Ride, recensione: adrenalina, cultura pop e GoPro, il cinema italiano si rinnova

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro danno una sferzata al cinema italiano presentando un progetto unico, giovane e dinamico.

recensione Ride, recensione: adrenalina, cultura pop e GoPro, il cinema italiano si rinnova
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Che cosa fareste con 250.000 dollari? È una cifra notevole, imponente, che molta gente metterebbe insieme in 15-20 anni di duro lavoro, senza spendere un solo centesimo. Immaginate invece che vi cada dall'alto, quanti problemi potreste risolvere con un assegno simile?
Max e Kyle, effettivamente, di problemi ne hanno da vendere, chi strozzato dai debiti di gioco, chi schiacciato dal peso di una famiglia che sogna maggiore stabilità - il che vorrebbe dire trovare un ordinario lavoro d'ufficio, ancorarsi a una sedia scomoda cinque-sei giorni a settimana.
Max e Kyle raramente hanno tempo di sedersi, fermarsi in un punto, la loro vita è fatta di rischio e adrenalina, di parkour e grattacieli da scalare, di folli discese in bicicletta e salti in moto, materiale utile a sentire la vita scorrere nelle vene e a riempire canali YouTube, dove il pericolo paga (ma non troppo, alla fin della fiera).
E se qualcuno, un giorno, offrisse per l'appunto 250.000 bigliettoni per continuare a fare tutto questo, davanti a centinaia di telecamere? La risposta potrebbe essere soltanto una e la conoscete anche voi da casa: slacciate le cinture, l'operazione Ride sta per cominciare.

La società della visibilità

Scritto, co-prodotto e supervisionato da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (Mine), con Marco Sani in aggiunta, Ride rappresenta un nuovo punto di partenza per il cinema nostrano - è bene precisarlo subito.
Negli ultimi anni abbiamo già assistito a esperimenti di svecchiamento della nostra piatta industria, pensiamo soprattutto a Monolith e il recente The End? L'inferno fuori, eppure nessuno si era spinto sino al confine dove siamo oggi. Descrivere l'esperienza a parole è tutt'altro che semplice, proviamo a farlo partendo dalle intenzioni.
Nell'ultimo decennio il mondo è cambiato tremendamente, nel bene e nel male, l'avvento dei social network e delle piattaforme streaming ha modificato le nostre abitudini nel profondo, probabilmente anche adesso, leggendo questo articolo, state già pensando se condividerlo o meno su Facebook oppure scrivere subito ai vostri amici via WhatsApp di andare a vedere (o meno) il film. Viviamo, inutile negarlo, nell'era dei like e della popolarità a buonissimo mercato, ovvero gratis.
Basta scrivere un url, cliccare su un link, per usufruire di qualsiasi contenuto immaginabile. Probabilmente fate anche parte della (sempre più) folta schiera di Content Creator alla ricerca di fortuna, ma vi siete mai fatti la domanda: "fino a dove sono disposto a spingermi pur di ottenere soldi e visibilità?"
Un quesito che il fato, il destino, ha portato davanti agli occhi di Max e Kyle: lungo la loro strada, una società di broadcasting segreta, una gara in bici senza esclusione di colpi, un premio da 250.000 dollari per un unico vincitore. Semplice, lineare, a patto che la sfida venga ripresa da centinaia di telecamere posizionate lungo il tracciato a checkpoint e addosso alle tute dei partecipanti.
Ciò che gli organizzatori non hanno ancora detto è che ogni tipo di violenza è lecita e che aiutare altri concorrenti in difficoltà vale l'immediata squalifica - tanto per fomentare un po' di insano egoismo. Succede così che il percorso diventi, via via, sempre più zeppo di trappole, fra buche enormi, fili tesi e invisibili capaci di decapitare chiunque al passaggio, misteriosi uomini in moto armati e privi di scrupoli e tanto, tanto ancora. In nome della visibilità, dunque, siete pronti anche a morire?

