Priest, la recensione del film con Paul Bettany

Il sacerdote tutto botte e azione di Paul Bettany su grande schermo: la recensione di Priest.

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Deve avere una vera e propria fissazione per gli angeli l'effettista Scott Charles Stewart, il cui curriculum include collaborazioni a titoli del calibro di Sin city (2005), Superman returns (2006) e il secondo e terzo Pirati dei Caraibi.
Già, perché se il suo primo lungometraggio da regista, Legion (2009), vedeva un ristretto numero di clienti di uno squallido e isolato ristorante impegnati a proteggere il bambino portato in grembo da una cameriera incinta dalle tutt'altro che buone intenzioni di un gruppo di angeli guerrieri con il pallino della distruzione totale, questo secondo prende le mosse dal manhwa Priest di Hyung Min Woo, ambientato in un deserto dell'epoca contemporanea e con cadute creature del cielo impegnate a fare da nemici di turno.

Urban legion

Nel passaggio dal fumetto allo schermo, però, tutto cambia (con l'approvazione di Hyung Min Woo) e, se la scenografia si trasforma in quella di un indefinito futuro in salsa western, i cattivi diventano vampiri, impegnati a portare avanti una secolare lotta contro gli esseri umani in un mondo ormai dominato solo da macerie e rovine delle vecchie città industriali, oltre che da un'ultima roccaforte dei terrestri rappresentata da un Ordine religioso filocristiano, in realtà interessato più al controllo del pianeta che all'unione dei popoli.
Perché, con i superstiti dell'ultima guerra tra succhiasangue e umani costretti a vivere in mezzo a barricate e protezioni, è proprio la Chiesa ad avere l'occhio vigile su ogni cosa, mentre il sacerdote Ivan Isaacs, con le fattezze del Paul Bettany già protagonista del citato Legion, va contro gli ordini della sua organizzazione ed esce dalla città per dare la caccia ai rapitori della nipote Lucy alias Lily"The blind side"Collins, trovandosi, affiancato dallo sceriffo fidanzato della ragazza interpretato dal Cam Gigandet di Never back down-Mai arrendersi (2008), in un'infinita steppa popolata da creature vampiresche. Fino a scontrarsi con il pericoloso Black Hat, cui concede anima e corpo il Karl Urban di Pathfinder-La leggenda del guerriero vichingo (2007), ex prete passato dalla parte dell'esercito nemico.

Bettany l'ammazzavampiri

Ma, nei panni di una sacerdotessa dotata di notevoli abilità nel combattimento, abbiamo anche la Maggie Q di Mission: impossible 3 (2006) al fianco dei due protagonisti del film, in realtà già in sviluppo dalla Screen Gems nel 2009, con Andrew Douglas alla regia e Gerard Butler e Steven Strait interpreti principali, poi cambiato dopo che Clint Culpepper, presidente della casa di produzione, rimase soddisfatto della precedente opera di Scott Charles Stewart, tanto da richiamarlo, insieme allo stesso Bettany, in quanto interessato a trasformare la graphic novel di partenza in un horror post apocalittico dai toni western e religiosi.
Horror post apocalittico che, introdotto da un'apertura a disegni animati, s'immerge ben presto nei cupi toni della fotografia del veterano Don Burgess (Spider-man e Codice: Genesi nel lungo curriculum), destinata a rappresentare il principale elemento a cui associare l'interessante aspetto visivo dell'operazione, girata anche su uno dei set di Blade runner (1982) e della quale lo stesso regista si è occupato personalmente della creazione di sequenze in grafica computerizzata, ambientandola in un universo alternativo colmo di elementi richiamanti la più classica fantascienza occidentale.
E, ovviamente, mentre si sguazza tra abbondanza di scontri corpo a corpo (pare che, durante le riprese, Urban e Bettany abbiano anche riportato diverse ferite) e mostruose creature viste e riviste ma ben realizzate, il look generale è quello di un misto di elementi di cinema della paura ed azione di taglio fumettistico, facilmente associabile alla categoria in cui rientrano tante fanta-saghe sfornate dall'universo della celluloide a stelle e strisce nel periodo a cavallo tra la fine del XX secolo e l'inizio del terzo, da Blade ad Underworld.
Per fortuna, però, Stewart riesce nell'impresa di non sfornare un prodotto che, come il suo precedente, sarebbe solo da buttare via, gestendo a dovere sia il buon cast - comprendente anche il Christopher Plummer di Tutti insieme appassionatamente (1965) e il Brad Dourif de La bambola assassina (1988) - che il veloce ritmo di narrazione, con sufficienti dose di spettacolarità e sguazzando tra preti picchiatori e forniti di particolari armi bianche. Dimenticate il padre Merrin de L'esorcista (1973) e i vari ecclesiastici d'impronta classica visti nella lunga serie della casa maledetta di Amityville.

Priest A due anni da Legion (2009) con Paul Bettany, pasticcio con palestratissimi e ridicoli angeli del male interessati ad impossessarsi del bambino portato in grembo da una ragazza in dolce attesa, l’effettista Scott Charles Stewart torna dietro la macchina da presa sfruttando lo stesso attore per la trasposizione su celluloide di Priest, graphic novel di Hyung Min Woo. Tra abbondanza creature mostruose, sacerdoti d’azione ed ambientazione steampunk, il risultato finale non è niente di eccezionale, ma i circa 87 minuti di visione (tranquillamente guardabili anche senza l’irrilevante 3D posticcio) scorrono via senza problemi e lo spettatore viene intrattenuto a sufficienza. Soprattutto perché il lungometraggio in questione, per fortuna, appare decisamente più riuscito del brutto precedente.

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