Recensione Posh

Lone Scherfig firma il ritratto dissacrante di una Oxford-bene tutta luccichii e vacuità morale

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1776, Università di Oxford. Per onorare il ricordo e le ‘imprese' scapestrate di uno degli studenti più brillanti e libertini di sempre (che perderà la vita proprio a causa di un'avventura finita male) verrà fondato il licenzioso e veneratissimo Riot Club, uno di quegli elitarissimi club universitari dove l'essere ammessi costituisce già di per sé un lasciapassare per il futuro.
Giorni nostri. Due nuove matricole (Miles Richards e Alistair Ryle rispettivamente interpretati da Max Irons e Sam Claflin) fanno il loro ingresso nella sontuosa e aristocratica università di Oxford. E se il primo, Miles, aspira in qualche modo a mascherare i ‘segni' del suo mirabilissimo lignaggio, sul secondo (Alistair) grava tutto il peso di una prestigiosa reputazione famigliare da portare avanti e l'ombra di un fratello maggiore (Sebastian) passato per gli ambienti universitari poco prima e che tutti venerano come un mito indiscusso. Sarà proprio grazie al loro grande potenziale e ai loro prestigiosi natali che entrambi i giovani verranno presto inglobati nel famoso Riot Club, rimasto orfano di due membri e dunque determinato a riportare il proprio numero a dieci. Basato sull'ideale di una ricchezza che nutre e mangia sé stessa e uno status elitario incapace di scendere a compromessi con le altre realtà, il Riot Club si dimostrerà ben presto un luogo di prestigiosa aggregazione ma anche di incontenibile e pericoloso snobismo sociale (è infatti proprio l'aggettivo Snob - in inglese Posh - a formare l'anima del film oltre che a dare il titolo alla versione italiana dello stesso). E infatti, durante una cena in onore del club e in divisa d'alta ordinanza, complice l'alcool e qualche ‘bravata' di troppo, i toni della serata si alzeranno in un crescendo di violenza (prima verbale poi addirittura fisica) coinvolgendo persone estranee, capri espiatori scelti a caso per riaffermare con brutalità la logica crudele e folle secondo cui il denaro compra e stabilisce tutto, perfino della vita di altri esseri umani.

Cruel Intensions... a Oxford

La regista danese Lone Scherfig aveva debuttato alla regia con Italiano per principianti per poi raccogliere consensi unanimi grazie a quel piccolo gioiellino intitolato An Education, storia di formazione di una brillante sedicenne inglese (interpretata da una straordinaria Carey Mulligan) destinata ai prestigi di Oxford e che sceglierà invece la via (apparentemente) più breve dell'amore. Lì, l'ambiente universitario patinato e ambito di Oxford veniva solo sfiorato mentre lo stesso diventa in Posh (titolo originale The Riot Club), riadattato per il cinema dalla omonima pièce teatrale di Laura Wade (che firma anche la sceneggiatura del film), il centro nevralgico della narrazione. A fare da protagonisti sono un gruppo di studenti belli, ricchi e viziati a cui tutto sembra non tanto concesso quanto addirittura dovuto. Un film che aspira a inquadrare la vacuità morale e umana della ricchezza attraverso le gesta deprecabili del Riot Club (simbolo assoluto di uno status ultra elitario e autoreferenziale) ma che stenta a farlo per la ristrettezza del campo d'azione scelta e una generale incapacità dell'opera di andare oltre il grande stereotipo di una ricchezza tout court associata al male. Quasi tutta l'azione filmica si concentra infatti attorno a quella tavolata di eccessi e sbornie umane che poi costituirà il punto di rottura ma anche di riaffermazione del club; e nel passaggio da una struttura prettamente teatrale a uno sviluppo cinematografico il ritmo e la sostanza del plot vengono inficiati, anche a causa di una scrittura che assume toni fin troppo stereotipati finendo per non aggiungere nulla a quel clima da Cruel Intentions in cui il film è immerso. Infine, quello che in An Education era la delicata espressione di un'adolescenza disorientata qui diventa la manifesta arroganza dell'assunto della ricchezza, urlata e ostentata per sollevare un criticismo che però non arriva a destinazione, nonostante la buona prova di un gruppo di attori giovani ma generalmente bravi, tra cui spiccano senza dubbio i due protagonisti Max Irons e Sam Claflin impegnati a 'duellare' tra loro in quel conflitto tra essere e apparire di cui il film vuole esser fotografia e denuncia.

Posh La regista danese Lone Scherfig porta al cinema l’opera teatrale di Laura Wade The Riot Club, storia di un gruppo di universitari di Oxford appartenenti all’elitarissimo Riot Club e pericolosamente aderenti all’ideologia a esso sottesa secondo cui la ricchezza (specie se accompagnata a un nobile lignaggio) conferisce il diritto a qualsivoglia comportamento e/o azione. Pur sostenuto da un ‘coro’ di giovani e bravi attori impegnati a dare rotondità ai loro personaggi, Posh risulta una riflessione/declinazione un po’ troppo poco incisiva sul tema. Forse stretta nei limiti di un’impostazione troppo teatrale e condizionata dalla struttura e dal linguaggio dell’opera di partenza, qui la Scherfig sembra non esser riuscita a riprodurre quella riflessione lieve e profonda, scorrevole e toccante che invece attraversava An Education, il suo lavoro a oggi più diffusamente apprezzato.

5.5

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