Promises Recensione: Pierfrancesco Favino in un film elegante poco riuscito

Il film di Amanda Sthers è un soave ma eccessivamente pretenzioso melodramma borghese sul dramma esistenziale.

Promises Recensione: Pierfrancesco Favino in un film elegante poco riuscito
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C'erano molte aspettative alla Festa del Cinema di Roma per questo Promises, diretto dalla stessa Amanda Sthers autrice dell'omonimo romanzo da cui ha tratto la sceneggiatura, scritta su misura per dare tutto il necessario al nostro Pierfrancesco Favino. Strutturato come un biopic senza un vero e proprio centro temporale e omogeneo, con un cast ricco e variegato (nonché molto inclusivo), Promises non riesce a fare il salto di qualità, ma si accontenta di essere soprattutto un esercizio di forma e stile, più che di contenuto o significato.

Il tutto senza nulla voler togliere all'eleganza dell'insieme, così come all'intensità degli interpreti di questo melodramma a metà tra Inghilterra e Italia. L'amore è però un argomento troppo importante per essere trattato così superficialmente.

Un film visivamente ammaliante

Protagonista di Promises è l'elegante e affascinante Alexander (Pierfrancesco Favino) metà italiano e metà inglese, figlio di una ricca e altolocata dinastia, cresciuto tra l'Italia e Londra, nonché stimato commerciante e antiquario di libri.

Ammaliante, circondato per tutta la vita da amici, lusso ed eleganza, l'uomo porta però con sé il dramma di una vita sentimentale e personale tragica, fatta di lutti, perdite e, soprattutto, dell'amore mai veramente concretizzatosi con la sensuale e affascinante Laura (Kelly Reilly). Tra passato e presente, ricordi d'infanzia e gioventù, salti temporali che dividono l'iter narrativo tra gli anni '60, '80 e il XXI secolo, seguiremo il sempre più malinconico percorso di quest'uomo incapace di realizzarsi sentimentalmente, attanagliato dalla sensazione di non aver vissuto la sua vita appieno. Occorre innanzitutto dire che, come esordio da regista, la scrittrice Amanda Sthers ha dato sicuramente buona prova di sé. Promises è un film che visivamente rapisce lo sguardo e, complice la fotografia di Mario Graziaplena, ci ammalia con la leggera ma persistente irrealtà di questo mondo.

Si tratta di un universo rarefatto, cosmopolita, quasi distaccato dalla realtà; una sorta di visione utopistica che omologa la struttura familiare e sociale nel corso dei decenni, nonostante quest'ultima fosse molto diversa nei rispettivi periodi. Ciò rende l'odissea personale di Alexander sempre più lontana dalla vita vera, sempre più una sorta di malinconica favola che a molti potrà ricordare certe opere del nostro Ozpetek, con quel suo adagiarsi sulla realtà esistenziale dell'alta borghesia.

Un universo fin troppo irreale e aulico

Nessuno è brutto o sgradevole in questo film dove, oltre ai due protagonisti, riscontriamo l'importante presenza di uno smagliante Jean Reno, oltre che di Ginnie Watson, Cara Theobold, Deepak Verma e Kris Marshall.

Tutti sono elegantissimi, avvolti dal meglio della moda che ha caratterizzato Londra e l'Italia dagli anni '70 in poi; tutti sono educati, profondi, sensibili e dannati da un'esistenza dedicata all'amore perfetto, al libro perfetto, all'amicizia perfetta. In tutta questa perfezione, nella mancanza di problematiche materiali e profane quali bollette, chili di troppo, disoccupazione, vicini litigiosi o delusioni reali, alla lunga diventa davvero difficile empatizzare con Alexander, mantenuto dal nonno, borghese nel senso più "marxista" del termine. Lo stesso dicasi per la sua vita fatta di drammi gravi, pure tremendi, per la sua dimensione da esule solitario che si è autoimposto nel bel mezzo di una Londra già dipinta come villaggio globale, ma di cui non vediamo mai né la classe operaia né i drammi sociali. Non molto originale o veritiera l'immagine dell'Italia, che anche nel romanzo (stando alla critica) appariva com'è in questo film: un miraggio abitato da fantasmi, un luogo irreale per vacanze che si concludono tragicamente, per amori giovanili e per l'eleganza sartoriale.

Favino è bravo ma non basta

Di fronte a tale squilibrio, a un iter narrativo senza punti di riferimento, per quanto strutturato in modo coerente, l'eccezionale chimica tra un bravissimo Favino e una sensualissima e tragica Kelly Reilly appare il più delle volte il suono a vuoto di un bellissimo strumento in una sala deserta. Favino riesce nell'impresa di rendere Alex comunque simpatico, se non altro amabile e umano, pur essendo un personaggio teoricamente insopportabile. E sfoggia anche una padronanza dell'inglese davvero ineccepibile.

Il make-up, meno invasivo di quello descritto nella nostra recensione di Hammamet, ma comunque presente, non lo rende mai né poco credibile né irreale, piuttosto il simbolo stesso della timidezza dei sentimenti che è porta dell'infelicità; la mancanza di egoismo, autostima, che dal profondo ci incatenano alla sconfitta.

Il suo Alexander è una persona perbene, uno che forse ama fin troppo il concetto di amore rispetto al sentimento vero, e che come tutti gli idealisti è quindi condannato alla sconfitta di fronte alla vita reale, sporca, sleale. A perfetto contraltare, più che una Reilly che rappresenta il frutto proibito dell'esistenza (un po' come la descrivevamo nella nostra recensione di Flight), troviamo i suoi due migliori amici, interpretati da Marshall e Verma, i due alter ego fatti di trasgressione, libertà e sperimentazione; borghesi e assieme antitesi di tale riduttiva definizione.

Un po' poco per evitare la sensazione di distacco, freddezza e disinteresse verso un'umanità che spesso pare più annoiata dalla propria serenità nel lusso delle residenze, nelle giacche d'alta sartoria e nelle scarpe cucite a mano. Il che per un film che in teoria tratta di sentimenti non è un difetto da poco.

Promises Arriva al cinema Promises di Amanda Sthers: a dispetto di un cast stellare e di una ricercatezza formale di assoluto livello, non riesce mai a decollare veramente e si accontenta di attimi e suggestioni. Irreale e antico nel dipingere i sentimenti, fin troppo moderno nel parlarci della società inglese, stereotipato nel raccontarci quella italiana, il titolo non riesce a creare una giusta empatia nei confronti dei personaggi. Il tutto a dispetto di una prova attoriale di Favino e Reilly di ottimo livello, così come di una certa originalità nella struttura dello script. Ma è un po' poco per andare oltre la mera sufficienza.

6

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