Pride, la recensione del film di Matthew Warchus

Nell'Inghilterra degli anni '80 un gruppo di attivisti gay unisce le forze con l'associazione dei minatori per protestare contro il governo Thatcher.

recensione Pride, la recensione del film di Matthew Warchus
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Londra, 1984. In piena era Thatcher, Mark Ashton, giovane attivista gay e membro della Young Communist League, ha l'idea di appoggiare la causa dei minatori inglesi, da tempo ai ferri corti con il governo per le politiche lavorative. In Pride, l'associazione di omosessuali decide così di raccogliere fondi per gli scioperanti del Galles, i quali in un primo tempo sono restii a questa nuova e inaspettata collaborazione.
Con il passare dei giorni, i pregiudizi cominciano a sciogliersi tra la maggior parte degli abitanti della cittadina gallese, così quello che era nato come un rapporto di mutuo interesse si trasforma ben presto in una sincera amicizia, pronta ad abbattere ogni confine e a lottare insieme per i relativi diritti.

Uniti per la causa

Acclamato con una standing ovation al Festival di Cannes 2014, dove ha vinto anche la Queer Palms (premio cinematografico indipendente assegnato ai film a tematica LGBT), Pride è uno dei di quei rari film a trattare l'argomento dell'omosessualità senza eccessi di forzata retorica o pietismo, adattando l'importanza del racconto ai toni di una leggera commedia dolce/amara che unisce diverse generazioni di personaggi, gay o etero che siano.
Quindici anni dopo il suo esordio, il mediocre Inganni pericolosi (1999), il regista inglese Matthew Warchus torna dietro la macchina da presa e firma un'opera preziosa capace di creare un profondo legame empatico con il pubblico, grazie a una messa in scena semplice e dal ritmo sostenuto. Tutto è al servizio del racconto, delle vicende complementari del gruppo di giovani attivisti e dei minatori gallesi, protagonisti di un rapporto inizialmente difficile che si apre, salvo rare eccezioni, a squarci di sincera e verosimile umanità.
Ed è proprio nella loro genuinità che le due ore di visione convincono, tra balli, canti (su hit musicali tipiche del relativo universo e periodo storico) e il progressivo annientamento dei pregiudizi.
Momenti suggestivi in serie, in primis il coro di donne che si mette a intonare la leggendaria melodia di protesta Bread and Roses o lo stesso, liberatorio, finale, costellano i passaggi chiave di un'operazione che, pur non sminuendo la complessità delle relazioni (sia sentimentali che familiari, queste ultime più complesse da gestire per chi ai tempi aveva ancora paura di affermare con convinzione la propria identità sessuale) nonché del temuto spauracchio dell'AIDS, riesce a far riflettere con l'incisiva arma della semplicità.
Nel cast brillano, oltre ai giovani interpreti, soprattutto le performance di attori navigati della scena britannica, Bill Nighy e Imelda Staunton su tutti.

Pride Il regista Matthew Warchus, sfruttando l'amabile sceneggiatura, riesce a creare personaggi vivi e pulsanti da entrambi i lati della comune barricata, rendendo il legame di reciproco interesse tra attivisti gay e minatori ricco di sfumature, con cui saltare con naturalezza dai toni più tipici della commedia inglese a quelli del dramma introspettivo. Pride ripercorre le pagine salienti di una storia vera (informandoci prima dei titoli di coda sul destino futuro dei reali protagonisti della vicenda) con invidiabile leggerezza e gestendo in maniera eccellente le caratteristiche di un cast britannico di gran classe. Il film andrà in onda stasera, giovedì 28 giugno, alle 21.05 su RAI3 in prima visione TV.

7.5

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