Recensione Ragazzi Miei

Recensione del lungometraggio tratto dal romanzo The boys are back di Simon Carr

recensione Ragazzi Miei
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Affascinante, amato dalle donne, ma anche da chiunque s'intenda un minimo di cosa significhi il verbo "recitare", l'inglese Clive Owen, classe 1964, ha finito sicuramente per trasformarsi - nel solo primo decennio del XXI secolo - in uno degli attori più interessanti e camaleontici dell'intero panorama cinematografico mondiale.
Capace di passare dalle vicende drammatico-sentimentali di Closer (2004) di Mike Nichols - per il quale ottenne anche una candidatura al premio Oscar - al tanto discusso I figli degli uomini (2006) di Alfonso Cuarón, abbiamo avuto modo di apprezzarlo anche alle prese con ruoli decisamente più "fisici", al servizio di action-movie quali il cinecomic Sin city (2004), concepito dal trittico Frank Miller-Robert Rodriguez-Quentin Tarantino, Inside man (2006) di Spike Lee e, soprattutto, Shoot ‘em up-Spara o muori! (2007), a firma del sottovalutato Michael Davis regista di 100 ragazze (2000) e Monster man (2003).
Ora, sotto la regia dell'ugandese Scott Hicks, autore del biopic musicale Shine (1996) e del dramma thriller d'ispirazione kinghiana Cuori in Atlantide (2001), lo troviamo nei panni del protagonista di Ragazzi miei (selezione ufficiale presso il Toronto Film Festival), basato sulle memorie riportate da Simon Carr nel suo romanzo The boys are back, scritto al fine di spiegare le difficoltà e i problemi affrontati da un padre single nel crescere i propri figli all'interno di un nucleo familiare costituito da sole figure maschili.

Un padre solo...

Infatti, con un'idea di partenza che, curiosamente, richiama alla memoria quella dell'italiano La nostra vita (2010) di Daniele Luchetti, Owen veste - in maniera come al solito eccellente - i panni di Joe Warr, il quale, dopo la prematura scomparsa della sua seconda moglie, ancora sconvolto dall'improvvisa perdita si trova a dover far fronte alle quotidiane difficoltà familiari, cercando inoltre di aiutare il figlio minore Artie, con le fattezze dell'esordiente Nicholas McAnulty, a superare il suo immenso dolore. Mentre fa presto la sua comparsa anche il figlio adolescente Harry alias George"Peter Pan"McKay nato dal primo matrimonio di Joe, che si unisce nella difficile situazione con il proprio bagaglio emotivo; fino al momento in cui, non sapendo bene in che modo muoversi, i tre decidono di lasciarsi alle spalle le convenzioni del mondo degli adulti, optando per una vita basata sulla massima libertà e sregolatezza.

... o solo un padre?

Ma, tenendo in considerazione il fatto che è proprio all'attimo in cui pensi di aver sistemato tutto che corrisponde il momento nel quale tutto inizia a cadere a pezzi, quando la situazione comincia a complicarsi l'uomo si trova costretto a riprendere in mano le redini e a comportarsi da genitore, conservando comunque l'allegria e l'esuberanza sperimentate nell'altro stile di vita.
Quindi, con immancabili dialoghi tra padre e figlio maggiore incompreso (tra l'altro, McKay, per questo ruolo, ha ricevuto una candidatura sia presso l'ALFS Award che al British Independent Film Award) e contorno femminile principalmente rappresentato dalla giovane amica Laura e dalla suocera Barbara, rispettivamente con i volti di Emma Booth (Il matrimonio è un affare di famiglia) e della veterana Julia Blake (X-Men le origini: Wolverine), è senza dimenticare consueti momenti drammatici che avanzano i 105 minuti circa di visione.
Minuti di visione che individuano uno dei loro maggiori pregi nella non disprezzabile colonna sonora (si spazia da All the wild horses di Ray LaMontagne alla vecchissima You belong to me in una versione cover di Carla Bruni) e che, oltre al succitato film di Luchetti vincitore della Palma d'oro a Cannes per l'interpretazione di Elio Germano, sembrano ricordare perfino Solo un padre (2008) di Luca Lucini nelle grottesche sequenze in cui il protagonista immagina di parlare con la propria moglie defunta.
Perché, senza voler eccedere in cinismo e durezza di cuore, "grottesco", purtroppo, è proprio il giusto aggettivo da tirare in ballo quando assistiamo sul grande schermo a pellicole che, come questa, affrontano tematiche drammatiche in salsa sentimentale facendo ampio ricorso ad immagini da spot pubblicitario per famiglie. Conferendo all'insieme un look generale sicuramente più vicino all'infinità di titoli destinati alla televisione, alla quale, del resto, sembrerebbe essere legata proprio la maggior parte del curriculum dello sceneggiatore Allan Cubitt, attivo nelle serie Murphy's law e The runaway.

Ragazzi miei Diretto dall’ugandese Scott Hicks (Shine) basandosi sulle memorie riportate da Simon Carr nel suo romanzo The boys are back, Ragazzi miei è un classico dramma familiare costruito sulle difficoltà e gli imprevisti affrontati da un vedovo nella crescita dei propri figli. Vedovo interpretato con la consueta professionalità dal grande Clive Owen, affiancato da un cast decisamente all’altezza che, insieme alla non disprezzabile colonna sonora, rientra tra i maggiori pregi dell’operazione: guardabile pellicola caratterizzata da tutti gli elementi che ci aspettiamo in questi casi e che, con ogni probabilità, conquisterà il cuore degli spettatori del primo pomeriggio estivo in tv.

6

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