Recensione Principessa Mononoke

Torna il sala il grande classico di Hayao Miyazaki che ha fatto conoscere lo Studio Ghibli in occidente

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Le vicende di Principessa Mononoke prendono vita nel periodo Muromachi, probabilmente attorno al 1500 d.C.. Ashitaka, giovane e valoroso principe di una tribù Emishi, rimane ferito e maledetto durante un combattimento durante il quale tenta di proteggere il proprio villaggio dall'attacco di un Tatari-gami, un demone cinghiale fuori controllo. L'incidente sviluppa in lui poteri che acuiscono i suoi sensi e la sua forza, rendendolo un formidabile guerriero, ma al contempo lo rende preda di dolori lancinanti destinati ad ucciderlo, man mano che la piaga che gli ha infettato il braccio si diffonde su tutto il corpo. L'unica speranza è un viaggio verso ovest, in cerca di qualcosa o qualcuno in grado di compiere il miracolo e guarirlo, come ad esempio lo Shishigami, il grande Spirito cervo della foresta, in grado di dare e togliere la vita. Ma il ragazzo, durante il suo cammino, è destinato ad incontrare diverse altre creature, più o meno ostili, tra cui gli abitanti di un villaggio-fonderia e la loro leader, la caparbia Eboshi, e una misteriosa e selvaggia ragazza in cerca di vendetta, San, sempre accompagnata da alcuni lupi giganti. Ashitaka si troverà, dunque, nel centro di un conflitto in cui è in gioco, oltre alla sua vita, l'esistenza stessa dell'ecosistema in cui abita.

Puzza di umani

L'importanza di Mononoke Hime nella cinematografia mondiale non va data per scontata: è uno dei più grandi successi di tutti i tempi in patria, ha ispirato dozzine di cineasti ed è stato, probabilmente, il primo film di Hayao Miyazaki ad essere visto dal grande pubblico mondiale e non solo da addetti ai lavori e appassionati dell'animazione giapponese. Lucky Red, a quasi quindici anni di distanza dalla prima uscita nelle sale italiane del film, avvenuta a suo tempo per Buena Vista, ripropone ora, con nuovo doppiaggio e nuovo adattamento, questo classico moderno dello Studio Ghibli.
Un'opera sfaccettata, che unisce la tradizione (il disegno su cell) ad un utilizzo ancora pionieristico della CGI (mai invadente, ad ogni modo) per un risultato di grande realismo e impatto scenico. Quello che colpisce più di tutto, ad ogni modo, è il contesto della storia e la storia stessa, probabilmente la più violenta, inquietante e disperata tra quelle narrate dal grande cineasta giapponese. Il sottotesto ecologista e da romanzo di formazione tipico delle epopee ghibliane è sempre presente, ma il senso di meraviglia, stupore, avventura di opere come Laputa viene sovrastato da quello di terrore, di impotenza di fronte alla Forza della natura e alla pochezza della miseria della condizione umana, che deve compiere sforzi sovrumani per innalzarsi sopra l'egoismo, la barbarie e l'odio, veleni che corrompono e portano solo morte e distruzione. Che sia tramite lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, la guerra o il risentimento personale poco importa: il risultato è catastrofico e quel che conta, alla fine, è solo il rispetto per la vita altrui, umana o animale che sia.
Tutti concetti espressi benissimo tramite mille metafore visive veicolate da personaggi, bestie e spiriti presenti nell'opera.

Complesso, forte, ostico. E imperdibile.

Un'opera oltretutto coraggiosa, dato che le belle scene d'azione sono intervallate da molte altre più ragionate e discorsive, significative ma al contempo un po' ostiche e lunghe, soprattutto per il pubblico non avvezzo al periodo storico di cui si parla. Miyazaki avrebbe difatti potuto ambientare una storia simile in un contesto più conosciuto al grande pubblico (e intendiamo anche a quello nipponico) come quello Tokugawa, o anche nel popolare periodo Meiji, inserendo anche un facile confronto/scontro tra oriente e occidente. E invece no, il grande Hayao decide di rendere eroe della sua storia un Emishi, un appartenente a un popolo originariamente diverso dai giapponesi Yamato che andavano espandendo la loro influenza verso gli estremi dell'arcipelago. Qui non vediamo i classici samurai cortigiani, ninja, bonzi, e tutte le figure “classiche” che siamo abituati a incontrare nei film in costume giapponesi. Anzi, anche le creature leggendarie non sono “le solite” andando piuttosto a scomodare Kami e Youkai locali, dal grande significato allegorico. Per questo il film è a tratti 'poco digeribile', ma la soddisfazione è garantita. Del resto, a Miyazaki non è mai piaciuto vincere facile. Ma vincere alla grande, sì.

Principessa Mononoke Quale migliore occasione della Festa del Cinema per godersi in sala un'opera dall'incredibile potere immaginifico quale Principessa Mononoke? Grazie ad un nuovo doppiaggio e a un nuovo adattamento, più fedele a quello originale giapponese di quello di quindici anni fa, possiamo tutti rivedere (o scoprire) un classico dell'animazione mondiale che ha dato grande lustro al suo creatore, Hayao Miyazaki, e a tutto lo staff dello Studio Ghibli. Certamente non è una visione da intraprendere a cuor leggero, dato che si tratta di un film di contenuto, più che di intrattenimento, ma rimane un appuntamento obbligato per chi ama il cinema di qualità.

7.5

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