Richard Jewell, la recensione del nuovo film di Clint Eastwood

Un cast di interpreti eccezionali, una scrittura misurata e una regia penetrante fanno di Richard Jewell un grande film a firma Clint Eastwood.

recensione Richard Jewell, la recensione del nuovo film di Clint Eastwood
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"Il mondo conoscerà il suo nome". L'intento del nuovo film di Clint Eastwood è quello di rivelare la vera storia di uno degli eroi dell'America contemporanea morto troppo presto e forse anche per questo dimenticato: Richard Jewell, che dà il titolo all'opera. L'intera vicenda narrata nel biopic è una fedele ed equilibrata ricostruzione dei fatti reali accaduti tra il 1996 e il 2007, prima, durante e dopo l'attentato alle Olimpiadi Estive di Atlanta al Centennial Park che ha visto la morte di una persona e il ferimento di altre 111. Una tragedia ridimensionata grazie all'entusiasmo e alla condotta ligia e da manuale di Jewell, al tempo guardia di Sicurezza con il desiderio di entrare in Polizia.

Da addetto magazziniere a vice-sceriffo fino a guardia giurata di un college, la storia personale del protagonista interpretato da un Paul Walter Hauser incisivo e di fanciullesca purezza è segnata dalla rincorsa di un sogno: diventare un agente e proteggere il paese. Per questo la sera studia a memoria il codice penale e conosce ogni procedura insegnata ai corsi d'addestramento. Le stesse competenze che hanno poi salvato la vita a centinaia di persone e ridotto copiosamente la portata altrimenti devastante dell'attentato dinamitardo, rendendo Richard Jewell un eroe. Almeno per tre giorni, prima che i media lo indicassero come uno dei principali sospettati delle indagini del FBI, rendendo la sua vita un Inferno in Terra.

L'equilibrio delle parti

A un solo anno di distanza da quel semi-testamentario The Mule che lo ha visto probabilmente un'ultima volta come interprete, Clint Eastwood torna al cinema con un film appassionante, misurato e penetrante. Se preso insieme ad American Sniper e Sully, questo Richard Jewell potrebbe essere considerato come la terza gamba di un trittico cinematografico dedicato al patriottismo e all'eroismo nelle loro forme più spontanee e trasparenti, anche se macchiate in qualche modo da un evento capace di metterle in ombra. Per Chris Kyle era il PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), per Chelsey Sullenberger il processo della commissione d'inchiesta e per Jewell quello mediatico e le indagini del FBI. Ogni personaggio a suo modo valoroso e di matrice strettamente repubblicana, come piace poi a Eastwood, che nella sua retorica filmica riesce comunque a soppesare virtù e contraddizioni della persona, tirandone fuori un ritratto certamente efficace e più o meno a tutto tondo, partendo dall'evento passato alla storia fino a scavare dentro l'uomo, raggiungendo il fulcro emozionale della vicenda.
In Richard Jewell lo fa affidandosi a una sceneggiatura puntuale e chirurgica di Billy Ray (Captain Phillips), che partendo dal meticoloso articolo di Marie Brenner riporta scrupolosamente i fatti passandoli al setaccio mediante i protagonisti e le dinamiche che intercorrono tra di loro.

Come già detto, Walter Hauser regala un'immensa prova attoriale, incarnazione quasi perfetta della controparte reale, esaltato in positivo dalla prospettiva di difendere l'America, a suo modo ingenuo e fin troppo fiducioso della bontà del sistema. Ad aiutarlo ad ammorbidire questo suo semi-fanatismo, passione davvero profonda per le forze dell'ordine, ci pensa l'amico e avvocato Watson Bryant, nei cui panni troviamo un Sam Rockwell impeccabile, esplosivo nei dialoghi e soppesato in ogni gesto, tanto da regalare una delle sue migliori interpretazioni di sempre (ci sfugge infatti la sua assenza nella cinquina dei Migliori Attori non Protagonisti agli Oscar 2020).

