Quello che veramente importa, la recensione del film di Paco Arango

Un elettricista pieno di debiti viene accolto come un guaritore dalla comunità di un paesino della Nuova Scozia nel quale si è appena trasferito.

recensione Quello che veramente importa, la recensione del film di Paco Arango
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Alec Bailey è uno squattrinato tuttofare, specializzato nell'aggiustare qualsiasi tipo di apparecchio elettronico. Il ragazzo, pieno di debiti e ricercato da un gruppo di strozzini, viene contattato dallo zio materno, mai conosciuto prima, affinché si trasferisca per un anno ad Halifax, una piccola cittadina nella provincia canadese in Nuova Scozia. In Quello che veramente importa il parente promette di saldare tutti i suoi conti in sospeso, solo a patto che questi rispetti la permanenza di dodici mesi nella casa di campagna assegnatagli: nonostante le iniziali reticenze, Alec accetta e decide di sfruttare l'occasione per ricominciare da zero.
Al suo arrivo fa la conoscenza della bella Cecilia, la veterinaria locale, con la quale instaura un rapporto d'amicizia (ma nulla più, in quando la donna gli dichiara subito la sua omosessualità). È proprio lei a pubblicare un annuncio nel quale le sue capacità di sistemare i dispositivi elettronici vengono fraintese, e il protagonista comincia ad essere ritenuto dai suoi nuovi compaesani come un guaritore.
Inizia a ricevere visite su visite di gente affetta da problemi più o meno gravi, ma rifiuta il ruolo erroneamente assegnatogli rispedendo tutti indietro e sentendosi ancora in colpa per la morte del fratello gemello, deceduto due anni prima per un tumore.
Quando i "pazienti" però manifestano solo qualche giorno dopo delle incredibili guarigioni (dalla balbuzie, dalla sordità, dal mutismo e così via), Alec scopre un segreto centenario che riguarda la sua famiglia e, in seguito all'incontro con una ragazzina malata di cancro a cui restano pochi mesi di vita, decide di abbracciare le proprie presunte capacità.

L'importante è crederci

Una commedia dolce-amara nel quale il protagonista si trova catapultato in un'altra realtà al fine di scoprire sconosciuti lati di sé stesso, sulla scia di tante produzioni simili in cui il cambio radicale di location e il relativo impatto con un "nuovo mondo" garantiscono un leggero intrattenimento a tema. Sulla carta Quello che veramente importa sembrerebbe una produzione come tante altre, senza infamia e senza lode nel suo mix di sentimentalismo e gag dalla risata facile, ma col procedere dei minuti si instrada su un percorso morale ambiguo e pericoloso nel quale l'attrazione verso i poteri miracolosi del ragazzo rischia di veicolare un messaggio sbagliato, soprattutto per un pubblico pronto a credere come nulla fosse a fantomatici guaritori di sorta.
Certo la formula narrativa cozza volutamente con la verosimiglianza, e il racconto va preso come una semplice favoletta a lieto-fine (come prevedibile), ma ciò nonostante alcuni vizi di sceneggiatura risultano poco credibili anche in un contesto di stampo fantastico, con tanto di famiglia che si tramanda il dono di generazione in generazione. Il regista messicano Paco Arango torna a indagare nel tema della malattia dopo il film d'esordio, l'inedito Maktub (2011), ma in quest'occasione si fa prende troppo la mano dalla retorica spirituale e cede alle lusinghe di una confezione melensa ben oltre il livello medio di sopportazione.

Per carità

Le quasi due ore di visione si abbandonano ai canonici cliché, dalla complicata love-story con la bella co-protagonista al rapporto contrastato con lo zio materno (interpretato da Jonathan Pryce, unica nota positiva di un cast altrimenti dimenticabile), e soprattutto la seconda metà regala scene gratuite a profusione (su tutte, l'irritante sequenza della canzone "suonata" dai tre personaggi principali) in un crescendo melodrammatico lento e stucchevole. Tanto che le figure più interessanti, e a maggior impatto comico, rimangono quelle secondarie, con l'arcigno sceriffo locale o il bizzarro prete in crisi di fede (Jorce Garcia, storico volto della serie cult Lost) che risultano paradossalmente più convincenti del protagonista, catapultato suo malgrado in una situazione più grande non soltanto di lui ma anche del pubblico stesso, costretto ad arrancare fino ai titoli di coda nei quali, tramite didascalie e filmati di repertorio, si scopre parzialmente il senso dell'intero progetto: la pellicola è infatti dedicata alla memoria di Paul Newman e alle sue attività caritatevoli, riguardanti in particolare la creazione di associazioni per i bambini malati.

Quello che veramente importa Pur tralasciando le ambiguità narrative dietro a una storia che prevede un improvvisato guaritore diventa l'eroe di una piccola cittadina, curando le persone grazie al suo presunto dono miracoloso, Quello che veramente importa si rivela un film debole e sconnesso, ricco di incongruenze anche nel suo contesto semi-fantastico. Un cast anonimo (tolte un paio di divertenti figure secondarie e la presenza di Jonathan Pryce, sempre una garanzia) ci accompagna in cento minuti di visione dove lo spiritualismo a buon mercato è servito a un pubblico aperto alla speranza, nel tentativo di nascondere nel suo furbo alone melodrammatico le deficienze tecniche e attoriali. La chiave leggera con cui viene affrontata l'operazione sembra così più il frutto di una scarsa consapevolezza sul come raccontare una vicenda in cui il lieto-fine è scritto già dai titoli di testa, e la cui pur nobile dedica durante quelli di coda appare più come una sorta di scusante per quanto mostrato in precedenza.

4.5

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