Recensione Push

Gli esper di McGuigan hanno tutti i poteri, meno quello di creare un buon film

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Just push play

Paul McGuigan è un regista di talento, e lo ha ampiamente dimostrato con Gangster No.1 e Slevin - Patto Criminale.
Ma capita anche ai migliori di farsi prendere la mano dalla voglia di fare (o meglio strafare), e di creare trame -troppo- complesse ed elaborate, che alla prova dei fatti non stanno in piedi. Soprattutto se poi alla base inseriamo elementi fantastici inseriti in un contesto teoricamente reale, come in Push.
La sfida per McGuigan era infatti riuscire a creare un intreccio avvincente ed interessante come quello dei precedenti film, inserendo se possibile ancora più azione, e soprattutto effetti speciali e poteri sovraumani. Purtroppo, dal risultato, non ci sentiamo decisamente di dire che sia riuscito perfettamente nel suo intento.

ESP: Extra Sensorial Powers

Nick Gant (Chris Evans), anche se a prima vista non si direbbe, è un tipo fuori dalla norma: è un Mover, una persona dotata di poteri telecinetici. Questo dono, ereditato dal padre, è vissuto più come una condanna, in realtà, visto che Nick non riesce a usarlo a suo vantaggio per via del suo scorso controllo su di esso, e soprattutto perché causa della sua latitanza a Hong Kong, dove spera di non essere rintracciato dalla Divisione, uno speciale organo segreto di spionaggio del Governo Americano che si occupa di esper come lui.
Nella sua vita già di per sé non molto tranquilla entra un giorno Cassie Holmes (Dakota Fanning), una strana ragazzina che si dimostra essere una Watcher, ovvero una veggente, che asserisce l’assoluta necessità del ritrovare una valigia dal valore di sei milioni di dollari, pena la morte, come nelle sue visioni. Di lì la loro strada si incrocerà con molti altri esseri dotati di poteri extra-sensoriali, dei più disparati: dall’ex di Nick, Kira (Camilla Belle) -dotata dell’abilità di Pusher, ovvero di instillare comandi e falsi ricordi nelle menti altrui- ai temibili agenti della Divisione, tra cui Victor Budarin (Neil Jackson) e Henry Carver (Djimon Hounsou). A complicare il tutto ci si mette inoltre una terza forza in gioco: una famiglia mafiosa cinese anch’essa dotata di membri psionici, e disposta a tutto pur di entrare in possesso della valigia...

Un po’ Heroes, un po’ Jumper

Push ha infatti molto in comune coi suddetti due titoli: come in Jumper, i superumani sono cacciati da un’organizzazione segreta intenta a catturarli (in questo caso per condurre esperimenti su di loro) mentre questi passano il tempo a nascondersi sfruttando le proprie abilità; ma, proprio come in Heroes, gli esper sono mescolati con la società ‘comune’ e possiedono i poteri più eterogenei.
Ma se la qualità altalenante dei succitati prodotti è scusata a causa della riduzione cinematografica di un romanzo o dalla necessità di allungare/restringere il brodo in quanto prodotto seriale, Push non ha scuse: è (o almeno, dovrebbe essere) un prodotto nuovo e creato specificatamente per il cinema, che parte da una base di infinite possibilità ma si riduce ad inserire decine di personaggi dai poteri più assurdi in un contesto già di per sé assai intricato, col risultato di creare un film fracassone che lascia l’amaro in bocca nel finale.
La sceneggiatura di David Bourla, se ci è concesso dirlo, è proprio una...burla: durante tutto il film capita fin troppo spesso di perdersi, senza poi ritrovare il bandolo della matassa nel finale, come invece McGuigan ci aveva abituato negli scorsi film. Troppa carne messa a cuocere a fuoco troppo alto: la puzza di bruciato è inevitabile, in questi casi.
Personaggi che passano dall’essere ‘buoni’ a ‘cattivi’ e viceversa senza grosse spiegazioni di sorta, altri che si trovano -parafrasando Slevin- nel posto giusto nel momento giustissimo, situazioni in cui ci si chiede ‘perché?’ e molti dei temi portanti dell’inizio che vengono abbandonati sul finale, senza una qualsivoglia risoluzione (a meno che non vogliano essere portati avanti in un eventuale - improbabile - seguito).
Altra piccola delusione, gli effetti speciali: l’utilizzo della CG non è invasivo, ed è un punto a favore, ma il risultato finale è decisamente finto e certamente non all’altezza delle aspettative.
E’ un peccato, perché il ritmo del film è concitato, e certi passaggi divertenti proprio perché fracassoni. Avremmo preferito di molto, a questo punto, un film più sopra le righe, con meno intrighi di sottofondo ma che non si frenava proprio nelle scene topiche; qui invece sembra che tutto sia condannato a scemare, a promettere per poi deludere all’atto pratico.
Buona, in finale, la regia: le scene sono tutte riprese con angolature ad effetto che conferiscono un buon senso di frenesia alla pellicola, e gli stacchi sono tutti ben resi, anche se in finale quello che salva la pellicola è il cast, che seppur scevro di grandi nomi come in Slevin, riesce a bucare lo schermo senza neanche impegnarsi troppo.

Push Proprio come Nick a inizio film, McGuigan ha giocato d’azzardo coi dadi, e pur avendo dalla propria un po’ di fortuna, del talento e degli ‘effetti speciali’ non è riuscito a vincere la sua scommessa. Push non è un film detestabile, ma sicuramente, usando un termine molto amato da uno dei protagonisti, uno spreco. Ti vogliamo bene, Paul, torna presto a farci divertire. Ma, per favore, cambia sceneggiatore.

5

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