Rifkin's Festival, recensione del film di Woody Allen in uscita al cinema

Abbiamo visto in anteprima il nuovo film di Woody Allen: uscirà solo al cinema il 6 maggio 2021 grazie a Vision Distribution e Wildside.

Rifkin's Festival, recensione del film di Woody Allen in uscita al cinema
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Gli ultimi 12 mesi sono stati alquanto difficili per il cinema. Le sale sono rimaste chiuse per limitare il più possibile il diffondersi del Coronavirus, i film già montati sono così rimasti negli hard disk degli studi di produzione, oppure hanno popolato le librerie digitali delle principali piattaforme di streaming online (come Soul oppure Godzilla vs Kong, appena arrivato on demand). A maggio 2021 però un piccolo spiraglio di luce al di là del tunnel si intravede, e la riapertura dei cinema ha un solo grande titolo: Rifkin's Festival, l'ultima fatica di Woody Allen che arriverà esclusivamente in sala a partire dal 6 maggio. Con l'autore newyorchese però la parola "fatica" calza tutt'altro che a pennello, per lui poter scrivere e girare nuovi film equivale a vivere, e con le recenti polemiche legate a Mia Farrow Woody Allen ha davvero rischiato di spegnersi definitivamente sul fronte artistico. Per nostra fortuna così non è stato e Rifkin's Festival è probabilmente il film giusto nel momento migliore, poiché celebra la settima arte a 360 gradi, con romanticismo e un pizzico di nostalgia.

Un festival nel festival

Guardando al lato tecnico del progetto, diciamo subito che c'è da aspettarsi il solito Woody Allen, o almeno il Woody della maturità. Siamo dalle parti di Café Society, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, qualche gradino al di sopra di Un giorno di pioggia a New York e appena uno scalino al di sotto di Midnight in Paris e il recente La Ruota della Meraviglie. Con Wonder Wheel inoltre Rifkin's Festival condivide la medesima e splendida fotografia di Vittorio Storaro: un po' patinata, da cinema a colori vecchio stampo, con effetti di luce artificiali ma funzionali e atmosfere che riscaldano il cuore e fanno venir voglia di viaggiare, nonostante l'estrema pulizia di fondo del digitale. Il tutto è ambientato a San Sebastiàn, in Spagna, dove i protagonisti Mort e Sue hanno da seguire per lavoro il noto Festival Internazionale del Cinema che si tiene nella cittadina ogni anno. O meglio: soltanto Sue ha da lavorare, non può abbandonare il regista Philippe neppure un istante durante la sua permanenza, per curare la sua immagine e pontificarla all'estremo.
Mort, ex insegnante di cinema con il sogno di scrivere un grande romanzo, insegue la moglie solo per tenerle gli occhi addosso, poiché è praticamente certo che il suo matrimonio stia andando a rotoli per via del sex appeal del giovane e irriverente Philippe. Questa è solo la miccia che darà vita a un festival nel festival, così come suggerisce il titolo del film: la kermesse a cui assisteremo noi non sarà quella di San Sebastiàn, al contrario entreremo di continuo nella testa di Mort Rifkin, intento a rivedere e riadattare le sue pellicole preferite in ogni angolo della sua stramba parentesi spagnola.

Un'era ormai andata

Con estremo rispetto e un vagone stracolmo di ironia, Woody Allen celebra un'era della settima arte che di fatto non esiste più. Philippe, il giovane regista di cui Sue cura le pubbliche relazioni, è l'emblema di tutto ciò che non funziona nel mondo cinematografico attuale - ovviamente secondo Mort, dunque secondo Allen. Parliamo di un autore commerciale, irriverente ed egocentrico celebrato invece come grande artista, nonostante la mediocrità dei suoi lavori. Un capro espiatorio cinematografico a cui addossare tutte le colpe di una società superficiale, che ormai non sa più quale sia la vera arte e si accontenta di un intrattenimento a buon mercato - anziché ricercare e pretendere le grandi emozioni che i capolavori di un tempo erano in grado di regalare. Sfruttando la fantasia di Mort, entriamo così all'interno dei vecchi film di Federico Fellini e di Ingmar Bergman, di François Truffat, di Jean-Luc Godard e di Orson Welles, protagonisti di un'età d'oro che difficilmente rivivremo ancora.
Eppure Allen non chiude completamente la porta della speranza, anzi il modo dolce-amaro con cui termina questa sua opera ci dice indirettamente che un cambiamento è ancora possibile, ma deve partire da ognuno di noi. Dovremmo infatti smettere di accontentarci e di gridare al miracolo con qualsiasi cosa ci venga propinata; questo ci metterebbe sulla via della ricerca, della scoperta, della meraviglia. Probabilmente basterebbe iniziare riscoprendo i grandi classici del passato a cui lo stesso Allen fa riferimento, che le nuove generazioni tendono spesso a ignorare del tutto.