Esplosione pop

Oltre la base del progetto, la tecnica nuda e cruda: per realizzare ogni sequenza sono stati impiegati droni di ogni tipo e circa 20 GoPro sincronizzate, parliamo dunque non solo di un lavoro allucinante da assemblare insieme, anche di un linguaggio tutto nuovo che irrompe come un macigno nel panorama italiano.
L'estetica cinematografica si fa pop, sporca, tremolante, esattamente come un action video di YouTube, mentre lo spettatore viene catapultato all'interno del racconto, dentro e fuori i caschi dei protagonisti, abbandonato in un bosco infinito e pieno di pericoli. Sopra le immagini, letteralmente, grafiche al neon e kitsch che parlano chiaramente un linguaggio videoludico, per la gioia di nerd e appassionati della cultura popolare anni '80 e '90.
Probabilmente il videogioco è il mezzo che più si avvicina, formalmente, a Ride, al netto dell'interazione che - per forza di cose - è del tutto passiva. Ciò che è attiva, invece, è l'immedesimazione emozionale: si partecipa alla gara quasi in prima persona, grazie alle camere in POV e alla connessione con i personaggi.
L'istinto è di spostare la testa al sopravvenire di un ramo improvviso sullo schermo, di inviare segnali di input ai protagonisti (due, non a caso, come fossero i Player 1 e Player 2 dei videogiochi arcade), di urlare basta quando il gioco smette di esserlo e diventa un dramma tangibile, materiale. Si arriva al finale sfiancati, emotivamente prosciugati, quasi nauseati dall'azione ipercinetica e dalla violenza sfrenata. Esattamente come i personaggi principali, si vorrebbe gettare la spugna e tornare a casa, sconfitti ma vivi, feriti qua e là ma salvi.

Unicità

Questo è Ride, un'esperienza fuori dal comune che raccoglie pregi e difetti del mondo "social" attuale e ne fa un thriller/horror spietato, senza peli sulla lingua, pronto a farci ragionare su dove siamo arrivati e - soprattutto - su dove stiamo andando. L'opera che non ti aspetti, soprattutto da autori italiani (abbiamo nominato Fabio&Fabio ma tanto di cappello alla regia di Jacopo Rondinelli, che è riuscito a mettere insieme l'impossibile), ricca di effetti visivi (all'incirca 900 shot) e dal linguaggio incredibilmente giovane, nuovo, fresco, che eleva la cultura di YouTube a ottimo cinema d'intrattenimento.

Pedine di questo strambo gioco al massacro Ludovic Hughes e Lorenzo Richelmy, interpreti efficaci supportati da non pochi stunt per le sequenze più complicate e spettacolari (che neppure si contano), affiancati da un'ambigua e sensuale Simone Labarga. A incarnare l'oscura società Black Babylon dietro la gara da 250.000 dollari, un Matt Rippy sornione e ironico, parliamo del resto del Caporale Rostock di Rogue One: A Star Wars Story.
Completa il quadro una colonna sonora elettrica e adrenalinica a firma Andrea Bonini e Massimiliano Margaglio, che aggiunge alle immagini un ulteriore senso di movimento e ansia.

Ride Difficile spiegare a parole Ride, il nuovo allucinato film scritto e pensato da Fabio Guaglione e Fabio Lesinaro. Probabilmente ciò che più ci si avvicina è un videogioco in realtà virtuale, con lo spettatore messo al centro dell'azione. Sfrenate corse in bici, camere montate sui caschi, violenza senza scrupoli e un'insana cultura dell'apparire, questi gli ingredienti principali del progetto, che visivamente è qualcosa di mai visto all'interno del nostro cinema. Effetti visivi a gogo, grafiche, obiettivi e checkpoint, al servizio di un racconto opprimente che ci fa urlare Basta!, in dirittura d'arrivo. Un'esperienza da provare in prima persona.

7

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