Appiglio emotivo di vitale delicatezza è poi Kathy Bates nel ruolo della madre, Bobi Jewell, anziana donna di contegno e modestia encomiabili ricordata soprattutto per una sua conferenza stampa a cuore aperto rivolta ai media e al Presidente degli Stati Uniti d'America, volta a mostrare pubblicamente il volto umano del figlio. La Bates fa quello che faceva Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli Innocenti: le basta un minutaggio ridotto in scena per essere indimenticabile, sopraffacendo l'anima dello spettatore con il suo candore, quando ad esempio l'FBI porta via da casa sua i film Disney con cui "lavorava come babysitter".

Un'ottima Olivia Wilde si addossa sulle proprie spalle anche il ruolo "da villain" della stampa sensazionalistica, pronta a tutto pur di lanciare prima della concorrenza uno scoop, anche a distruggere la vita di un uomo innocente. Eastwood è inizialmente impietoso con questa incarnazione della giornalista, che sceglie però di redimere insieme al processo scagionatorio di Jewell, in una sorta di presa di coscienza che mette soprattutto in risalto il contrasto tra etica professionale e arrivismo carrieristico.

Il film vive comunque di una forte presa di posizione di Eastwood, che rincara la dose sui già conosciuti errori del FBI e sul tentativo di incastrare Jewell per avere un colpevole e portare a casa il risultato. Lo fa descrivendo i federali come degli omini incompetenti fuori da ogni deontologia, solitari e depressi come il personaggio di Jon Hamm, debole davanti al fascino femminile e al richiamo di una sveltina. Non fa un gran servizio al personaggio della Wilde e al ruolo della donna in carriera, tanto che la questione ha sollevato polemiche oltreoceano (specie perché il fatto non è documentato), eppure è un escamotage narrativo necessario per riempire un buco altrimenti incolmabile, cinematograficamente parlando, specie se messo a paragone con la sensibilità della Bobi Jewell della Bates.
Il regista riesce anche a creare una tensione sostanziale durante la sequenza dell'attentato, in un crescendo di angoscia e sensazioni che trascinano lo spettatore direttamente all'interno dell'evento, a cui si arriva comunque con tutta la calma possibile, ricreando scrupolosamente il contesto leggero e festoso precedente all'attacco dinamitardo, durante il quale il pubblico ballava in gruppo la Macarena (una scena già cult).
Tutto questo rende Richard Jewell un film davvero superlativo, forse uno dei migliori mai confezionati da Clint Eastwood, vicino alle sue corde autoriali e celebrativo di tutti i temi che ama raccontare, qui mai esasperati e anzi inseriti all'interno di una retorica estremamente esaustiva e per nulla ridondante. Semplicemente magnifico.

Richard Jewell Dopo The Mule, con il quale sembrava quasi dire addio alle scene, Clint Eastwood torna al cinema con un film incisivo e misurato in tutte le sue parti, dalle eccezionali prove attoriali di Paul Walter Hauser, Kathy Bates e Sam Rockwell fino alla scrittura di Billy Ray e alla stessa regia dell'autore. Un'opera, Richard Jewell, che si rivela insieme ad American Sniper e Sully la terza gamba di un trittico cinematografico dedicato al patriottismo e all'eroismo di stampo americano nelle loro forme più importanti, quelle del singolo che agisce per un bene più grande. Ci sono dentro tutti i temi cari a Eastwood ma equilibrati da una retorica che non sfocia mai in esaltazione della persona, riportando sia nella sceneggiatura sia attraverso la direzione del regista gli eventi in modo chirurgico e attaccando anzi i media e l'FBI in modo diretto, quasi inaspettato, mettendone in discussione deontologia professionale e morale. Un ritratto umano penetrante e uno spaccato sociale sulla fragilità della maschera dell'eroe, che è quasi meglio non indossare.

8

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