Ritrova te stesso, la recensione dell'horror su Amazon Prime Video

Tra i primi titoli del progetto Welcome to the Blumhouse, Ritrova te stesso è un horror mystery scorrevole ma imperfetto dal punto di vista narrativo.

recensione Ritrova te stesso, la recensione dell'horror su Amazon Prime Video
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In un tragico incidente stradale il protagonista Nolan ha perso non solo l'amata moglie Rachel, ma anche la memoria. L'uomo si ritrova ora da solo a crescere la figlia Ava, ma è spesso vittima di scatti di violenza e di gravi dimenticanze, tanto che vi è il forte rischio che i servizi sociali gli portino via la bambina.
In seguito all'ennesimo rifiuto lavorativo nel campo giornalistico, Nolan è sempre più determinato a riappropriarsi dei propri ricordi e cercare di rimettere in sesto i cocci della sua vita. L'amico Gary, un medico, gli propone allora di rivolgersi a una stimata collega specializzata nella cura di problemi psichici, la dottoressa Lillian. La donna sta sviluppando un rivoluzionario metodo di cura legato all'ipnosi e tramite un avveniristico macchinario cerca di far tornare a Nolan la memoria.

Ritrova te stesso

Ritrova te stesso è uno dei primi titoli del progetto Welcome to the Blumhouse, ossia l'annunciata collaborazione tra la casa di produzione di Jason Blum e Amazon Prime Video, a sbarcare nel catalogo della piattaforma di streaming.
E come per gran parte dei film finanziati dal guru dell'horror moderno ci troviamo davanti a un'operazione che cerca di coniugare il minimo sforzo con il massimo risultato, una formula che ha spesso dato buoni frutti e non solo a livello finanziario.
I novanta minuti di visione infatti si affidano a una messa in scena semplice e non troppo dispendiosa che, tramite il riutilizzo di alcuni topoi contemporanei del filone, strizza l'occhio al folto numero di appassionati del genere e cerca al contempo cerca di attirare anche il pubblico generalista.
La paura nel suo stato primordiale è difatti assente, al bando quindi jump-scare di sorta, e così anche la violenza, in una narrazione che propende maggiormente su territori mystery che guardano alle moderne tecnologie, tanto che il principale punto di rifermento sembrano essere le distopiche derive della serie di culto Black Mirror.
Il macchinario per un innovativo metodo di ipnosi e le conseguenze che le varie sedute comportano sulla psiche del protagonista svelano progressivamente una verità celata, fino a un colpo di scena finale che uno spettatore smaliziato potrebbe già aver intuito con largo anticipo.

Un viaggio nella mente

Il regista Emmanuel Osei-Kuffour è al suo esordio assoluto in un lungometraggio, dopo diversi corti realizzati in Giappone, e dimostra di saper gestire tempi e modi con una certa sicurezza e sguardo d'insieme. Il principale difetto non risiede infatti nell'approccio stilistico, ligio e con un paio di sequenze discretamente suggestive, ma proprio in una sceneggiatura che pone spunti sulla carta interessanti ma non sempre espressi a dovere, con un'evidente disomogeneità di ritmo e una forzata caratterizzazione di personaggi principali e secondari che toglie parziale verosimiglianza all'intreccio complessivo.
Ritrova te stesso è un film "all-black", con un cast interamente composto da attori afroamericani, e nei panni della dottoressa Lillian saranno in molti a ritrovare con piacere Phylicia Rashad, la storica mamma Clair della serie tv cult I Robinson.
Il resto degli interpreti se la cava senza infamia e senza lode, anche per via di alcune mancanze congenite dei loro alter-ego su schermo, figlie del succitato script che nella sua concettuale semplicità di fruizione trova in egual misura pregi e difetti.

Ritrova te stesso Vi sono alcuni punti in comune con un altro grande successo Blumhouse, ossia Scappa - Get Out (2017), a cominciare dal risvolto che prevede l'ipnosi del protagonista, ma Ritrova te stesso non è certo un instant cult come il film di Jordan Peele. Ci troviamo dinanzi a un onesto titolo di genere in cui le atmosfere di stampo horror sono ridotte al minimo indispensabile - tra facce sfocate e figure che si muovono in maniera innaturale - e si propende per un approccio da thriller psicologico tendente al mystery. Novanta minuti di visione che risentono soprattutto il peso di una sceneggiatura non esente da difetti e forzature, con tanto di palesi rimandi alle derive tecnologiche di Black Mirror. Un'operazione quindi godibile ma fortemente derivativa e parzialmente intuibile nei suoi snodi cardine, colpo di scena clou incluso.

6

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