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Private Life, la recensione del film originale Netflix

Una coppia di artisti quarantenni tenta di avere un figlio in ogni modo e l'arrivo in città della giovane nipote riaccende in loro le speranze.

recensione Private Life, la recensione del film originale Netflix
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Richard e Rachel sono una coppia di artisti quarantenni che sta cercando in ogni modo di avere un figlio prima che sia "troppo tardi", che l'età avanzata impedisca la procreazione di un erede. Gli ultimi mesi trascorrono così tra accese discussioni matrimoniali e tentativi di dare alla luce un pargolo, ma persino la fecondazione in vitro non dà i risultati sperati, mettendo i coniugi di fronte all'alternativa dell'adozione.
Quando tutto sembra perduto, l'arrivo in città della nipote Sadie, che ha sempre adorato gli zii (acquisiti) come fossero i suoi secondi genitori, rimette ogni ipotesi in ballo e accetta di buon grado la proposta di offrire alcuni dei suoi ovuli alla coppia.
In Private Life però le complicazioni sono dietro l'angolo, a cominciare dalla netta opposizione della madre di Sadie che, dopo aver ricevuto la notizia, cerca in ogni modo di dissuaderla.

L'inizio e la fine

Gli splendidi titoli di coda, che compaiono su una scena clou di costante attesa, uno degli epiloghi più incisivi del cinema recente, sono la miglior conclusione nonché il perfetto riassunto di quanto visto nelle due ore precedenti di questa commedia dolce-amara, presentata a gennaio di quest'anno all'ultima edizione del Sundance Film Festival e distribuita in esclusiva mondiale da Netflix, che la presenta nel proprio catalogo come produzione originale.
A undici anni dall'acclamato La famiglia Savage (2007), la regista Tamara Jenkins torna dietro la macchina da presa per dar vita a un'opera sfaccettata, che sfrutta il magnifico cast corale per raccontare una storia solo in apparenza "come tante" che trova, nel suo mix tra verosimiglianza e momenti più surreali e atipici, la capacità di raggiungere emotivamente sguardo e cuore del grande pubblico, tra sferzanti battute piene di una cinica e lucida ironia e sussulti drammatici di struggente emotività - due anime narrative che convivono senza che l'una prevalga sull'altra, in un insieme equilibrato e ragionato con grazia d'intenti.

Questione di feeling

Si respirano echi del cinema di Woody Allen, non solo per la centrata ambientazione newyorkese, palcoscenico ideale per lo stress dei protagonisti, ma anche per lo stile di ripresa ravvicinata nei confronti degli attori, e di Noah Baumbach (in particolare per la caratterizzazione del fondamentale personaggio di Sadie, terzo comodo/incomodo che offre maggior spigliatezza alla vicenda), la Jenkins si pone comunque con grintosa personalità nei confronti di una storia che, in altre mani, avrebbe rischiato discese nel cattivo gusto o momenti di noia.
Qui invece la sceneggiatura, curata dalla stessa cineasta, è sempre coesa e riesce a tratteggiare un matrimonio messo a dura prova dalla spasmodica, e comprensibile, volontà di avere un figlio prima che sia troppo tardi. Anche la tematica della fecondazione in vitro o dell'adozione viene osservata con magistrale leggerezza, e il numeroso parterre di figure secondarie (in particolar modo quelle ospedaliere, tra bizzarri dottori e anestesisti) garantisce quel necessario numero di risate atte ad affievolire anche i momenti più intensi e potenzialmente amari.
Il cast è l'ulteriore ciliegina sulla torta, con comprimari di lusso come John Carroll Lynch e Molly Shannon a reggere abilmente il gioco ai tre interpreti principali: Paul Giamatti (mai così in forma da anni) e Kathryn Hahn offrono performance di rara e contagiosa umanità e la giovane Kayli Carter, in un piccolo ruolo in The Ring 3 (2017) e ricorrente nella serie Godless, tiene loro testa con tutta l'esuberanza e la spontaneità della sua fresca età.

Private Life Una coppia di artisti prossimi alla mezz'età tenta in ogni modo di avere un figlio e, quando tutto sembra perduto, l'arrivo in città della giovane nipote dà loro una nuova luce di speranza. Private Life, acclamato all'ultima edizione del Sundance e ora disponibile in esclusiva su Netflix, è una commedia dolce-amara che guarda al cinema di Allen e Baumbach con uno sguardo intenso e personale, che si destreggia magistralmente su entrambi i toni narrativi. Gestisce al meglio i momenti ironici e quelli più profondi, affidando alla leggerezza della narrazione e relativa messa in scena il compito di delineare uno spaccato di vita che, pur nei suoi tratti piacevolmente surreali, si rivela molto più verosimile del previsto. Merito di una regia calibrata che non si stacca mai dai personaggi, osservati con sguardo lucido e amorevole, e dalle superbe interpretazioni del trio di protagonisti formato da Paul Giamatti, Kathryn Hahn e dalla giovane Kayli Carter, abili nel dar vita a figure con le quali vien facile immedesimarsi, qui al centro di una storia pregna di straripante umanità.

7.5

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