile, che da nove secoli allieta lettori e spettatori. Perché quei versi appartengono alla prima menzione storica di Robin Hood e sono datati 1377, cento anni dopo la sua ipotetica nascita. Un personaggio eterno, sospeso tra realtà e fantasia, tra mito e storia.
Bandito, nobile o addirittura Dio della foresta: nei secoli il personaggio ha mutato ruolo e aspetto, ma non ha mai perso alcuni tratti distintivi che da sempre lo raffigurano nell'immaginario collettivo. Le sue origini inglesi, una predisposizione ad atti di coraggio in favore di una popolazione vittima di soprusi e un arco. Perché quelle frecce, scoccate con una precisione e una velocità incredibili, hanno fatto costantemente centro. Nel corpo di chi ha vessato e oppresso la sua gente e nel cuore e nella fantasia delle platee delle sue avventure, che non conoscono vecchiaia e oblio. Come Robin di Loxley.
Dopo centinaia di libri e poemi, spettacoli teatrali, più di quaranta film, dieci serie televisive, una miriade di videogiochi (memorabile quello del 1983 uscito per Atari 2600 e Commodore 64) ecco un'immancabile versione 2018 di questa leggenda senza fine.
Perché ogni storia, ogni racconto ha bisogno di origini e di una genesi. E di una versione contemporanea, che attualizzi quei caratteri epici, avvolti nelle nuvole del tempo. Ma quelle frecce riusciranno ad arrivare a destinazione? A quell'irraggiungibile bersaglio che si è allontanato da eroi antichi per seguire ben altri (super)eroi contemporanei? La risposta arriverà quando la freccia finirà di tagliare l'aria, alla fine di queste parole.

Una nuova leggenda?

La pellicola mette subito in chiaro il suo intento: scordate il Robin Hood visto e narrato sino ad ora. Tutto o quasi sarà rivoluzionato. In un'epoca fuori dal tempo vive il nobile Robin di Loxley (Taron Egerton), che presto fa conoscenza di Lady Marian (Eve Hewson) e se ne innamora perdutamente; i due diventano così protagonisti di quella che apparentemente sembra una favola d'amore idilliaca, in un maniero sfarzoso, al calore di un camino. Presto il sogno si infrange con la realtà, i colori fiabeschi si tingono delle tonalità di un incubo a occhi aperti: Robin è chiamato alle armi e si deve dirigere in Terra Santa per partecipare alla Crociata in cui combatte la sua Inghilterra. In quelle terre brulle ed estremamente ostili, Robin non avrà vita facile e, dopo peripezie non propriamente favorevoli, riuscirà a tornare nella sua città. Sono però trascorsi diversi anni e molte cose sono cambiate. In peggio. L'intera contea di Nottingham è dominata dalla corruzione più bieca e la popolazione è sprofondata in un'indigenza senza margini di salvezza.
Soprusi e angherie sono orchestrati dall'avido e malvagio Sceriffo (Ben Mendelsohn), mai pago dei suoi gesti improbi, alla perenne caccia di denaro degli abitanti ormai sfiniti. Serve una svolta, un eroe. Ed ecco che Robin innesca la rivolta, aiutato da un mentore, un comandante Moro conosciuto in guerra (Jamie Foxx), anche conosciuto come John. La leggenda riparte, sempre sotto il segno e l'arco di Robin Hood.

Tempo di rivoluzioni

Avere a che fare con una leggenda conosciuta da chiunque, in ogni spazio e tempo, è una missione ancor più ardua di quella intrapresa dal protagonista del racconto. Incunearsi in meandri già a lungo esplorati e ben raccontati sembra quasi un'impresa irrealizzabile. Soprattutto in un ambito, quello cinematografico, in cui Robin Hood si è palesato innumerevoli volte, cambiando a più riprese genere di riferimento, spaziando dall'avventura alla commedia, passando per l'indimenticabile film d'animazione griffato Disney. Il cineasta Otto Bathurst, diventato famoso per la sua miniserie firmata BBC Peaky Blinders, ha voluto cimentarsi nella sua personale "crociata registica", rileggendo Robin Hood in una nuove chiave, dandogli aspetto e toni contemporanei.
Avvalendosi della produzione di Jennifer Davisson e, rullo di tamburi, di quella di Leonardo di Caprio, il regista ha azzerato tutto e ha privato il progetto di qualsiasi velleità storica o letteraria. L'arciere più abile e scaltro di sempre viene proposto come il più classico dei protagonisti dei cinecomic contemporanei. La ricetta è semplice: prendete Batman e la sua Gotham dark e in balia della corruzione, mescolatelo in parti uguali all'Arrow dell'omonima serie televisiva e aggiungete un pizzico di Assassin's Creed. Ecco il Robin di Loxley di questa trasposizione, che strizza palesemente l'occhio a un pubblico giovane, che ha sentito parlare di questa leggenda ma che reputa Kevin Costner e l'esercito di Robin Hood visti in precedenza al cinema alla stregua di nonni - ormai. Affabili, piacevoli, ma lontani dai suoi gusti.
Ecco quindi spiegate alcune scelte che faranno discutere chi è abituato a ben altri eroi in calzamaglia verde: giubbini di pelle nera, una Nottingham al limite dello steampunk con tanto di fuochi che si propagano verso il cielo in stile Blade Runner, un Jamie Foxx decisamente sopra le righe che ricorda un personaggio di Wild Wild West e interminabili scene action. Perché il film vuole e pretende di essere una pellicola di pura azione, cercando di alzare il ritmo e la velocità di narrazione, quasi ricalcando lo stile di Guy Ritchie.

Nonostante la frenesia registica, la voglia di non lasciare aria e tempo di riflettere allo spettatore, le dinamiche non carburano. Manca il mood spumeggiante e pungente che invece contraddistingue buona parte della filmografia di Ritchie e, nonostante l'assenza di punti morti, la componente action risulta fine a se stessa e non appaga. Per non dare l'effetto di continuo deja-vu, le scene più movimentate necessitano di un piglio diverso, di qualcosa che afferri lo spettatore in una presa avvolgente e lo liberi solamente sui titoli di coda, come ben insegna il recente Mission: Impossibile - Fallout.
Anche la genesi del paladino del popolo scricchiola: il passaggio da nobile decaduto e colpito da una sequela di sfortunati eventi a eroe del popolo viene rappresentato con pochi spunti e molte ombre. Quello che poteva essere l'origine di un eroe senza superpoteri, sempre al servizio dei vinti e spina al fianco del governo dei corrotti, si realizza a metà, lasciando sempre la sensazione che manchi qualcosa, tralasciando dettagli che avrebbero reso più credibile un racconto di formazione eroica. In fondo stiamo parlando di un personaggio che ha 800 anni e di imprese ne ha vissute tante.

Robin Hood - L'Origine della Leggenda Robin Hood vuole diventare paladino degli oppressi, dei vinti e anche di un nuovo modo di approcciare vecchi epici racconti e generi cinematografici. Ma stavolta non fa centro e la sua freccia manca il bersaglio, finendo il suo percorso nella miriade di opere che lo hanno preceduto e hanno alimentato la leggenda. Nonostante questo sentiremo ancora parlare di Robin e le sue gesta. Perché certi miti non conoscono mai la parola fine. E perché in fondo, anche dopo un passo falso e un tiro mal riuscito, c’è sempre una nuova freccia nella faretra. Non stavolta.

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