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Relazione Pericolosa, la recensione del thriller psicologico Netflix

Peter Sullivan dirige un film insipido e inconsistente, senza idee e dall'elettrocardiogramma cinematografico piatto, tra i prodotti peggiori di Netflix.

recensione Relazione Pericolosa, la recensione del thriller psicologico Netflix
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Ellie Warren (Nia Long) è una donna in carriera nella splendida San Francisco, avvocato in un importante studio legale della città. Decide insieme al marito di rimettere insieme i pezzi di un matrimonio in frantumi trasferendosi in periferia, in una nuova casa, con l'intenzione di aprire un suo studio e riavvicinarsi a Marcus (Stephen Bishop), soprattutto ora che la loro unica figlia, Brittany (Aubrey Claland), si è trasferita al college, lasciandoli soli. È proprio Ellie a sentirsi insoddisfatta della sua relazione, a vedere il marito "come uno sconosciuto", e le cose si complicano quando nella sua vita torna David Hammond (Omar Epps), ex-compagno del college ora assunto dallo studio della protagonista.

Un appuntamento improvvisato e qualche bicchiere di troppo tirano fuori l'anima più frustrata e lasciva di Ellie, sedotta anche dal savoir faire e dalle lusinghe di David, che punta a conquistarla. Scatta un bacio, breve ma intenso, e da lì sembra iniziare una relazione extra-coniugale, ma Ellie torna velocemente a ragionare e allontana David, scoprendosi ancora innamorata di Marcus e grata della sua "vita perfetta". Il problema è che David non accetta questa conclusione, iniziando a tormentare la protagonista per convincerla del suo amore, o di quello che lui pensa essere amore.

Imbarazzo empatico

L'unico motivo per produrre e distribuire un film scadente, incongruente e snervante come Relazione Pericolosa di Peter Sullivan è quello di riempire il catalogo di offerte originali. Non c'è altrimenti ragione dietro all'esborso di un paio di milioni di dollari per sviluppare un titolo di profondo imbarazzo empatico e con una componente cinematografica retrograda, ragionata come fosse un film tv dei primi anni '10. Non funziona nulla nel film, nemmeno il suo titolo, perché di base non c'è il tradimento per come è inteso nella parola "affair", tradotto in italiano con "relazione". Oltre a rendere il film molto sciocco, questo lo fa apparire persino cieco davanti all'opportunità di trattare con più ingegno il tema dello stalking e della psicopatia rabbiosa, messo invece in secondo piano per costruire un thriller dozzinale privo di qualsiasi suspense, poco chiaro nelle intenzioni e nello sviluppo.
Sorvolando su alcuni snodi dell'intreccio che lasciano alquanto perplessi e a un costrutto narrativo che se la gioca ad armi pari con Welcome Home, Relazione Pericolosa manca di quella competenza che rende i thriller anche solo mediocri comunque accettabili in alcuni passaggi (pensiamo a Knock Knock, ad esempio), e questo dipende forse dal regista, il cui film più importante in curriculum parla di un cane che riuscì a salvare il Natale.

Ha anche diretto un altro film per Netflix, Secret Obsession, sembra però che gli errori del passato siano serviti a poco, che continui a girare film per vanagloria, senza idee, senza passione, solo per sperimentare qualche nuovo genere. La perseveranza dettata da un briciolo di disinteresse dopo un po' si può leggere come menefreghismo più totale, e il fatto che si tentino strade di serie C pensando di spacciarle per cinema di serie A racconta anche una sopravvalutazione delle competenze personali, in pieno Effetto Dunning-Kruger.

Il film prova infatti a creare tensione, ma la sceneggiatura dello stesso Sullivan e Rasheeda Garner è così spenta e anonima da intaccare non solo l'atmosfera ma ogni comparto filmico, dalla già criticata regia alle interpretazioni dei protagonisti. Magari è gusto personale, ma all'ennesima volta che Omar Epps viene definito "bellissimo e attraente" per giustificare un'evoluzione della trama degna dell'Urlo di Munch, il fastidio dello spettatore comincia a percorrere una strada d'isterismo visivo che sfocia spesso in risatine smorzate e in sbuffi spazientiti.

Vale lo stesso per il montaggio, la caratterizzazione dei personaggi secondari (non giudicabile quella della stessa Ellia, meno ancora quella dell'amica Courtney) e alcune intuizioni che nemmeno Uwe Boll all'apice della sua mediocrità avrebbe scelto di inserire nella sua produzione cinematografica (ricordatevi del Barbone). Relazione Pericolosa funziona sicuramente come riempitivo.

Dato il successo di film come 365 Giorni e altri titoli profondamente trash e ormai piccolo marchio di fabbrica del servizio (almeno inteso come discount del cinema di serie B e varie categorie inferiori), non ci sorprenderemmo più di tanto se l'opera di Sullivan arrivasse tra i primi dieci titoli del colosso dello streaming nei suoi primi giorni d'uscita. Farebbe anzi fede alla sua unica funzione, che è quella di esserci e incuriosire, aumentare visualizzazioni e spettatori, così da permettere poi a Netflix di investire in altro. Lo fanno tutti, in ambito editoriale, televisivo, videoludico. Si chiama Legge della Catena Lunga. Il problema è che quando un anello della catena è così grossolano e insignificante, l'intero ecosistema produttivo ne risente, e Netflix dovrebbe seriamente iniziare a considerare una cernita più consistente della propria componentistica mediatica, perché film come Relazione Pericolosa alla lunga possono rivelarsi infide armi a doppio taglio.

Relazione Pericolosa Relazione Pericolosa di Peter Sullivan è un film inconsistente, mediocre, senza spina dorsale e con intenzioni di genere cieche, scadenti. Non riesce in nulla: a creare suspense, a generare empatia con i protagonisti, nella caratterizzazione dei personaggi. L'evoluzione dell'intreccio è quanto più basica e prevedibile possibile, il che spegne anche ogni interesse al prosieguo della visione dopo appena una ventina di minuti. Non affascina, non ha atmosfera ed è soprattutto la sceneggiatura che intacca in negativo prima la regia e poi tutto il resto, comprese le interpretazioni degli attori, che risultano poco vere, macchiettistiche, spinte dalla voglia di completare il lavoro ma senza passione né interesse. Un film di concezione e sviluppo retrogrado da produzione televisiva dei primi anni '10. Da dimenticare.

3

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