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Pulang, la recensione del film originale Netflix

Un pescatore abbandona moglie e figlio per tentare la fortuna come marinaio, mentre la donna è in costante attesa del suo ritorno a casa.

recensione Pulang, la recensione del film originale Netflix
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Negli anni '40, Othman è un pescatore povero di un piccolo villaggio a Malacca, in Malesia. Proprio qui conosce la bella Thom, una ragazza che è lì per prendersi cura di un'anziana parente. Quando questa muore, la giovane accetta la proposta di matrimonio dell'uomo, con il quale sin da subito è scattato un amore a prima vista. La relazione tra i due procede nel migliore dei modi, con la nascita di un bambino, Omar.
In Pulang, ben presto la tranquilla e semplice vita coniugale viene scossa dall'invasione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale, con Othman che viene reclutato a forza tra le file nipponiche insieme a tutti gli altri maschi del villaggio.
Il pescatore riesce però a fuggire in compagnia di un profugo cinese e a far infine ritorno a casa, ma sa bene che quello non è il suo posto e che è il mare ad attrarlo con sempre più forza. Così, dopo aver rischiato la vita durante una tempesta, decide di imbarcarsi in navi dirette all'estero e facenti scalo in vari porti del mondo, con la speranza di offrire ai suoi cari una vita più decorosa... Thom però attende solo il suo ritorno a casa, mentre il tempo scorre inesorabilmente.

Occhi e cuore

I primi istanti di Pulang ricordano una versione esotica del prologo di Titanic (1997), con l'ormai anziana protagonista femminile che inizia a ripercorrere in flashback la sua gioventù, lasciando allo scorrere degli eventi passati la pressoché totalità del minutaggio. L'ultima parte, al contrario, offre spazio a indagini familiari ambientate nel presente, che vanno idealmente a ricomporre il cerchio in previsione dell'epilogo strappalacrime.
Pulang, produzione malese originale Netflix, non va per il sottile nella sua messa in scena pensata su misura per il grande pubblico, esasperando il lato emotivo in maniera più piacevole del previsto e affidando alla forza delle immagini il compito di offrire un sano impatto spettacolare.
A dispetto delle previsioni la messa in scena, pur al netto di alcuni effetti speciali posticci (su tutti l'improponibile sequenza dell'incendio a bordo), svolge il proprio compito in maniera egregia, con scelte fotografiche che sublimano magnificamente la bellezza dei paesaggi malesiani (spiagge, fiumi e luoghi incontaminati qui in versione da magnetica cartolina turistica, piena di vita) e una regia non banale che utilizza diversi stili di ripresa per variare sempre il climax delle immagini: da ralenty a inquadrature dall'alto, da elementi ambientali che diventano metafora sino all'estetica cromatica con la quale vengono ripresi gli scorci naturali, il mare in primis, il film si rivela un vero e proprio piacere da guardare, con un occhio di riguardo allo stile di Tarsem Singh e Wes Anderson (e anche a quello di Ang Lee per come è stato diretto Vita di Pi del 2012) nella relativa esposizione.

Tra classico e moderno

La sceneggiatura di stampo così classico rivela al contempo momenti riusciti e punti deboli, questi ultimi dati soprattutto dall'eccessiva durata e da una carica enfatica tipica del melodramma a tratti troppo calcata, con situazioni che risultano in alcuni casi forzate.
Paradossale, quanto innegabilmente romantico, che lo script prenda spunto da una storia realmente accaduta, con alcuni dei reali protagonisti della vicenda che compaiono brevemente prima dei titoli di coda. La love-story tra Othman e Thom è di quelle d'altri tempi, capaci di far sognare e commuovere il pubblico più sentimentale, con la forte carica drammatica data dal lungo racconto in flashback che aumenta ulteriormente la vena malinconica e struggente dell'insieme.
Così tra scorci più o meno fittizi di vari Paesi del mondo, da Oriente (Singapore, Hong Kong, Giappone, Corea del Sud) a Occidente (Islanda, Inghilterra) le due ore di visione soffrono di una certa ripetitività e di scelte non sempre comprensibili del protagonista maschile, il cui essere musulmano gli crea non pochi problemi tra gli equipaggi in cui si trova aggregato.
Gli spostamenti di camera (notevole quello che "attraversa" un oblò, memore dell'Enter the Void (2009) di Gaspar Noé) e alcuni passaggi più action e catastrofici, con tanto di nave invasa dalle acque, donano comunque quel minimo di varietà atta ad accompagnare il nucleo principale della pellicola, incentrato su una storia d'amore tanto "facile" quanto appassionante, il cui titolo esemplifica al meglio, almeno per le platee autoctone, l'intero significato: Pulang infatti in lingua indigena significa Casa, quella dove i due amanti sperano prima o poi di ritrovarsi una volta per tutte.

Pulang Costata l'equivalente di un milione e mezzo di dollari, questa produzione malese pensa in grande nella messa in scena, offrendo dal punto di vista visivo un impianto spettacolare. Non solo nella gestione fotografica degli splendidi e esotici paesaggi indigeni, anche in soluzioni di macchina originali che tentano di diversificare i classici stili di ripresa, in favore di una regia sempre pronta a variare le proprie coordinate con personalità. Se dal punto di vista estetico, al netto di un paio di sequenze in cui gli effetti speciali risultano mediocri, Pulang avvince e convince, da quello narrativo soffre di momenti di stanca, dati anche da una durata eccessiva che esaspera i tratti più drammatici dell'intensa love-story tra i due protagonisti - tutta giocata sul senso d'attesa di lei per l'auspicato ritorno a casa di lui, imbarcato su navi mercantili in giro per il mondo. Storia toccante e ispirata a eventi reali (con tanto di informazioni sui veri individui al centro della vicenda) che si rifà agli stilemi del melodramma, fondendovi influenze orientali e occidentali in maniera malinconica e coesa ma a tratti non priva di forzature.

6.5

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