Mort a pezzi

Descritto e scomposto in questi termini, Rifkin's Festival potrebbe sembrare il pedante rimprovero di un intellettuale un po' in là con gli anni ma non è affatto così. I dialoghi sono quantomai brillanti, con la sferzante e sagace ironia dell'autore americano che sprizza da ogni battuta - e ridere assieme all'intera sala è stato effettivamente splendido, dopo tanti mesi di chiusura e streaming. La sceneggiatura è asciutta il giusto e forse gira su se stessa solo quando la storyline di Mort diventa un po' più romantica ed equivoca, nulla però che rovini davvero l'atmosfera. Possiamo inoltre criticare il passaggio un po' troppo didascalico tra i film di Mort e la sua vita reale, gli intermezzi però sono a dir poco geniali e ben fatti.

Rifkin's Festival del resto conosce alla perfezione tutti i suoi limiti e non si pone mai alla stessa altezza dei capolavori che cita e riproduce in maniera ironica, anzi: Mort, fra un disastro e l'altro, è intento a scrivere un romanzo che straccia di continuo, poiché non valido quanto un'opera di Tolstòj. È il modo con cui Woody Allen ci dice che i suoi film non saranno mai allo stesso livello delle opere dei maestri che li hanno ispirati e plasmati, anche se sappiamo che con alcuni titoli non è affatto così. Rifkin's Festival non finirà nel cassetto dei capolavori alleniani, resterà in ogni caso il ricordo di 90 minuti ben spesi a ridere e pensare - anche grazie all'apporto dell'eccellente cast.

Un cast sopra le righe

È ormai qualche anno che Woody Allen non recita più nei suoi film, è però chiaro a tutti come sia sempre lui il protagonista delle sue storie, con l'autore intento ogni volta a cercare qualcuno che possa incarnare le sue stesse idiosincrasie e nevrosi. Questa volta la scelta è ricaduta su Wallace Shawn, amico di lunga data di Allen e interprete perfetto per Mort Rifkin. Guardando il film in lingua originale, si può apprezzare tutta la fredda ironia del personaggio, visibilmente disilluso dalla vita ma comunque intento ad affrontarla con ridicola comicità. Accanto a lui una Gina Gershon piena di energie, giustamente attratta da un sempre affascinante Louis Garrel chiamato a interpretare un regista francese dal pessimo accento inglese.
L'intera opera ruota attorno a loro, finché non entra in scena Elena Anaya come elemento di disturbo e risoluzione, anche se l'interpretazione dell'attrice spagnola è qualche gradino inferiore ai quotati colleghi. A proposito di attori quotati: nota di assoluto merito per Christoph Waltz negli inediti panni della Morte di bergmaniana memoria, che si improvvisa giocatore di scacchi con un Mort sempre più confuso sul suo destino.

Rifkin's Festival Con Rifkin’s Festival Woody Allen dimostra di non aver perso lo smalto e la sagacia de La Ruota delle Meraviglie, anzi: la scrittura èvmolto più ironica e divertente, gli intermezzi che celebrano i grandi capolavori cinematografici del passato non si prendono mai sul serio e strappano più di un sorriso. Un’opera che non ascende all’Olimpo dei lavori alleniani ma che regala 90 minuti di intelligente divertimento, conditi con un pizzico di nostalgia. Nota di merito per l’intero cast, con un Wallace Shawn mattatore assoluto nei panni di una copia terrorizzata e nevrotica del Woody Allen originale.

7

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