Recensione Qualcuno da amare

Il regista iraniano Abbas Kiarostami si sposta in Giappone per una storia di affetti incrociati

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Akiko frequenta la facoltà di sociologia all'università, ha un fidanzato molto geloso e ‘arrotonda' lavorando come prostituta. Una sera, dopo l'ennesima lite telefonica con il fidanzato, la ragazza verrà spedita dal suo ‘pappone' a casa di un anziano professore. Lasciata appesa al filo del telefono la voce di una nonna che non incontrerà mai, Akiko giungerà stanca in casa del suo cliente per poi rifiutare senza troppi complimenti la zuppa da lui preparata, e addormentarsi (poco dopo) nuda nel suo letto. L'indomani il professore la guiderà con la sua macchina fino all'università per poi imbattersi nel ragazzo di lei con il quale avrà una lunga e articolata conversazione in cui ognuno dei due ‘reciterà' la propria parte. Ma ognuna di queste esistenze è in cerca di qualcosa che sembra non combaciare con la ricerca dell'altro e così la casuale quanto necessaria costruzione di un triangolo esistenziale finirà per scardinare gli (illusori) equilibri precedentemente raggiunti.

Ancora in esilio dalla sua madrepatria (l'Iran) Abbas Kiarostami torna per la seconda volta a girare un film che prende vita fuori dagli scenari e dai valori culturali della sua terra. Infatti dopo aver girato Copia Conforme (film che indagava il senso dell'arte e della sua ‘originalità' vagando per i paesaggi toscani) Kiarostami si sposta in Giappone cercando di far propri i tempi e i valori della cultura autoctona, per raccontare un disagio societario che si muove lungo la linea di una non consapevolezza di sé o della strada che si sta seguendo. Con un'impostazione fortemente dialogica in cui prevalgono i dialoghi a due, inseriti nella staticità di pochi interni (il locale, la casa del professore, la macchina) Qualcuno da amare (traduzione imperfetta del più aderente Like someone in love) sembra insistere nella geometria di un racconto e di uno sguardo melanconico che non trovano nella fluidità narrativa un mezzo per comunicare. La compostezza con cui Kiarostami gira le singole sequenze diventa così una sorta di stasi riflessiva attraverso cui i tre protagonisti del film vengono fotografati nella loro ambiguità e nel loro continuo ‘rifuggire' la realtà. Dalla prostituzione usata come (in)cosciente via di fuga (sia dalla giovane studentessa che dall'anziano professore) fino alla rimozione della realtà attuata dal ragazzo al fine di non vedere i problemi del presente, ogni esistenza sembra crogiolarsi in uno stato di cose che non dovrebbe appartenergli. Ed è infatti il movimento circolare dei veicoli (prima il taxi e poi la macchina del professore) l'unica presenza di fluidità che si riscontra nell'ultimo lavoro del regista iraniano. Scollato dalla sua terra natia e (solo parzialmente) dai turbamenti che l'attraversano, Kiarostami sembra aver perso un po' la lucidità che connota i suoi più salienti lavori (Sotto gli ulivi, Il sapore della ciliegia, Dieci), marcati da una presenza e da una partecipazione emotiva che sembrano scarseggiare se non addirittura mancare in Like someone in love. Come recita lo stesso titolo l'emozione è infatti scollata dall'occhio narrante, il quale si limita (pur con grande maestria) a ritrarne e a raccontarne l'evoluzione. Un film che (sostanzialmente) muove tutti i suoi personaggi verso una spasmodica ricerca d'affetto, sottolineando poi la necessità di attendere che il destino si compia (come sintetizzano anche le parole del brano que sera sera). Ed è proprio forse la volontà ma impossibilità di ricongiungimento alla sua terra (e ai suoi affetti primari) che genera in Kiarostami l'impulso verso questi lavori più ibridi, dove anche la stessa sofferenza è osservata da lontano e non riesce (più di tanto) a tradursi sullo schermo in emozione.

Qualcuno da amare L’iraniano Abbas Kiarostami torna al cinema con Qualcuno da amare (Like someone in love) un film che unisce in una sorta di fil rouge lo stesso senso di melanconia e mancanza di affetto di due generazioni a confronto. L’opera, esteticamente molto curata, sembra mancare di fluidità e soprattutto (come accadeva anche in Copia Conforme) di una partecipazione emotiva capace di marcare con più incisività il senso ultimo del film. Un lavoro che senza dubbio conferma la capacità di Kiarostami di vedere oltre i vetri opacizzanti della vita, ma che conferma altresì la lontananza dell’autore del suo paese natio, una nostalgia latente che si riflette (creando una distanza emotiva) anche nei suoi ultimi lavori.

6

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