Pulp Fiction, la recensione del capolavoro firmato Quentin Tarantino

A vent'anni dall'uscita originale, il classico di Quentin Tarantino torna al cinema: la nostra recensione di Pulp Fiction.

Pulp Fiction, la recensione del capolavoro firmato Quentin Tarantino
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Un quarantenne John Travolta, ex idolo delle teenager dai tempi de La febbre del sabato sera, sguardo torvo e capelli legati dietro la nuca, di nuovo su una pista da ballo accanto a una giovanissima e sensuale Uma Thurman, in camicia bianca e con un caschetto corvino che ricorda quello della diva del muto Louise Brooks. In sottofondo risuona l’inconfondibile voce di Chuck Berry sulle note di un classico rockabilly del 1964, You Never Can Tell. È la sequenza probabilmente più celebre, e da allora imitatissima, di Pulp Fiction, il film che nel 1994, esattamente vent’anni fa, consacrò il trentunenne Quentin Tarantino, originario di Knoxville, Tennessee, come uno dei più apprezzati autori del cinema americano contemporaneo, catapultandolo nell’Olimpo hollywoodiano appena due anni dopo il suo primo lungometraggio, Le iene, altra pellicola destinata ad assumere lo status di cult-movie proprio come diretta conseguenza del successo mondiale di Pulp Fiction. Un successo che, all’epoca, colse di sorpresa tutti o quasi... ma che ora, a distanza di vent'anni, ci ritroviamo a festeggiare con un ritorno speciale nelle sale solo nelle giornate di oggi (7 aprile), domani e dopodomani (8-9 aprile) nei cinema UCI e The Space aderenti all'iniziativa...

QUENTIN TARANTINO E IL POSTMODERNISMO AL CINEMA

Realizzato da Tarantino con la propria casa di produzione, la A Band Apart (in omaggio a Jean-Luc Godard e al suo Bande à part), e con l’appoggio della Miramax, per un investimento complessivo di appena otto milioni di dollari, Pulp Fiction ricevette un’accoglienza trionfale al Festival di Cannes del 1994, aggiudicandosi a furor di popolo la Palma d’Oro come miglior film, e arrivò ad incassare un totale di oltre duecento milioni di dollari in tutto il mondo, generando un entusiasmo contagioso ed assolutamente raro, in grado di coinvolgere i cinefili incalliti così come gli spettatori occasionali. All’edizione degli Academy Award di quell’anno, il cult di Tarantino si guadagnò sette nomination e si portò a casa l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, firmata a quattro mani da Tarantino insieme al fedele collaboratore Roger Avary (mentre nelle altre categorie principali l’Academy gli preferì il ben più convenzionale Forrest Gump). A distanza di vent’anni dalla sua originaria uscita nelle sale, Pulp Fiction - diventato nel frattempo il film-simbolo di quel decennio, i Nineties, che negli USA avrebbero segnato l’apogeo del postmodernismo e l’esplosione del cinema indipendente - dimostra di aver conservato del tutto inalterata la sua straordinaria carica iconica, che già allora era riuscita a penetrare nell’immaginario cinematografico con un’intensità davvero fuori dal comune, dando vita ad una quantità incalcolabile di citazioni e di riferimenti da parte di innumerevoli registi coevi o successivi.

UN PASTICHE FRA VIOLENZA E IRONIA

L’importanza storica di Pulp Fiction, al di là degli oggettivi meriti artistici della pellicola, risiede del resto nell’aver sdoganato e tenuto a battesimo un modello di cinema dal quale, a partire dal 1994, difficilmente è stato possibile prescindere. Miscelando la sua ingorda cinefilia con la passione per i romanzi pulp degli Anni ’30 e ’40, la narrativa hard-boiled con gli stilemi del noir e del gangster-movie, Quentin Tarantino ha saputo creare infatti un prodotto capace di decostruire i canoni della narrazione e della messa in scena cinematografiche, per poi riassemblarli in maniera inedita e sorprendente - a partire dalla struttura a incastro della trama e dalla frammentazione della linearità cronologica - fino a creare un formidabile pastiche, tanto scioccante nel suo iperrealismo sfrenato e nell’esibizione spudorata della violenza, quanto gustoso per il ritmo, l’ironia e il tono talvolta quasi camp, fondendo in un unico amalgama linguaggio scurrile (la parola f*ck, ripetuta ben 281 volte) e dialoghi dal taglio surreale o pseudo-filosofico, passi della Bibbia - la famosa citazione finale dal Libro di Ezechiele da parte del killer Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) - ed evergreen musicali del rock e del blues, fra cui Let’s Stay Together di Al Green, Lonesome Town di Ricky Nelson e Son of a Preacher Man di Dusty Springfield.

IL PIACERE DEL RACCONTO E LA POETICA TARANTINIANA

Il complesso plot del film, con la sua fitta rete di sottotrame, di vicende che si intrecciano e si biforcano di volta in volta a una velocità impressionante per circa centocinquanta minuti, costituisce d’altronde un puro pretesto sul quale Tarantino innesta una vorticosa giostra di situazioni e di personaggi - e oltre ai già citati Travolta, Jackson e Thurman (tutti candidati all’Oscar), nel cast compaiono pure Bruce Willis, Tim Roth, Amanda Plummer, Harvey Keitel, Christopher Walken, Steve Buscemi e Rosanna Arquette. E l’ennesimo indizio della natura sostanzialmente “ludica” del film, che si risolve nel piacere auto-conclusivo del racconto, ce lo offre la valigetta dal contenuto misterioso alla quale i due killer Travolta e Jackson danno freneticamente la caccia: nient’altro che un beffardo MacGuffin, alla maniera di Alfred Hitchcock, il definitivo sberleffo di un regista che ha sempre creduto in un cinema come forma d’arte goduriosamente irriverente e fine a se stessa. Una poetica, quella affermata con Pulp Fiction, che Tarantino porterà avanti nel prosieguo della sua carriera in maniera superba (e con risultati quasi sempre eccellenti): dall’operazione, nel solco di un postmodernismo perfino più azzardato, del dittico Kill Bill, alla geniale riscrittura della storia del Novecento di Bastardi senza gloria, fino alla recente e fortunatissima rivisitazione western di Django Unchained, e - siamo pronti a scommetterci - per molti altri film a venire...

Pulp Fiction Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1994 e del premio Oscar per la miglior sceneggiatura, a due decenni di distanza dall’originaria uscita nelle sale Pulp Fiction, in virtù della sua capacità di riscrivere le convenzioni narrative in un formidabile amalgama di registri e di generi, rimane il modello imprescindibile di un intero filone di cinema postmoderno, del quale il regista Quentin Tarantino si è affermato come uno degli indiscussi capofila.

8

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