Red Sea Diving, la recensione del film Netflix con Chris Evans

Red Sea Diving è purtroppo un prodotto senza una vera e propria identità, che tenta varie strade ma finisce per non prenderne mai davvero una.

recensione Red Sea Diving, la recensione del film Netflix con Chris Evans
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Ci si prova anche a trovare del buono, spremendosi gli occhi per oltre due ore tra deserti afosi, pallottole volanti e spiagge idilliache. Ma c'è poco da fare: Red Sea Diving è un film ampiamente dimenticabile, purtroppo in linea con molti altri progetti cinematografici targati Netflix. E dire che si partiva con un ottimo cast, almeno sulla carta: Chris Evans, Ben Kingsley, Greg Kinnear, Michael K. Williams e persino il belloccio Michiel Huisman, il Daario Naharis 2.0 de Il Trono di Spade. Si partiva anche da una storia (vera) quantomeno interessante: il salvataggio, da parte del Mossad israeliano, di migliaia di profughi ebrei etiopi a inizio Anni '80, tramite un hotel sul mare in Sudan (il Red Sea Diving Resort, appunto) che fungeva da copertura per tutta l'operazione e per la squadra di salvataggio stessa. Vi suona per caso familiare?

Argo, sei forse tu?

È inevitabile andare subito con il pensiero al film di Ben Affleck. Un gruppo di agenti di un'intelligence governativa. Persone da salvare. Un protagonista che pensa fuori dagli schemi. Una copertura ai limiti della credibilità che, alla fine, funziona. Red Sea Diving si imbratta completamente di Argo, senza però riuscire a mantenerselo davvero sulla pelle. Il film richiama fin troppo nei temi e nel suo schema il capolavoro di Affleck: che sia una storia vera poco importa, esistono tanti modi per raccontarla, e quello di Red Sea Diving, che scopiazza male qua e là, non è proprio il migliore. Perché all'inizio del film risuonano echi di Beasts of No Nation di Fukunaga, dal quale il regista e sceneggiatore, Gideon Raff, tenta di prendere l'ambientazione, lasciando però indietro tutto quel sottotesto di realismo magico filtrato attraverso gli occhi di un bambino.
C'è anche un retrogusto de La donna che canta, uno dei tanti gioielli di Denis Villeneuve, ma senza il profondo coinvolgimento emotivo che si mescolava perfettamente al sottotesto politico della vicenda. Perché poi il vero problema di Red Sea Diving è proprio questo: non è agitato, non è mescolato, è semplicemente... scollato.

Che tono ha il film?

Difficile capire il tono del lungometraggio. Parte come un film di guerriglia africana, poi diventa una sorta di caper movie alla Ocean's Eleven con la sequenza a episodi della squadra da reclutare, si ritorna a temi simili iniziali e poi... il crollo totale. Dato che la copertura è al Red Sea Diving Resort - l'albergo abbandonato in Sudan che il governo israeliano affitta sotto falso nome per permettere alla squadra capitanata da Chris Evans di compiere l'operazione di salvataggio - a un certo punto, inevitabilmente, arrivano dei turisti. Inizia così un lavoro del tutto diverso, in cui agenti speciali addestrati fanno finta di essere albergatori, con tanto di immersioni nel Mar Rosso, lezioni di Yoga e schitarrate sulla spiaggia. Nel mentre gente viene giustiziata dal cattivo di turno. Red Sea Diving stride continuamente, fallendo nell'amalgamare queste diverse anime che possiede e facendo sembrare tutto forzatamente infilato in valigia: nemmeno sedendosi sopra vuole chiudersi. Perché durante il film non si ha mai davvero timore che qualcosa vada veramente storto, nonostante provi a suggerirtelo. A volte ci si ritrova a tifare per i cattivi, tanto per avere un minimo di tensione e conflitto.
Bisogna comunque salvare dei profughi in una missione sotto copertura, durante un periodo storico estremamente teso e con la Sharia sullo sfondo. Red Sea Diving sembra dimenticarselo ogni tanto, alla stessa maniera di una Dory che inizia in un modo e, tentando di terminare il suo viaggio come si era immaginata, fa mille deviazioni subacquee perché non si ricorda più dove doveva andare.

Personaggi piatti

C'è un motivo se sono stati scelti attori che, già dal loro volto, richiamano il tipo caratteriale che interpretano. Perché non esiste una qualsivoglia introspezione dei personaggi. Sono semplici facce con una spruzzata leggera di caratterizzazione, ma che non vengono praticamente mai sfiorate. Di Chris Evans si dice che non sta mai al gioco e ragiona solo con la sua testa (cosa che farà fino alla fine, nonostante le continue rimostranze dei suoi superiori), Ben Kingsley e Greg Kinnear sono i "tizi con il completo" dietro le quinte, e tutti gli altri... beh, sono altri, sullo sfondo. Hanno qualche battuta a effetto per non farceli dimenticare, ma sono interscambiabili dall'inizio alla fine del film.

La regia di Gideon Raff poi non aiuta, con tante (troppe) inquadrature di gruppo, che continuano a sottolineare l'importanza di questa "supersquadra" davvero alla Ocean's, e si dimenticano poi della missione vera e propria, che lo spettatore vede apparire solo quando il film sterza bruscamente. Perché poi Red Sea Diving è di quella missione che vorrebbe parlare, giusto? Beh, alla fine ci riesce, ma proprio letteralmente, solo grazie alle classiche immagini di repertorio durante i titoli di coda. Prima bisogna attraversare due ore di montato.

Red Sea Diving Red Sea Diving è un ammasso scomposto di diversi elementi. Prova a trovare la sua strada, fallendo però i tutti i tentativi che compie. Un film umorale, che vorrebbe rifarsi a illustri predecessori, senza riuscire neanche a rubarne lo spirito. Un prodotto Netflix fatto di momenti e situazioni che non sanno come amalgamarsi, di risate e goliardia, mentre fuori c'è la morte. Il tutto percorso da un moralismo di fondo già visto e rivisto in decine di prodotti simili, che non aggiunge niente a una storia vera di partenza che, sfruttata in maniera diversa, avrebbe anche potuto rivelarsi interessante.

5

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