Recensione Promettilo!

Recensione del film di Emir Kusturika basato su tre promesse da mantenere

recensione Promettilo!
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Tra i pochi cineasti che possono vantare due Palme d'Oro vinte al Festival di Cannes, prima per Papà è in viaggio d'affari (1985), poi per Underground (1995), il serbo Emir Kusturika, classe 1954, vanta un curriculum dietro la macchina da presa costituito da quasi venti regie, l'ultima delle quali è Maradona-El pibe de oro, del 2008.
In realtà, però, un anno prima di dedicarsi al documentario riguardante l'asso del pallone di origini argentine, non solo lo avevamo visto (in pochi, in verità) nelle vesti di attore - accanto ai nostri Paolo Villaggio e Ignazio Oliva - in Hermano di Giovanni Robbiano, ma si era dedicato a Zavet, anch'esso presentato presso il succitato, prestigioso festival d'oltralpe e che solo ora, grazie alla One Movie Entertainment, approda sugli schermi del bel paese.
Quindi, ai racconti anticonformisti tipicamente kusturikiani riguardanti i problemi e le difficoltà dell'esistenza nei Balcani, va ad aggiungersi la vicenda del giovane Tsane (Uros Milovanovic), il quale vive su una remota collina insieme alla mucca Cvetka e al nonno (Aleksandar Bercek). Almeno fino al giorno in cui quest'ultimo, avvertendo di essere quasi arrivato all'epilogo della sua vita, chiede al nipote di onorare tre promesse: recarsi nella città più vicina per vendere la mucca al mercato, comprare un'icona religiosa e qualcosa che desidera veramente per sé con i soldi ricavati e, infine, trovare una moglie e tornare a casa con lei prima della morte dell'anziano parente. E proprio la terza delle tre promesse si rivela la più ardua da mantenere, finché il ragazzo incontra la bella Jasna (Marija Petronijevic).

Poche novità in serbo

Con bizzarre invenzioni che spaziano da un particolare tipo di sveglia a un assurdo "sonnifero visivo", fin dai primi minuti di visione sembra di assistere ad un vero e proprio cartoon tempestato di attori in carne ed ossa.
Cartoon che, fornito anche di un indispensabile omaggio televisivo a Taxi driver di Martin Scorsese, assume i toni di una favola man mano che entrano in scena i grotteschi personaggi incontrati dal protagonista lungo il suo percorso, da una goffa banda di criminali a un individuo che finisce gonfiato come un palloncino.
Perché, tra una felliniana donna dai seni tutt'altro che piccoli e non pochi elementi che lasciano tranquillamente pensare ai lavori del regista de La città delle donne, il look e le dinamiche che attraversano gli oltre 120 minuti di pellicola sono sempre meno lontani da quelli di un colorato e frizzante spettacolo circense (non a caso, a inizio film è presente anche una breve situazione ambientata al circo, con uomo sparato dal cannone).
Spettacolo circense costruito attorno ad una storia romantica che - come vuole la tradizione dell'autore de Il tempo dei gitani - coinvolge lo spettatore attraverso il ricorso ad una tanto ritmata quanto ossessiva colonna sonora per mano del figlio Stribor Kusturika.
Mentre le affascinanti immagini (si pensi al tappeto di mele) rappresentano con ogni probabilità il maggiore pregio di un'operazione ricca d'ironia (tra l'altro, abbiamo una stonatissima esibizione al karaoke di The winner takes it all degli Abba) dinanzi alla quale difficilmente è possibile cadere della morsa della noia.
Anche se, a lungo andare, il tutto può finire per risultare eccessivamente fracassone, infarcito perfino con un paio di situazioni trash - tra urina e castrazioni - che vengono definite tali, però, solo quando presenti nelle commedie nostrane. Natalizie o estive che siano.

Promettilo! Distribuito in Italia con circa tre anni di ritardo, il film che il serbo Emir Kusturika diresse prima del documentario Maradona-El pibe de oro rientra pienamente nella tradizione del regista di Gatto nero gatto bianco (1998) e La vita è un miracolo (2004). Un pittoresco e visivamente affascinante viaggio verso la crescita che, senza dimenticare di affrontare problemi e sentimenti universali, non manca certo di divertire e coinvolgere. Pur non essendo adatto a tutti i palati e, di sicuro, di difficile “commestibilità” per gli spettatori nostrani, buona parte dei quali abituati a vicende di celluloide più concrete e meno basate sulle allegorie.

6.5

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